Anni Ottanta, divertimento, nostalgia e tanta musica

Anni Ottanta, un viaggio attraverso anni spensierati che per molti di noi,  coincidevano con l’ebbrezza della gioventù

Abbiamo bisogno di spensieratezza. Io, che sono figlio degli anni Ottanta, mi traghetto molte volte col pensiero a certi momenti. La musica l’ho vissuta dal vivo negli anni Ottanta. Suonavo e facevo concerti. Era davvero un “nuovo miracolo economico”, non di quelli alla berlusca o forse è solo la mia nostalgia di gioventù a farmi idealizzare gli anni Ottanta?

Tutto comincia dopo i mondiali del 1978. Il Settantasette e il punk stanno per diventare post. Ai mondiali di calcio l’Argentina ha battuto in finale l’Olanda di Re Cruijff, che però non gioca per protestare contro il Regime, alla sua seconda finale dopo quella con la Germania del 1974. Non c’è niente da fare.

L’Olanda gioca un calcio strepitoso ma per due finali consecutive si trova davanti la Germania di kaiser Franz Beckenbauer e l’Argentina del Conducator Menotti, quella che fuma in giacca blu in panchina e sembra un ufficiale nazista. Gli argentini lo sanno, di essere protetti, al governo ci sono i generali di Videla e i giocatori menano più dei “falconisti”. L’Italia sarà l’unica squadra a battere l’Argentina campione del mondo e il calcio azzurro del 1978 sarà, a mio avviso, il più bello giocato dall’Italia in tutta la sua storia.

Io vado a scuola. Passo dalle medie al liceo e in un attimo mi ritrovo alla maturità classica. È il 1983. Ci si riunisce a casa di una nostra amica, punk e post-punk, ad ascoltare musica e a guardare Videomusic. Pippi, come è soprannominata questa straordinaria amica, icarna alla perfezione l’energia tutta anni Ottanta, tiene banco tra proposte di nuovi gruppi e sberleffi alla Ruota della Fortuna condotta da SuperMike. Pippi si veste come Howard Jones.

La situazione politica è quello che è, tra rapimento Moro, Ustica e strage di Bologna, fatti che solo apparentemente appaiono disgiunti. In ogni caso, si parla ancora di politica quando decenni dopo troneggerà il regno della fuffa e dell’imbroglio.

Paninari, pensiero positivo, edonismo reaganiano, drive-in e il rock-barock delle discoteche con le feste ad ascoltare Falco, gli Alphaville, Pop Muzic, i Duran Duran e gli Spandau. Tanto per citarne alcuni. Il conflitto nella testa che avviene tra ciò che vogliamo ricordare e ciò che vogliamo dimenticare, nel caso degli anni Ottanta per me è solo ricordare.

E il ricordo diventa mito. Forse perché è più facile idealizzare il passato, forse perché la nostalgia canaglia fa parte di me, tant’è che la storia degli anni Ottanta con le proprie contraddizioni e rivoluzioni mi affascina.

È indubbio che la spensieratezza di quegli anni giochi un ruolo fondamentale. Il potere esercitato sull’immaginario collettivo riesce ad influenzare ancora il presente. Molti più, almeno per me, degli anni Sessanta, che mi dicono poco, e degli anni Settanta che, se non fosse per qualche gruppo e celebrità musicale, mi dicono zero o quello che non vorrei sentirmi dire, cioè, lasciamo perdere.

L’impegno sociale negli anni Ottanta comincia a trasformarsi in un riflusso nel privato e nella ricerca di un espressione artitstica personale. Io ascolto molto i Japan e i Police. Le zazzere colorate di David Sylvian e dei Police sono un’icona. Ricordo ancora quando in un concerto in piazza ci presenteremo con il mio leggendario gruppo anzi complesso, come si amava dire, The Panjandrum, new-wave allo stato puro, ci presentiamo sul palco in chioma rosa fucsia. Nel 1984 la mia prima automobile, renault 4GTL blu, nuova, 4 anni di rate, 250 mila lire al mese con tanto di bollettini postali.

Anni Ottanta, divertimento, nostalgia di gioventù e tanta musica

Come ha detto uno dei guru di quegli anni Roberto D’Agostino (chi non ricorda una trasmissione cult come Quelli della notte?) si passa “dal sinistrismo al narcisismo, dalla rivolta a Travolta”. In realtà, forse, una ribellione c’è ma è diversa.

Il riflusso nel personale avviene perché gli anni Settanta, tutti sesso, droga e rock&Roll, (mi regalano il 45 di Ian Durie in terza media quando vado in gita a visitare la casa discografica RCA, alla faccia che eravamo adolescenti invitarci subito allo sballo ipotetico) e i Sessanta con la Rotonda sul mare hanno fracassato i cabbasisi a parecchia gioventù. Forse. E allora, si vuole altro. Forse, una ricomposizione colorata di tutta questa drogatissima disperazione degli anni di Manson e dell’hippitudine che di gaio aveva poco. Se non l’evasione nell’amore libero. Negli anni Ottanta passiamo dai Sex Pistols ai Duran Duran, le giacche hanno spalle imbottite, il look ha la sua importanza ma non siamo ancora al delirio ossessivo-compulsivo dell’attualità aristo-dem e fintamente proletaria, caratterizzata dai tratti esotico-Piazza di Spagna.

No, il look diventa parola magica e collante sociale. Non più oppostui estremismi. I giovani si distinguono per lo stile di abbigliamento e il “pensa positivo” diventa un imperativo kantiano perché il futuro è nell’immediato. Sono gli anni della Thatcher e di Reagan che se la intendono. Il presidente americano taglia del 25 percento l’imposta sul reddito d’interesse, aumenta le spese militari e annuncia l’uscita dalla recessione. Sembra un trionfo. In realtà, lascerà un debito pubblico enorme.

In Italia è l’epoca del motto “Torna a casa in fretta, c’è un biscione che ti aspetta”. Nascono le tv private, il Commodore 64, al cinema abbiamo Blade Runner, Guerre Stellari, E.T. e Ghostbusters. Il Boss e Madonna dettano legge. La Veronica Ciccone arriva anche in Italia e nel 1987 il concerto di Torino viene trasmesso in diretta tv con oltre 14 milioni di telespettatori.
I tempi che la musica, molto spesso, la ascolti su cassetta e ti registri gli LP dagli amici che te li passano.

Anni Ottanta, divertimento, nostalgia di gioventù e tanta musica

Lo scenario me lo ricordo, insomma, più che di anni felici, di anni spensierati. Che, considerando la vita, è già una grande ricchezza visto che con l’aumentare della consapevolezza e dell’età i pensieri mordono. Avrei voluto infiniti gli anni Ottanta. Mai finiti, come la mia gioventù, pur non essendo stata facile ma semplicemente gioventù.

Gli anni Ottanta terminano con il crollo del Muro di berlino, il 9 novembre del 1989. Io parto per fare il militare a dicembre del 1989, 9° contingente 89, Cavalleria. Prima di finire ai Lancieri di Montebello farò un mese di CAR a Falconara, il posto più freddo del mondo con le pozzanghere ghiacciate alle 11 di mattina.

Nulla sarà più come prima. Sia per il mondo che per me. Le macerie del muro cambiano tutto, il futuro si fa incerto, tangentopoli non ci porta una minchia, solo una classe politica più inetta e spudorata nel rubare, come ha detto Piercamillone Davigo. E non c’è ancora chi, preso da foga religiosa, ti accoltella per strada. C’è altro sicuramente ma questo tipo di follia, ancora no.

Il rock-barock diventa minimalismo, arriva l’esotismo che fa tendenza e il desiderio di cancellare tutto ciò che siamo. Finisce la guerra fredda e inizia la dittatura su cui aveva ammonito Junger: tecnologia e finanza che sono il Grande Leviatano.

Il mito si fa ricordo. Io finisco il militare nel 1990. Mi diranno: divertiti ora che dopo il militare cambia tutto e sarai più vecchio. La banalità del bene, penso io. In effetti, tutto cambia dopo il 1990. Mi laureo, anni dopo, tra mio padre che mi vuole nella sua atttività e io che appena posso scappo, inizio il precariato militante come giornalista, un precariato mai finito.

Forse aveva ragione lui che mi voleva avvocato ma in fin dei conti stare al negozio con lui mi basta. sarà un errore, forse. Inizierò a fare il giornalista precario solo anni dopo che lui se ne va. Non riesco ad abbadonarlo e sono lacerato tra i miei sogni di scrivere e il dovere di stargli accanto. Rimango, oggi, un giornalista atipico che crede poco al giornalismo indipendente, che si nutre ancora di qualche sogno, senza illudersi, e che non perde la speranza.

Non di avere un contratto, per carità e chi ci crede più. Di continuare ad avere fiducia, a non dermodere, a non cedere al demone meridiano della disperazione. Che certo, il mondo dopo gli anni Ottanza, con i minchioni che ci hanno portato in dono, è un mondo che un pochino rischia di essere “disperante” e straccione. Mentre negli anni Ottanta eravamo tutti Wild Boys, mica Yuppies. Pessimista? Beh, un po’ sì, sono finiti gli anni Ottanta.

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Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Storia delle religioni, scrivo per legittima difesa. Amo la vita e chi me l'ha data.

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