Aspes, il mito con il cuore “Navaho”

Aspes, il mito con il cuore "Navaho"

Aspes Navaho, il sogno proibito dei giovani degli anni Settanta. Appare per la prima volta al Salone di Milano nel 1971 e diventa subito icona di una generazione che ama la moto come la migliore metafora di libertà e di gioia della vita. Pensando al Navaho, vorresti tornare indietro negli anni. Non solo perché eravamo tutti più giovani ma soprattutto per avere ancora la possibilità di acquistare certe motociclette invece che essere circondati da tante cineserie imposte da questa noiosa globalizzazione.

Aspes: l’azienda viene fondata a a Gallarate sul finire degli anni Cinquanta da Teodosio Sorrentino. Il nome deriva dal cognome della moglie che si chiama Aspesi. Inizialmente l’azienda produce biciclette ma è nel 1961 che si dà il via alla produzione di ciclomotori come il Falco e i Modelli Sprint e Sport.

Nel 1967, sulla base del modello turistico S, viene realizzata la versione denominata Cross T (Cross Teodosio) che rappresenta il primo tentativo della Aspes di produrre moto da fuoristrada, in quegli anni particolarmente ambite da giovani che di moto ne capiscono.

Non era ancora arrivata la moda degli scooter che si vedevano, forse, solo al Luna Park. Il Cross T non ottiene grandi consensi ma l’azienda insiste. Nasce il modello Cross, nelle varianti Cross Special ’68 e Cross Special ’69.

Aspes Navaho, il desiderio proibito

Il 1970 è l’inizio del momento migliore per Aspes. Viene lanciato il modello Apache 125, con cui la Aspes inaugura la tradizione di battezzare i propri modelli con nomi delle tribù degli indiani d’America. La moto montava forcelle Ceriani da competizione, telaio in acciaio trafilato e motore Maico a disco rotante da 18 cavalli.

L’azienda inizia anche a produrre moto da competizione per partecipare al Campionato italiano Juniores di velocità. Arrivano anche i primi successi sportivi con il modello Cross Special 71 e Felice Agostini (fratello minore del pluricampione iridato Giacomo).

Aspes presenta al Salone di Milano del 1971 il Navaho, una di quelle moto che avrà largo successo tra i giovanissimi. L’ Aspes Navaho montava motore Minarelli P6 a 6 marce con il P4 a 4 marce. I modelli costavano 245.000 lire il P6 e 235 mila lire il P4. Il prezzo alto era giustificato dalle soluzioni tecniche e stilistiche particolarmente interessanti.

Come i parafanghi e il serbatoio in fibra di vetro disponibili in vari colori metallizzati come turchese e arancio. In entrambi i casi, risplendevano come il migliore dei cieli azzurri e il suole più infuocato delle giornate estive.

Il serbatoio aveva una ridotta capacità, poco meno di 3 litri. Punto forte era il telaio, dipinto in nero lucido, a doppia culla chiusa inferiormente e con i tubi di rinforzo su cui poggiavano sella e serbatoio. Il forcellone era infulcrato su rinforzi in lamiera. La forcella con gli immancabili soffietti in gomma nera era di ottima qualità, a firma della stessa Aspes.

Aspes Navaho, il motore

Il motore del Navaho aveva testa in lega leggera a pianta esagonale alettata; le alette erano disposte in parte obliquamente per convogliare l’aria verso la candela. La potenza dichiarata è 1,5 cavalli 6.000 giri. Il motore, con compressione 1 2:1, forniva 5,5 cavalli a 8.700 giri, con velocità massima di 75 km/h. Ovviamente, la prima modifica, cambio getto al carbutratore e una bella marmittina svuotata per dare ancora più corpo al suono. Passaggi obbligati per chi lo aveva in quegli anni.

Aspes, il mito con il cuore "Navaho"
Aspes, il mito con il cuore “Navaho”

Il cambio aveva prima, seconda e terza ravvicinate, la quarta, un pò più lunga e staccata, la quinta e la sesta sono quasi uguali. Quando partiva te ne accorgevi. Il Navaho era apprezzato per indubbie qualità come la linea esclusiva e decisamente bella, la robusta forcella, le colorazioni, il telaio e il peso particolarmente contenuto.

C’erano anche alcuni difetti, pochi in confronto al resto. Il serbatoio reggeva poco e vibrava, la fibra di vetro con cui erano costruiti i parafanghi, bellissimi da vedersi, li rendevano fragili e facili alla rottura nelle cadute che sempre capitano praticando il fuoristrada. Non a caso sul Navaho ’74 saranno sostituiti con altri in acciaio inox, meno belli ma molto più robusti.

Ancora al Salone di Milano

Sempre al salone di Milano del 1971 “Aspes presenta il prototipo da pista 125 Juniores Velocità che monta il primo motore Aspes, progettato e realizzato dal noto tecnico Gianfranco Maestroni, strappato alla Yamaha Italia. Alcuni prototipi del nuovo motore vengono montati anche su telai Apache e, dopo lunghe fasi di studio e collaudo, la Aspes decide di produrre le motorizzazioni 125 cc in proprio, fondando l’associata ASCO (acronimo di Aspesi Consiglio) che incorpora l’officina meccanica dell’ing. Vito Consiglio di San Martino Siccomario, artefice del processo di sviluppo e industrializzazione” come riportato in un vecchio articolo di In Moto.

Il 1972 vede l’ingresso sul mercato della Hopi 125, erede dell’Apache. Contrariamente alla maggioranza dei costruttori del settore, la Aspes decide di non impiegare il motore Sachs, ma di costruire in proprio il motore. La Hopi avrà un certo successo nel Cross, meno nella Regolarità

Nel 1973 la Casa di Gallarate presenta, al Salone di Milano, la Juma, una 125 stradale con il motore derivato da quello dell’Hopi. Un fulmine da “smanettata” compulsiva. La moto entrerà in produzione dal 1974, ottenendo un buon successo in Francia, dove sotto le insegne dell’importatore BPS si dimostrerà imbattibile nelle competizioni per moto di serie. La Juma si dimostrerà la 125 più veloce in commercio (135 km/h di velocità massima).

Aspes, il mito con il cuore "Navaho"

Aspes, il declino

Sulla fine degli anni Settanta la Aspes entra in crisi. Il Navaho subisce la concorrenza di altri modelli,  l’Hopi ha scarso successo (dovuto a un motore più da Cross che da Regolarità), mentre la Yuma è sì la più veloce della sua categoria, ma è anche la più cara.

La Aspes cerca di trovare una soluzione proponendo ciclomotori di stampo tradizionale (il “Sioux”) e una 125 meno spinta della Yuma (la “Yuma TSB”), entrambi i modelli di scarso successo.

L’avventura della Aspes si conclude nel 1982, quando la Unimoto (nata a Cesena nel 1980 dalle ceneri della Milani) assorbe l’azienda di Gallarate, utilizzando il Marchio Aspes sino al 1984 prima di cessare anch’essa l’attività nel 1986.

Il 9 dicembre 2008 il marchio Aspes è stato acquisito dalla Menzaghi Motors di Varese dalla famiglia Augelli (Delta s.a.s. di Pilla R & C) che rileva il marchio dal liquidatore della Unimoto, e, nel 2009, nuovi prodotti motociclistici marchiati Aspes vengono distribuiti sul mercato.

Non si tratta, però, di una ripresa produttiva della storica azienda italiana, tanto auspicata, ma, come accade per tanti altri marchi orgoglio e vanto del nostro paese, di acquisizioni utilizzate per commercializzare prodotti costruiti altrove.

Il nome di Aspes, nonostante il mondo globale e le sue mere logiche di mercato, rimane per noi giovani di quegli anni un ricordo che nemmeno la migliore delle moto più tecnologiche potrà cancellare. Quando c’era l’Aspes, insomma, anche l’Alfa Romeo incuteva timore. Ed era tutta un’altra storia.

Leggi anche

Daniele Del Moro

Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Lettere, gruppo demo-etno-antropologico, con tesi in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Direzione e coordinamento di redazione per Scrittore In Viaggio e per Green Planet News, quotidiano online e studio di editing e progettazione grafica.

Altri articoli

Aggiungi commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Daniele Del Moro

Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Lettere, gruppo demo-etno-antropologico, con tesi in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Direzione e coordinamento di redazione per Scrittore In Viaggio e per Green Planet News, quotidiano online e studio di editing e progettazione grafica.

Seguici su Facebook