Borg, hopperiana icona di solitudine

Borg, hopperiana icona di solitudine
Borg, hopperiana icona di solitudine

Borg, hopperiana icona di solitudine. Il film Borg McEnroe, i quadri di Edward Hopper, il peso del successo e le difficoltà a prendere coscienza delle realtà della vita

Borg, hopperiana icona di solitudine. IceBorg, l’uomo di ghiaccio capace di vincere cinque volte di seguito il più prestigioso torneo di tennis al mondo, quel Wimbledon che una volta ci faceva passare giornate “gagliarde”. Quando la tv di stato non eruttava pubblicità e le partite dell’Italia erano precedute dalla sigla in Mondovisione e in campo si fronteggiavano facce proletarie in maglia azzurra. Altro che il calcio miliardario, tatuaggiato e orecchinato di oggi. Borg McEnroe, film rivisto in questi giorni di “reclusione”. Ai tempi del coronavirus.

Uno di quei film che immaginavo “eroici”. Al pari di Rush, altra magnifica pellicola di cui non mancherò di raccontare prossimamente, che narra l’epopea dei due piloti Hunnt e Lauda. Borg McEnroe è un bel film. Non come Rush. Meno approfondita la psicologia dei personaggi, meno spettacolare il film che è principalmente concentrato sulla storica finale di Wimbledon del 1980, la quinta di seguito vinta da Borg. La storia, in ogni caso, fa vibrare il “muscolo pulsante”, fa rivivere i cinque set di quella partita è pur sempre uno struggente ricordo. Però Rush è altra cosa.

La figura di Borg è “abbastanza” centrata, più di quella di “Crazy John Patrick”. I due atleti affascinavano e coinvolgevano anche i “non addetti ai lavori”. Che dire della battuta di McEnroe e delle sue staffilate? Ad un certo punto del film si sente dire: “Borg è un martello pneumatico, John McEnroe un coltello che ferisce qua e là. Non senti niente e ad un certo punto ti ritrovi a morire dissanguato”.

Di Borg incanta quello che incanta di Lauda: la disciplina e la capacità profonda di convogliare la classe in un misto di “sole e acciaio”. Di McEnroe e di Hunt, avvolgono la genialità maldestra, la classe scomposta. L’illusione giovanile di un mondo perfetto popolato da amori fulgidi ed eroi vittoriosi.

Borg, Hopper, “Escursione nella filosofia”

Di questo film Borg McEnroe non mi è arrivata solo l’epica della storia, l’amicizia tra i due, che forse, peraltro, avrebbe meritato un maggiore approfondimento. No, arriva in modo particolare la solitudine di Borg, l’isolamento del “re” costretto a non poter abdicare.

Borg nella stanza di albergo che cammina a piedi scalzi sulle racchette per testarne l’accordatura assieme al suo fedele allenatore, Borg che siede sul letto da solo, senza Mariana Simionescu con cui ha poco dialogo, un Borg che riporta ad un quadro di Edward Hopper: Escursione nella filosofia.

Nel quadro, un uomo fissa un tappeto di luce, come se si fosse seduto dopo averla raggiunta. C’è una quiete mortale nel quadro, come in tutti i quadri di Hopper. Nonostante questa luce di cui quest’uomo ha estremamente bisogno, la verità non viene accolta ma solo percepita.

Borg, hopperiana icona di solitudine

Il grido di una vita muta, un urlo nel silenzio, una impotenza che in realtà è potentissima. Borg che guarda il vuoto è questa potente impotenza, il pensiero angoscioso del peso delle emozioni che digrignano ma che lui ha reso gelide e contenute dentro di sé.

Dopo l’esperienza della beatitudine, Borg sembra esserne consapevole. La caduta è in agguato, questo essere banditi dall’eternità che farà esclamare a Yukio Mishima, prima di fare Seppuku, “la vita umana è breve ma io voglio vivere per sempre”.

La solitudine dei Numeri Primi

Eccolo il destino della solitudine: la metamorfosi di ciascuno di noi in Adelchi manzoniano: “Soffri e sii grande, il tuo destino è questo”. Nonostante il successo, nonostante i soldi, la solitudine di Borg è totalizzante, è una metastasi dell’anima. Come nel quadro. Una donna è distesa alle spalle dell’uomo seduto sul letto. Per metà è svestita, ha i capelli sciolti.

L’uomo è indifferente, sprofondato in sé stesso. Come Borg in preda all’indecisione e al dubbio di perdere, di non riuscire a entrare nella leggenda. Nonostante il suo mondo simbolico fatto di riti scaramantici e di emozioni soffocate. Sembra voler dire: chi ha fatto un bel sogno non potrà mai tornare alla realtà. Una rappresentazione della distanza dal piacere che sta per sfumare, la consapevolezza che, anche se giovane, è ormai sfibrato, usurato dall’essere il numero uno, ritorna ancora la solitudine dei numeri primi.

Nel quadro l’angoscia dell’uomo corruga la fronte. Forse la donna alle sue spalle è la bellezza stessa che lo ha tradito. Il quadro diventa metafora della vita e dell’eros di cui mette in luce il carattere contraddittorio. Il quadro registra l’impossibile unità, la cultura tragica di una distanza muta, irrisolvibile, l’uomo racchiuso nel silenzio e nella finitudine eternata. Borg è l’uomo del quadro.

Consapevolezza necessaria

In maniera opposta ma identicamente “oppresso” dalla volontà “emulativa” di essere come Borg, è John Patrick McEnroe. Anche lui è solo. Davanti al pubblico di Wimbledon che lo fischia, davanti al mondo che lo contesta nello stile e nelle sceneggiate che ostenta. Tanti lo amano, tanti lo odiano.

Solo perché è consapevole che sarà un fuoriclasse, ma che non diventerà come Borg, la leggenda. Soli entrambi, soli che diverranno amici. Come Lauda e Hunt e, come Hunt, anche Borg finirà per cercare di riempire il vuoto della solitudine angosciosa con l’evasione e la narcosi. Prima delle emozioni, poi della realtà.

La modernità si è nutrita di un sogno irreale di beatitudine, “venduto” dal mondo borghese e teorizzato dalle utopie socialiste. La modernità è l’epoca che più di ogni altra ha identificato il piacere con la vita stessa. Ma di fronte alle contraddizioni che la vita genera, la vita ha sempre di più finito per assomigliare a una morte silenziosa.

Come nei quadri di Hopper. I personaggi che sbarrano l’accesso alle difficoltà, alle contraddizioni, alle emozioni, alla realtà della vita sono le icone più rappresentative di questa vuotezza. Siedono immobili, hanno cercato la felicità senza trovarla o forse l’hanno trovata senza capirla.

Guardano il sole, conducono una vita agiata. Hanno creduto di trovare il godimento costante nel successo e nel piacere ma ora si trovano davanti al nulla e una luce incavata di buio si è insediata nei loro occhi, una luce non recepita.

Un figlio della modernità

Borg, come viene descritto nel film e dalla vita stessa, è un figlio della modernità. Pietrificato in un desiderio di immortalità. Non voler morire ma nemmeno riuscire a vivere fino in fondo. La rete di relazioni è distrutta dalla concezione moderna del tempo e dalla “volontà di potenza”. La vera sconfitta di Borg è questa.

Essere costretto a vincere senza liberarsi dal vincolo. L’essere umano “chiarificato” è anche quello capace di scegliere. Per questo, molte volte, la scelta viene rimandata dall’evasione. Mentre la forza della scelta accordata con il sé chiarificato rimane il cuore del vero potere: quello che si ha su se stessi e sul controllo dei demoni del pensiero: il pensiero-rumore, quello prevaricatore, il pensiero-ideologia e quello intrattenimento.

Come sempre, tutto ciò che riporta al proprio io profondo, alla propria solitudine, alle proprie esperienze, a quella che può definirsi, una certa distanza dal mondo, può avere un immenso effetto. Quando genera consapevolezza e non rimuginio, il pensiero-rumore.

La presa di coscienza del reale e delle sue verità. Si chiama anche maturità cognitiva. In tutti i suoi aspetti che, una volta compresi. mordono meno. Ecco il senso di ogni Escursione nella filosofia, è questo il pathos che in tanti nutrono per certi “compagni di solitudine” come Borg e molti, moltissimi altri che tengono desto, in ogni caso, il proprio cammino esistenziale.

E in questi giorni, non si potrà che essere attratti da tanto profondo desiderio di consapevolezza. Per camminare ancora e ancora meglio. In questi giorni, guardare un buon film può rappresentare una bellissima occasione per riflettere. E rinascere, prendendo consapevolezza.

Daniele Del Moro

Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Direzione e coordinamento di redazione per Scrittore In Viaggio e per Green Planet News, quotidiano online e studio di editing e progettazione grafica.

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Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Direzione e coordinamento di redazione per Scrittore In Viaggio e per Green Planet News, quotidiano online e studio di editing e progettazione grafica.