Il desiderio e la teoria del lucidalabbra

Il desiderio e la teoria del lucidalabbra. Desiderio, de-sidera, avvertire la lontananza dalle stelle. L’indiscutibile fascino del desiderio. Ma di cosa si tratta veramente? E’ sempre salutare “cedere al desiderio”?

Il desiderio e la teoria del lucidalabbra. Andiamo con ordine. Partiamo dall’etimo. Sentire la mancanza delle stelle o semplicemente sentire la mancanza.

L’essenza dell’amore e del desiderare. Solo che nel desiderio manifestiamo ciò che siamo. Come le compagnie che frequentiamo. Io, ad esempio, come si legge in alcune frasi “feisbucchiane”, non ho gusti difficili ma ho disgusti facili.

In poche parole: frequento poco e non ho mai avuto la propensione all’innamoramento “free“. Tantomeno il gusto dell’amorazzo alla vaccinara. Non tutti, insomma, desiderano allo stesso modo e fa la differenza.

Non è un giudizio, né un’albagia moralistica. Solo un prendere per mano il senso del reale. Esempio concreto della mia gioventù, nemmeno peraltro molto lontana.

Sia perché, per dirla alla Caro Diario, sono uno splendido cinquantenne, ovviamente ironizzo. Sia perché, come ricorda sempre il già citato Bruno Cortona dello splendido film Il Sorpasso, “A Robbé, che te frega, l’età più bella è quella che uno c’ha”. Età porta consapevolezza e maturità cognitiva, forse, e conoscenza di cosa davvero desiderare.

Lego il desiderio della mia gioventù alle bocche sfavillanti lucidalabbra. Non al morboso accento dell’ormone in subbuglio, precisiamo, dico davvero, ma alla romantica tendenza dell’erotismo labiale, il migliore, il desiderio, appunto, di “assaporare” quelle labbra col sapore di pesca o di fragola e sentirne tutto il profumo. Assaporare la vita. Ba-cia-re.

Il desiderio e la teoria del lucidalabbra
Il desiderio e la teoria del lucidalabbra

 “La mancanza di qualcosa che si desidera è una parte indispensabile della felicità” dice Bertrand Russell. Se le stelle le tocchi, rischi di bruciarti e spegnerle. Il ricordo del lucidalabbra e delle sere d’estate è la condizione migliore per continuare a vedere la vita con gli occhi del “desiderio”.

Semplicemente desiderando la vita. Fondamentale è non solo distinguere tra bisogni e desideri ma avere desideri “edificanti”.

L’ingresso nel regno del desiderio coincide con l’approccio alla consapevolezza di qualcosa che ci manca. Altra cosa rispetto al babelico e tirannico caos del bisogno e del piacere. Scrive la sociologa Anna Rago sulla rivista digitale Informa21: “I desideri evolvono, si modificano, proiettati in una danza di trasformazione dinamica, attingendo proprio da quel senso di mancanza che permette loro di restare sempre vivi.

É importante essere consapevoli dei propri desideri: è fondamentale identificarli con chiarezza, per verificare se sono reali o indotti da altri. Tale consapevolezza potenzia anche la fattiva possibilità di gioire della loro realizzazione.

Infatti immersi nell’intricata rete di mancanze, si corre il rischio di farsi condizionare, perseguendo desideri ingannevoli, incrementati dal bombardamento della pubblicità che sollecita “desideri di consumare e di apparire”. Ciò determina delusione, sfiducia, stress causando difficoltà nelle relazioni con se stessi e con gli altri”.

Ecco il problema. Se la fenomenologa Roberta De Monticelli parla di Educazione al sentire, è oggi più che mai necessaria, per la propria autodeterminazione e autentica libertà, una educazione al desiderio. Leggiamo Marcuse ne L’uomo a una dimensione. Il filosofo pone l’accento sulla società industriale che “per il proprio mantenimento, promuove l’ideologia del consumo dei suoi prodotti, diffondendo falsi desideri massificati e appiattendo la creatività individuale”.

Per non dire di Fromm che nel suo celebratissimo Avere o essere ricorda che “l‘atteggiamento implicito nel consumismo è quello dell’inghiottimento del mondo intero. Il consumatore è un eterno lattante che strilla per avere il poppatoio… Consumare è una forma dell’avere… I consumatori moderni possono etichettare sé stessi con questa formula: io sono = ciò che ho e che consumo…”.

Lacan sottolinea che i desideri coincidono con una richiesta di riconoscimento, di accoglienza, di identità e di amore. Ora, non dico realizzare le bellissime parole che il dio Krishna pronuncia nella Baghavadgita, “Nelle creature io sono un desiderio che non è in conflitto con la giustizia”.

Certamente, però, districarsi nella foresta oscura dei falsi desideri che hanno il solo di riprodursi ad libitum, generando infelicità e vuoto, è condizione necessaria per esperire un po’ di autentica serenità e libertà.

Il desiderio e la teoria del lucidalabbra

Di cosa abbiamo davvero bisogno? Dell’essenziale invisibile agli occhi, pane quotidiano per chi ricerca bellezza, ma anche del ricordo, della memoria, di cullarci con un’aspettativa, con l’attesa, con la vita.

La teoria del lucidalabbra, di quello abbiamo bisogno. Sono d’accordo con quanto scrive Vito Mancuso nel suo ultimo volume Il bisogno di pensare: “Esattamente questo è il punto: desiderare qualcosa di più grande del proprio desiderio egocentrico, qualcosa che venga a coincidere con il bene e la giustizia, con l’autentica grande bellezza”.

Quel lucidalabbra, quel desiderio RISPETTOSO di baciarsi e starsene abbracciati, troppo veloce il mondo oggi che arriva a bruciare ogni tappa troppo presto, quel “piacere” estivo di attimi sottratti al tempo e all’inutile, ecco, quel ricordo genera bellezza e mi riporta alla vita che tengo tra le mani.

Ricordiamo nel Faust le parole di Goethe: “Ma io non cerco la salvezza nell’indifferenza: il brivido è la miglior parte dell’umanità. Per quanto il mondo faccia pagar caro il sentimento, l’uomo, quand’è commosso, sente nel profondo l’immensità”.

Il desiderio e la teoria del lucidalabbra

Consapevolezza. Di quello che è il mondo, senza illusioni, e delle infinite possibilità della vita. Se non c’è consapevolezza, diamo spazio ai falsi desideri su cui la società attuale ha costruito la sua ricchezza. Dare spazio alla vita, il desiderio è anche il volere affermare la vita, sia a livello conscio che inconscio, significa riappropriarsi della propria libertà e creatività.

Passando dal desiderio “bramoso” al desiderio orientato ad una diversa modalità. Magari trasformato in aspirazione a qualcosa, alla realizzazione di un sogno.

Pochi ma semplici concetti per avere sempre in tasca una “bussola” “antitaccheggio” dell’anima: disintossicarsi dai condizionamenti e dalle disfunzioni del desiderio; agire su ciò che è negativo e limitante; evitare inutili e fuorvianti aspettative; fare luce sulla realtà e dire grazie.

Della vita come infinita possibilità di essere e del percorso. Sostenersi con le aspirazioni, con i desideri “autonomi”, farci consapevoli di ciò che davvero ci motiva e ci rende se non felici almeno sereni, significa tendere alla costruzione di una identità forte.

Su cui né il mercato, né il mondo potranno fare molto. Per questo si punta all’omologazione del pensiero e dell’individuo ridotto a un solo consumatore.

Anche se tutti, noi no, bisogna saper dire. Perché sappiamo “desiderare”.

Fosse anche, per un attimo, il ricordo di un lucidalabbra e di una sera d’estate, di una presenza o di una mancanza.

Avremo un orizzonte cui tendere. Con più libertà e più determinazione.

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Daniele Del Moro

Scrivo da sempre, per fuga e per necessità. Scrivo per starmene da solo. Scrivo come cammino o vado in moto. Per rinascere ogni volta.

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