Autoritratto al radiatore

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Autoritratto al radiatore di Christian Bobin (AnimaMundi Edizioni) è un libro straordinario.

Quando leggi i libri di colui che è stato definito lo scrittore “del silenzio e delle rose” ne esci sempre un pò trasformato. In Autoritratto al radiatore puoi mettere gli occhi e affondare la mente e il cuore su brani di questo tipo: “La bellezza è un modo di resistere al mondo, di reggere davanti ad esso e di opporre al suo furore una pazienza attiva”

Oppure: “L’allegria, ciò che io chiamo così, è il minuscolo e l’imprevedibile. Un piccolo martello di luce che colpisce il bronzo della realtà. La nota che ne esce progressivamente si propaga nell’aria, sino in lontananza. Quando siamo allegri, Dio si risveglia… Il nostro unico lavoro è prenderci cura della vita. E’ condotto felicemente a termine quando coloro che amiamo possono trovare il loro nutrimento lontando da noi, malgrado la nostra assenza – e forse: grazie alla nostra assenza”. Potrei citarvi parola su parola di questo libro e farvene sentire tutta l’intensa luminosità. Ma voglio, in realtà, andare controcorrente e parlarvi dell’introduzione al volume.

Quando ho letto quanto scritto da Giuseppe Conoci, figura di editore di profilo, dai tratti vagamente “eroici”, considerando i tempi in cui viviamo e la passione indomita che infonde in AnimaMundi Edizioni, per diffondere la bellezza di tante pagine, sono rimasto prfondamente colpito.

Perché solo chi ama la bellezza, riesce a trovarla e a raccontarla, a spiegarla con tale nettezza. Ecco alcuni brani tratti dall’introduzione: “Autoritratto al radiatore è giunto tra le mie mani per vie traverse. La prima volta che ne ho ‘sentito parlare’ è stato leggendo la splendida introduzione scritta da Mario Bertin a un altro libro di Bobin, Elogio del nulla… Poche frasi citate qua e là in quella introduzione sono bastate a farmi intuire che sarebbe stato un libro prezioso in grado di sfamarmi… Mi sono nutrito a lungo dell’aria che attraversa le sue pagine, ho trovato in esse rifugio, portandolo con me in tasca ovunque andassi e leggendolo in qualunque momento sentissi il bisogno di ricorrere a quella presenza fraterna, intima, cara. Ho temuto di giungere alla fine del libro e quanto più andavo avanti nella lettura, tanto più rallentavo, per non esaurire quella scorta di ossigeno, per non restare di colpo solo, dopo una così intensa traversata”

Si legge ancora: “Autoritratto al radiatore è un piccolo pezzo di cielo, uno squarcio di paradiso sulla terra. E’ pane saporito, solitudine radiosa, piccola infanzia. Certamente un riparo dai fischi del tempo, dal canto mortifero del mondo, dai buoni propositi persino, dai fantasmi spettrali della ragione. Esso scorre basso in un prato libero. Lo inventa. Apro a caso il libro, leggo le prime frasi su cui scivola il mio sguardo e piango. Ovunque legga, immancabilmente piango e nel piangere rido, il mio cuore è in festa. La mia anima saltella come un bambino allegro”.

Ecco cosa riesce a fare una scrittura radiosa. Fa trasalire il cuore, portandolo in festa. Anche se si parla di gravità.

Continua Giuseppe Conoci nell’introduzione al volume: “Il grave e il leggero, la vita e la morte, la terra e il cielo, sono continuamente intrecciati nella scrittura densa di verità e di poesia di Christian Bobin. Non è affatto possibile scindere una cosa dall’altra. Abitano nella stessa casa, nello stesso petto. Si nutrono a vicenda, si tengono compagnia, ridono insieme. Siamo abituati a evitare il pensiero della morte, pensare a essa ci incute timore, ci rattrista, ci inquieta. Vogliamo tenere la morte quanto più possibile a distanza, ignorare il lato grave della vita, essere spensierati. Desideriamo vivere ma che qualità possiede una vita che mai si confronta con la possibilità della stessa fine? Tra il grave e il leggero preferiamo il leggero ma che qualità avrà una leggerezza privata del suo implicito peso? E, allo stesso tempo, una gravità privata del suo implicito riso? La nostra società, il nostro tempo, sembrano valorizzare solo un tipo di intelligenza, quella che esaspera il pensiero – logico, razionale, scientifico, accademico, televisivo – e la potenza, la capacità di articolare il verbo, la parola, per dire qualcosa, per riuscire, per farcela. “Il mondo sente solo quando c’è un pò di rumore o di potenza”.

Ma in questo modo trascura e marginalizza la possibilità di dialogare con altre forme di intelligenza altrettanto importanti, altrettanto sensate. Intelligente è anche un fiore, un ragno, una nuvola, una sensazione indicibile e fugace. Vi è intelligenza negli alberi, negli animali, nei bambini, nei malati, nei vecchi. Costoro sono più vicini alla vita perché non hanno bisogno di trattenerla a sé più di tanto, né di proteggersi da qualunque sventura. Intelligente è il cuore, la sua ampia capacità di sentire tutto ciò che ci accade, tutto ciò che ci circonda e attraversa. La sua innata capacità di stupore, empatia e meraviglia.

In Autoritratto al radiatore Bobin va incontro alle piccole cose, le più insignificanti, le più impotenti, le più minute per incontrarle nella loro essenza nuda e di quelle piccole cose si fa cantore. Quella di Bobin è un’intelligenza che ride in ogni direzione e tacitamente accoglie. E’ un’intelligenza che commuove e risuscita. Per risonanza, evoca nel lettore la sua coscienza profonda, lo riporta in vita.

Quella di Bobin è “un’intelligenza che ama, per puro stupore e meraviglia”. Ecco. Leggendo questa introduzione posso dire di avere ancora più amato Bobin. Per la stessa meraviglia che queste parole riescono a infondere in me, riportandomi in vita ogni volta. Quando incontro sensibilità e bellezza.

E se come scrive ancora Bobin “il cuore è un’intelligenza che viene persino agli imbecilli”, auguro a tanti inconsapevoli di trovare nel proprio cuore quell’intelligenza capace di farli resuscitare davvero, per amare profondamente questa nostra complicata esistenza.  Magari leggendo, tanto e appassionatamente.

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Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia e blogger, scrivo per legittima difesa.

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