Viaggio in America (2° parte)

Viaggio in America (2° parte) Questa volta si parla di Bryce Canyon, Las Vegas, Calico, Yosemite, Death Valley, Zabriskie Point, Lago Salato per arrivare sino a San Francisco 

Viaggio in America (2° parte)

Eccoci giunti alla seconda parte del mio primo viaggio in America. Ci eravamo lasciati con le immagini e il racconto delle straordinarie “visioni” del Gran Canyon.

A proposito di Canyon, il nostro viaggio di gruppo, perché ricordiamolo, eravamo “tutti insieme appassionatamente”, prosegue in direzione Bryce Canyon. Il primo ricordo che ho relativamente al giorno di visita al Bryce Canyon è l’alzataccia.

A me che non fa difetto di alzarmi presto, semmai il contrario, rammento il piacere dell’aria fredda addosso. Veniva da dire: al mio via, scatenate l’inverno. Invece era agosto. E, altra piacevole memoria, la sera prima dell’alzataccia, la location dove ho passato la notte.

Una struttura in legno, un po’ motel Psyco-Bates ma splendidamente immersa nel silenzio di un bosco profumato di resina, “sventrato” dal buio pesto. Bastava un attimo, guardavi il cielo, le stelle sfavillare tremule e ti dimenticavi pure di Berlusconi, Renzi e compagnia cantante.

Viaggio in America (2° parte)

Detto questo, si parte. Solito assalto ai sedili sul pullman che gli Arditi della Prima Guerra Mondiale a confronto sembrano i guru del Tantra casereccio quando fanno “picciu picciu” a sfondo ammucchiata. Si viaggia. Molti dormono, vista la levataccia, alcuni chiacchiericciano, altri, come me, musica e immagini in “animavision”. Dentro dentro, scorrono sensazioni.

Arriveremo poco dopo l’alba. Camminare con la luce dorata del mattino che si staglia sulle guglie del Bryce Canyon è una di quelle esperienze davvero “motivazionali”. Senza avere bisogno né di cose superflue, né di castronerie. Ti accorgi che puoi fare a meno di tanto. Ma davvero di tanto.

Bryce Canyon
Bryce Canyon

Il Bryce Canyon National Park, deve il suo nome al mormone Ebenezer Bryce. Le rocce, i celebri hoodoos, come vengono chiamati, sono spettacolari pinnacoli, dai colori splendidi, modellati da fenomeni naturali d’erosione di milioni di anni.

I pinnacoli del Bryce Canyon
I pinnacoli del Bryce Canyon

La luce del sole li fa apparire di un arancio declinato in molteplici cromatismi. Anche i più ciarlieri ammutoliscono di fronte a una così lancinante bellezza. Ha davvero ragione Christian Bobin: “Il cuore è un’intelligenza che viene persino agli imbecilli”.

Si riparte, questa volta in direzione Las Vegas. Sono tanti i chilometri da percorrere. Ma le visioni appena “esperite” saranno la migliore compagnia prima di arrivare. Più che a “destinazione paradiso” a “destinazione perdizione”. Almeno questo è quello che si dice.

Las Vegas sorge nel deserto del Mojave. Il paesaggio è come piace a me. Secco, roccioso, “ascetico” e “spartano”. Il bello è che arriviamo e piove. Giorgio, la nostra guida, è più sorpreso di me quando sento dire cose intelligenti in televisione.

Scendiamo dal pullman. Il caldo è torrido. Pare la suburra di Roma che va a fuoco sotto Nerone. In albergo, il viavai è notevole. Sembra un crocevia tra Sodoma e Mompracem. Tigrotti e donnine allegre non mancano. Lenoni che te le propongono sfacciatamente come fossero braccialetti e perline nemmeno.

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Alloggio al 51° piano. La vera attrazione di Las Vegas per me è stata questa stanza. Mi siedo vicino alle finestre. Solito caffè di benvenuto che sorseggio mordendo stanchezza. Altro che epopee sessuali.

Dal 51° piano
Dal 51° piano

Me la godo guardando il panorama a perdita d’occhio assieme a mia moglie. Le luci della città di Mo Green, il personaggio che ne Il Padrino appare come come il fondatore di Las Vegas, il deserto intorno, vitalismo nicciano a gogò.

A me la bellezza fa uno strano effetto. Più che farmi perdere la testa e invasarmi, mi rasserena. Anche Sodoma. Non mi scatta l’istinto belluino ma la distanza dal mondo. Contemplo la bellezza di cui faccio parte, l’attimo in cui vivo. Non ho desiderio di farmi “incosciente” ma di essere presente a tutto questo. Per viverlo al meglio.

La stanza è ampia. A conferma che “c’è tutto un mondo intorno“, il bagno della mia camera, oltre a essere ampio quasi come casa mia, ha una doccia con vetrata sul letto matrimoniale. E’ la preparazione “scenica” per le alcove di cui questo albergo è pregno come a Montecitorio quando devono approvare la legge con cui si aumentano il vitalizio.

Noi la sera, mentre gli altri fanno belli belli, tutti insieme, il tour di casinò e spettacoli di varia foggia, ce la spassiamo camminando e guardando un America che non è molto distante la realtà. Giochi di luci e di acqua, riproduzioni dei monumenti più famosi al mondo, folla in giro che pare Porta Portese, sale giochi ridondanti suoni e illusi speranzosi di chissà quali fortune, le donnine allegre suaccennate ma poco di più.

Le luci di Las Vegas
Le luci di Las Vegas

Per me Las Vegas è il 51° piano e Mo Green. Difatti, vado a dormire e me ne impipo continuando a vedere le luci della città al buio, dai vetri. A distanza. Come piace a me.
Rimanendo a dormire a Las Vegas per due giorni, la mattina ci spostiamo e facciamo altri giri di rara bellezza.

Ce la giriamo tra Death Valley, Zabriskie Point e Great Salt lake, il lago salato, attraversando California, Utah e Nevada. Comincio col dire, senza retorica, né timore reverenziale, che ho preferito di gran lunga le dune lunari di Zabriskie Point al film di Michelangelo Antonioni.

Non vorrei scomodare la battuta di Gassman alias Bruno Cortona su Il Sorpasso ma “c’ho fatto ‘na bella pennichella”. Sul film. Invece il paesaggio di Zabriskie Point è un colpo al cuore. manco fossi Gino Paoli. La luce ti acceca. Sono i riflessi sul bianco delle dune. Non perdi la strada.

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Zabriskie Point è composto da sedimenti provenienti dall’antico lago, chiamato Furnace Creek, prosciugatosi 5 milioni di anni fa, molto tempo prima della formazione della Death Valley.

Zabriskie Point
Zabriskie Point

Il nome Zabriskie lo dobbiamo a Christian Brevoort Zabriskie, che nei primi anni del XX secolo fu vicepresidente e general manager della Pacific Coast Borax Company, famosa per l’estrazione e il trasporto di borace dalle miniere della Death Valley tramite i twenty mule teams, pariglie composte da diciotto muli e due cavalli.

La Death Valley  è, invece, una depressione che fa parte del Grande Bacino (Great Basin) e si estende fra Sierra Nevada in California ad ovest e Stato del Nevada ad est. La valle, che avrei voluto percorrere volentieri in moto, e, se Dio me lo concederà, lo farò in una prossima “escursione” nel mondo, è lunga 225 chilometri e larga circa 40.

Immancabile foto di una parte del gruppo
Immancabile foto di una parte del gruppo

Il parco è lungo 170 chilometri e penetra a Nord per un breve tratto in Nevada. Nella Death Valley una volta c’era il mare. Come cambia il volto della terra. Peggio della Hollywood al silicone.

Il clima della Valle della Morte fa parte della zona climatica del Deserto del Mojave ed è decisamente arido. A causa della disposizione orografica, su tutto il territorio piovono da 3 a 6 centimetri d’acqua all’anno. Da maggio a settembre la temperatura di giorno è in media sui 45 °C con delle punte anche oltre i 50 °C. La notte scende sui 35 °C.

Il Grande Lago Salato è quanto oggi resta del lago Bonneville, un vasto bacino preistorico che si è in gran parte prosciugato. Il lago si trova ad un’altitudine media di 1.280 m. Ha una lunghezza di circa 120 km e una larghezza che varia tra 48 km e 80 km.

Great Salt Lake
Great Salt Lake

Ci cammino con piacere. Penso a Gesù che distende le acque del lago di Tiberiade e infonde fiducia a chi non ne ha. La terra cambia volto per mano degli uomini ma lui no. Continua a infondere fiducia. Nonostante gli uomini.

Camminando sul Lago Salato
Camminando sul Lago Salato

Sulla superficie del lago salato prosciugato leggo scritte, in italiano e non, attribuibili ai soliti acefali che ancora sono in cerca di senso.

Con la nostra permanenza a Las Vegas, termina anche la convivenza “coatta” col gruppo. Che dire? Saluti di rito, mance a destre e mance a sinistra e finalmente ce ne andiamo. Rimaniamo in 4.

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Ci dirigiamo a prendere l’automobile noleggiata con cui gireremo ancora qualche giorno per terminare la nostra vacanza a san Francisco. Non ci mancheranno né l’assalto ai posti migliori, né le canzoni da gita scolastica, per la verità, nemmeno la compagnia in generale.

In automobile tocca fare attenzione. Se sfori il limite, non si sa come, magicamente, arriva State Trooper e sono dolori. Proprio come da noi che se ammazzi qualcuno, trovi un coro di sfaccendati che chiedono scusa all’imputato con buona pace dell’ucciso.

Da Las Vegas ci dirigiamo verso Yosemite e San Francisco, passando per la vecchia città abbandonata che risponde al nome di Calico.

Durante questo percorso, dormiamo per una sera in un complesso di case che sembra più abbandonato di Calico. Non incontriamo nessuno. La cittadina è frequentata meno del bosco dove trova rifugio Rambo nell’omonimo film.

Anzi in quel caso, col putiferio che ha scatenato, un po’ di movimento c’è. Qui, zero. Di sera e di mattina. Vado a fare colazione, peregrinando alla ricerca di un bar, che mi sento come Will Smith su Io sono Leggenda.

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La mattina puntiamo a Yosemite. Prima facciamo tappa a Calico. Devo dire che il Vecchio West al Luneur di Roma quando ero piccolo e soprattutto quando il Luneur era il Luneur, un sogno per molti, un divertimento per tutti, dico il Vecchio West, era quasi meglio.

Per carità, Calico è da vedere. Però sa un po’ di finto, di teatrale, di Cinecittà nei film Spaghetti-Western. Calcico si trova nel sud della California. Era un centro minerario tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo.

Calico
Calico

Le miniere di Calico producevano argento per un valore compreso tra i 13.000.000 e i 20.000.000 di dollari. Agli inizi del nuovo secolo, però, a causa della caduta del prezzo dell’argento e l’esaurimento dei giacimenti di borace, la città viene abbandonata dai minatori.

Nel 1907 è già una città fantasma. Il recupero della città avviene all’inizio degli anni Cinquanta, con un’opera di restauro intrapresa da Walter Knott.

La città dei minatori
La città dei minatori

Giungiamo a Yosemite nel primo pomeriggio. Dobbiamo arrivare a San Francisco prima di sera e sono ancora circa 300 km. Se non vogliamo fare la fine di qualche personaggio delle migliori puntate di Criminal Minds, perdendoci tra strade che quasi quasi nemmeno il navigatore conosce e rischi risponda: vai come viene, il parco lo giriamo con lo stesso ritmo di una combriccola di coreani che girano per i musei vaticani all’ora di chiusura.

Yosemite
Yosemite

 

Le sequoie chiamate le tre sorelle
Le sequoie chiamate le tre sorelle

E si sa, la fretta non aiuta. Sequoie a non finire, parecchio movimento che sembra la domenica ai castelli romani, il posto è bello ma non c’è la concentrazione necessaria. Pensiamo a San Francisco. Tra i punti di interesse principali del parco troviamo la Half Dome, un’altissima roccia di granito alta oltre 2700 metri che sovrasta il parco; dalla cima possiamo si può godere di un panorama fantastico, peccato che occorra essere discreti scalatori per arrivarvi.

Da non perdere le magnifiche Yosemite Falls, le più alte cascate del parco che raggiungono nel loro punto massimo ben 735 metri. Il Glacier Point a 2100 metri di altitudine è uno dei punti panoramici più interessanti.

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Arriviamo a San Francisco alle 23. Praticamente come fossimo andati a sciare una domenica d’inverno, l’orario di rientro è quello, io che non scio. Cena veloce in un terribile locale cino qualcosa che la cosa più decente è la salvietta per pulirsi la bocca. Ma, come sperimenta chi passa per la realtà della vita, quando si ha fame, si diventa tutti più indulgenti e meno idealisti.

Dormiamo in un bell’albergo che appare come una tipica casa americana dei film di Woody Allen quando parla di “patata-passera”. Salottino e finestre ballatoio sulle strade di San Francisco, nemmeno fosse un film, atmosfera rilassata e accogliente.

La mattina dopo, San Francisco ce la “calchiamo” a piedi. Tanto per cambiare. Occhio a non prendere la strada sbagliata, Se succede, e si incappa in qualche vicolo fuori mano o appannaggio di qualche gang, si rischia qualche fastidio.

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Colpisce vedere agli angoli delle strade questi gruppetti di facce poco raccomandabili, neri e non, di tutti i tipi insomma, che confabulano e controllano il territorio. A noi, ad esempio, uno spiantato, bianco, abbigliato tipo Platoon ci urla dietro semplicemente per il fatto di essere turisti, italiani per giunta.

Manco fossimo arrivati da Mondragone a casa Bossi quando il Trota era di là da venire. In tempi di gloria, insomma. Questo simpatico spiantato, è in evidente stato di alterazione psicofisica. Facciamo gli indifferenti peggio del romanzo di Moravia e lo lasciamo che urla. Forse starà ancora lì che strilla. Se ne sarà mica accorto che sono anni che siamo tornati? Lo lascio pensare.

San Francisco mi riporta subito al mio mito: l’ispettore Callaghan. “I pareri sono come i coglioni: ognuno ha i suoi”. Basta questo per farmelo amare, “Dirty Harry”. Al posto di Callaghan, a San Francisco, notiamo il poliziotto di quartiere.

Atmosfere "Dirty Harry"
Atmosfere “Dirty Harry”

Che non è la farsa inventata qui da noi. Lì ti trovi davanti una via di mezzo tra Robocop e Cobra, in moto, armato fino a denti, a volto coperto, che se succede qualcosa, ti piomba addosso come da noi Equitalia. E sono volatili amari.

Le strade su e giù, giù e su, di San Francisco, le percorriamo in taxi. Optiamo questa soluzione per visitare il Golden Gate che, appunto, a vederci Callaghan, è un nanosecondo. Degno di nota è il tassista che ci scarrozza.

Il Golden Gate
Il Golden Gate

 

Golden Gate, altra prospettiva
Golden Gate, altra prospettiva

Viaggio in America (2° parte)

Un simpatico signore libanese, dico senza ironia, che sembra Rossi di Criminal Minds. Ci porta a zonzo e poi ammirare il panorama sulla baia e sul Golden Gate. Attende che facciamo foto con pazienza zen. In effetti, che gliene frega. Mica lo fa gratis. Da lontano, vediamo anche il famigerato carcere di Alcatraz, ancora Eastwood in un grande film.

Alcatraz
Alcatraz

 

Lo stile di San Francisco mette insieme architettura moderna e stile vittoriano. Per il resto, strade ampie, negozi alla moda e struscio tipico. Senza gli eccessi della globalizzazione che troviamo da noi, in Europa. Già, gli americani, la globalizzazione, la esportano, come la democrazia.

San Francisco
San Francisco

 

Viaggio in America (2° parte)
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Viaggio in America (2° parte)
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Per il resto, quel poco di tradizione che hanno, se la tengono stretta. E guai a chi gliela tocca. Certi palazzi rievocano il razionalismo dell’architettura fascista:   ordine e volontà di potenza. Soprattutto i palazzi finanziari, guarda caso.

Siamo arrivati alla fine di questo viaggio. Lasciamo San Francisco e casa Allen. Si torna a casa.

Esperire il mondo per non soggiacere al mondo.

Affascinante America, contraddittoria America, non mi hai deluso. Tornerò di nuovo a trovarti. Questa volta senza gruppo, deo gratias. Visiteremo i fari di Cape Cod, Boston, il Massachusettes e il New England per arrivare sino a New York.

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Daniele Del Moro

Scrivo da sempre, per fuga e per necessità. Scrivo per starmene da solo. Scrivo come cammino o vado in moto. Per rinascere ogni volta.

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