7 Aprile 2020

18 Regali, per capire il dono della vita

18 Regali, per capire il dono della vita
18 Regali, per capire il dono della vita

18 regali. Andiamo a vederlo questo film presagendo il magone. Ce lo hanno descritto in due versioni. Da una parte bello, commovente, dalla lacrima facile, dall’altra come una pericolosa deriva all'”orchitismo”, un autocompiacimento alla sofferenza che trasforma un’ora e mezzo di cinema che vorrebbe essere “evasione” in una tortura. Sì, 18 Regali rischia di essere questo.

In realtà, sulle vette del cinema che ancora resiste, il film sventolerà come un vessillo di storia ben fatta, tra l’altro su autentica realtà, capace di fare come Re Mida con l’oro: solo che qui la vita nel dolore si trasforma in vita sempre da vivere. Sempre.

18 Regali, si inizia

Si entra in una delle sale sconosciute del noto Cinema Adriano, nel panorama delle sale all’americana, tutte luci e popcorn, questa fa un gran bell’effetto. In tutto sarà 30 posti, in pratica un cineforum.
Assisi sulla cadrega per benino, si butta un occhio ai presenti. Un dettaglio sempre interessante per capire in anticipo umori e psicologie del film. Qui abbiamo la signora ciarliera che sotto tortura si ammutolisce, grazie a Dio, quando si fa buio in sala, la coppietta mano nella mano, la signora sola che sfoga le sue intemperanze sessuali in un bicchierone di popcorn che, al confronto, le birre degli Hooligans sono in quantità modesta.

Sssh, si parte tra qualche telefono che vola in terra e la signora ciarliera suddetta che mastica parole veloci nemmeno fosse l’indimenticabile Sandro Ciotti a Tutto il calcio minuto per minuto. Cronaca a parte, iniziamo la visione con il sospetto alimentato dai giudizi anticipati. La paura del magone sta in agguato come Salvini col governo Conte. Ma piano piano che la pellicola si dipana capisci che chi te lo ha raccontato, forse, ha visto un altro film. Non 18 regali. Insomma, temi che sia dura arrivare alla fine e invece ti ritrovi all’uscita che è un attimo.

Il film

Il film, per la regia di Francesco Amato, racconta la storia vera di Elisa Girotto. Prima di morire ha lasciato alla figlia regali da consegnarle fino ai 18 anni d’età. Una vicenda struggente quella di Elisa Girotto, morta a 40 anni, in seguito ad un cancro al seno di rara aggressività, ma con un finale sorprendente che lascia spazio al sorriso e, perché no, alla speranza. Non solo dell’amore genitoriale che continua dopo la morte stessa ma di una “presenza” che forse non è solo nella nostra mente come desiderio bruciante. La pellicola è realizzata con la collaborazione del marito di Elisa, Alessio Vincenzotto, sposato poco prima di morire.

Durante tutto il film, bellissima trovata, Anna, la figlia di Elisa, giovane problematica, nel giorno che compie 18 anni, in preda alla sua inquietudine, esce di casa e viene investita. Si ritrova in coma e a soccorrerla e nientemeno che la mamma Elisa. Benedetta Porcaroli, nel ruolo di Anna, è bravissima. Già apprezzata nella serie Baby, qui è ancora più centrata. Per non dire di Vittoria Puccini che magistralmente interpreta Elisa e Edoardo Leo nella parte di Alessio Vincenzotto.

Il film, dunque, illustra la sofferenza di una futura mamma che si trova in un attimo a fare i conti con una realtà terribile. Ma che non diventa autocompiacimento. Anzi, la sofferenza è un invito alla vita e a goderne di ogni attimo. Per costruire “bellezza” e solide relazioni. A guardare al mondo senza disperdersi nelle consuete beghe che spesso ci fanno dimenticare la gioia di ogni giorno. A non perdere la fiducia, a resistere davvero. Usque ad finem.

Ci sono momenti memorabili in questa pellicola dove mamma e figlia godono di ciò che non hanno potuto avere a causa del destino ma che nel coma, nel sogno possono ritrovare. La scoperta della loro relazione culmina nella preparazione delle frittelle in casa quando immergono le loro mani unite nella pastella, questo toccarsi è splendido, e nella lettera finale che Elisa scrive ad Anna mentre sta partorendo. La piccola, appena venuta alla luce, emerge dalle “acque” e viene avvicinata al volto di Elisa. Smette di piangere e sembra sentire l’odore della mamma che nello stesso attimo se ne va.

Poi il film riprende con il giorno del diciottesimo compleanno della ragazza. Con Anna che indossa il vestito che la mamma le ha acquistato, la stessa scena che vivono insieme nel sogno, coma o realtà altrove che sia, e con la consegna della lettera scritta dalla mamma prima di morire. Anna ha capito già molto delle asprezze della vita. Però, ora, il vissuto di sofferenza si trasforma in fiducia perché ha “visto” e “vissuto” la mamma.

Anche la scena finale, mentre indossa il vestito, non fa piangere, fa sperare. Una voce, quella della mamma, mentre lo indossa, dice: nemmeno un paio di scarpe hai da metterci. Anna sorride pacificata. Musica, si gode finalmente il suo diciottesimo regalo. Corre ad abbracciare amici e parenti. La mamma non c’è ma la mamma è là. Più pace e meno disagio. Per sé, per gli altri, per le mamme e le figlie che affrontano i percorsi difficili dell’esistenza, come tutti noi. Per questo il film è particolarmente bello. Perché aiuta a riflettere, a far capire come una donna o un uomo malato di cancro possano pensare e vivere mentre intorno ci si chiede perché. E soprattutto perché insegna a non mollare, a fare di necessità virtù. Anche quando tutto sembra perduto.

Daniele Del Moro

Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Direzione e coordinamento di redazione per Scrittore In Viaggio e per Green Planet News, quotidiano online e studio di editing e progettazione grafica.

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Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Direzione e coordinamento di redazione per Scrittore In Viaggio e per Green Planet News, quotidiano online e studio di editing e progettazione grafica.