Borg hopperiana icona di solitudine

Borg hopperiana icona di solitudine. Il film Borg McEnroe, i quadri di Edward Hopper, il peso del successo e le difficoltà a prendere coscienza delle realtà della vita

Borg hopperiana icona di solitudine. IceBorg o forse meBorg, mi piacerebbe aver potuto dire un tempo. L’uomo di ghiaccio capace di vincere cinque volte di seguito il più prestigioso torneo di tennis al mondo, quel Wimbledon che una volta mi faceva passare giornate “gagliarde”. Quando la tv di stato non eruttava pubblicità e le partite dell’Italia erano precedute dalla sigla in Mondovisione e venivano giocate da facce proletarie con la maglia azzurra. Bei tempi, ben diversi dal calcio tatuaggiato e orecchinato di oggi.

Ieri sono andato a vedere il film Borg McEnroe. Non vedevo l’ora. Come accaduto con Rush, la storia epica che racconta di Lauda e di Hunt. Dico subito che il film su Borg mi è piaciuto. Non come Rush. Meno approfondita la psicologia dei personaggi, meno spettacolare il film che è principalmente concentrato sulla storica finale di Wimbledon del 1980, la quinta di seguito vinta da Borg.

Borg hopperiana icona di solitudine
Borg hopperiana icona di solitudine

 

Certamente la storia fa vibrare il muscolo pulsante e rivivere i cinque set di quella partita è pur sempre uno struggente ricordo. Però Rush è altra cosa.

La figura di Borg è “abbastanza” centrata, più di quella relativa a Crazy John Patrick. Il vecchio Bjorn Runa mi è sempre piaciuto. Se molti volevano essere John McEnroe, io volevo essere Borg. Provavo a fare il rovescio a due mani con risultati pessimi.

Borg hopperiana icona di solitudine

I due però mi affascinavano entrambi e più di altri tennisti. Per non dire della battuta di McEnroe e delle sue staffilate. Ad un certo punto del film si sente dire: “Borg è un martello pneumatico, John McEnroe un coltello che ferisce qua e là. Non senti niente e ad un certo punto ti ritrovi a morire dissanguato”.

Di Borg mi piaceva quello che mi piaceva di Lauda: la disciplina e la capacità profonda di convogliare la classe in un misto di “sole e acciaio”.

Di McEnroe e Hunt mi piaceva altro: lo scapestrato che non sono mai riuscito ad essere, il ribelle che covavo dentro ma che, tranciato dalle mie paure e insicurezze, non facevo uscire fuori. Anche la genialità maldestra, la classe scomposta.

Lauda e Hunt nel film Rush

 

Lauda e Hunt nella realtà
Lauda e Hunt nella realtà

Nella disciplina di Borg e di Lauda, nel loro controllo delle emozioni, cercavo di identificarmi. Per rimuovere le mie paure, le mie angosciose ansie. Con gli stessi risultati del mio rovescio a due mani. Praticamente un 6-1, 6-1 a favore dell’ansia.

Certo è che quando vidi Borg abbinarsi alla “scosceggiante” e incontinente Berté e Lauda separarsi da Marléne, compagna di soldi e di vittorie, beh, ci rimasi male.
Peggio di Baggio in Brasile dopo il calcio di rigore nella finale col Brasile del 1994.

Non per moralismo. Solo l’illusione giovanile che esistesse un mondo perfetto di amori fulgidi ed eroi vittoriosi.

Borg hopperiana icona di solitudine

Di questo film Borg McEnroe non mi è arrivata solo l’epica della storia, l’amicizia tra i due, che forse, peraltro, avrebbe meritato un maggiore approfondimento.

No, mi è arrivata la solitudine di Borg che forse ha coinciso molte volte con la mia, soprattutto in adolescenza dove se non sei “pallonaro” e “macho macho”, ed io forse ero più “micio micio”, sei un oggetto camminante non identificato.

Borg nella stanza di albergo che cammina a piedi scalzi sulle racchette per testarne l’accordatura assieme al suo fedele allenatore, Borg che siede sul letto da solo, senza Mariana Simionescu con cui ha poco dialogo, ebbene questo Borg, mi ha riportato ad un quadro del mio amato Edward Hopper: Escursione nella filosofia.

Escursione nella filosofia
Escursione nella filosofia

Nel quadro, un uomo fissa un tappeto di luce, come se si fosse seduto dopo averla raggiunta. C’è una quiete mortale nel quadro, come in tutti i quadri di Hopper. Nonostante questa luce di cui quest’uomo ha estremamente bisogno, la verità non viene accolta ma solo percepita.

E’ una vita muta, un silenzioso grido, una impotenza che in realtà è potentissima. Borg che guarda il vuoto è questa potente impotenza, il pensiero angoscioso del peso delle emozioni che digrignano ma che lui ha reso gelide e contenute dentro di sé.

Dopo l’esperienza della beatitudine, Borg sembra esserne consapevole. La caduta è in agguato, questo essere banditi dall’eternità che farà esclamare a Yukio Mishima,  prima di fare Seppuku, “la vita umana è breve ma io voglio vivere per sempre”.

Eccolo il destino della solitudine: la metamorfosi di ciascuno di noi in Adelchi manzoniano: “Soffri e sii grande, il tuo destino è questo”.

Nonostante il successo, nonostante i soldi, la solitudine di Borg è totalizzante, è una metastasi dell’anima. Come nel quadro. Una donna è distesa alle spalle dell’uomo seduto sul letto. Per metà è svestita, ha i capelli sciolti.

L’uomo è indifferente, sprofondato in sé stesso. Come Borg in preda all’indecisione e al dubbio di perdere, di non riuscire a entrare nella leggenda. Nonostante il suo mondo simbolico fatto di riti scaramantici e di emozioni soffocate. Sembra voler dire: chi ha fatto un bel sogno non potrà mai tornare alla realtà.

E’ la distanza dal piacere che sta per sfumare, la consapevolezza che, anche se giovane, è ormai sfibrato, usurato dall’essere il numero uno, è la solitudine dei numeri primi.

Nel quadro l’angoscia dell’uomo corruga la fronte. Forse la donna alle sue spalle è la bellezza stessa che lo ha tradito. Il quadro diventa metafora della vita e dell’eros di cui mette in luce il carattere contraddittorio. Il quadro registra l’impossibile unità, la cultura tragica di una distanza muta, irrisolvibile, l’uomo racchiuso nel silenzio e nella finitudine eternata. Borg è l’uomo del quadro.

In maniera opposta ma identicamente “oppresso” dalla volontà “emulativa” di essere come Borg ,è John Patrick McEnroe. Anche lui è solo. Davanti al pubblico di Wimbledon che lo fischia, davanti al mondo che lo contesta nello stile e nelle sceneggiate.

Solo perché è consapevole che sarà un fuoriclasse, ma che non diventerà come Borg, la leggenda. Soli entrambi, soli che diverranno amici. Come Lauda e Hunt e, come Hunt, anche Borg finirà per cercare di riempire il vuoto della solitudine angosciosa con l’evasione e la narcosi. Prima delle emozioni, poi della realtà. Che è poi un po’ la stessa cosa. dopo delle realtà.

La modernità si è nutrita di un sogno irreale di beatitudine, “venduto” dal mondo borghese e teorizzato dalle utopie socialiste. La modernità è l’epoca che più di ogni altra ha identificato il piacere con la vita stessa. Ma di fronte alle contraddizioni che la vita genera, la vita ha sempre di più finito per assomigliare a una morte silenziosa.

Come nei quadri di Hopper. I personaggi che sbarrano l’accesso alle difficoltà, alle contraddizioni, alle emozioni, alla realtà della vita sono le icone più rappresentative di questa vuotezza. Siedono immobili, hanno cercato la felicità senza trovarla o forse l’hanno trovata senza capirla.

Guardano il sole, conducono una vita agiata. Hanno creduto di trovare il godimento costante nel successo e nel piacere ma ora si trovano davanti al nulla e una luce incavata di buio si è insediata nei loro occhi, una luce non recepita.

Borg, come viene descritto nel film e dalla vita stessa, è un figlio della modernità. Pietrificato in un desiderio di immortalità. Non voler morire ma nemmeno riuscire a vivere fino in fondo. La rete di relazioni è distrutta dalla concezione moderna del tempo e dalla “volontà di potenza”. E’ questa la vera sconfitta di Borg.

Essere costretto a vincere senza liberarsi dal vincolo. L’essere umano “chiarificato” è anche quello capace di scegliere. Per questo, molte volte, la scelta viene rimandata dall’evasione. Mentre la forza della scalta accordata con il se chiarificato rimane il cuore del vero potere: quello che si ha su se stessi e sul controllo dei demoni del pensiero: il pensiero-rumore, quello prevaricatore, il pensiero-ideologia e quello intrattenimento.

Insomma, il film mi è piaciuto per quello che ho percepito e “sentito”.

Come sempre, tutto ciò che riporta al proprio io profondo, alla propria solitudine, alle proprie esperienze, al quella che io definisco, una certa distanza dal mondo “esperita” più volte, è comunque benefico. Quando genera consapevolezza e non rimuginio, il pensiero-rumore.

La presa di coscienza del reale e delle sue verità. Si chiama anche maturità cognitiva. In tutti i suoi aspetti che, una volta compresi. mordono meno. E’ questa la mia Escursione nella filosofia, è questo il mio pathos per certi “compagni di solitudine” come Borg e molti, moltissimi altri che tengono desto, in ogni caso, il mio piacevole cammino esistenziale.

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Daniele Del Moro

Scrivo da sempre, per fuga e per necessità. Scrivo per starmene da solo. Scrivo come cammino o vado in moto. Per rinascere ogni volta.

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