America, affascinante e contraddittoria

America, contraddittoria e affascinante. Ecco la prima parte di uno dei più bei viaggi che ho fatto. Nonostante fosse di quelli organizzati, in gruppo, dunque non proprio affine al mio “sentire”

Contraddittoria affascinante America. America, West Coast, navajo. Vi racconto, suddividendo l’articolo in due parti per non tediarvi troppo, la mia prima esperienza in America con un tour che mi ha portato in giro per cinque regioni degli Stati Uniti. Per anni, mi sono detto: non ci andrò mai in America. Poi, pistola alla tempia, mi hanno convinto e farci il mio primo viaggio è stato un attimo. Nel modo per me più “claustrofobico” possibile, modello gita di classe, rapporti “coatti” per quasi tutta la vacanza. Io, perennemente in fuga dagli agglomerati “umani”.

La mia “socialità” è nota. Nemmeno i 100 giorni prima dell’esame di maturità ho fatto in “massa” ma con uno sparuto manipolo di asocialisti come me. E avevo solo 18 anni, 1983, figuriamoci nel 2013, anno del mio primo viaggio in America. Non vi dico oggi. Detto questo, viaggio organizzato. Partiamo in 4 da Roma,  primo ritrovo a Los Angeles dopo un voletto di circa 15 ore che per me non è il massimo. Io e l’aereo siamo come l’Isis col bikini. Contronatura. Preferisco andare a piedi e in moto. Ma l’aereo, “te dico fermete”.

Da una parte l’idea di fare il viaggio in gruppo, però, mi fa simpatia. Mi ricorda tanto Vacanze in America e Don Buro, quelli si che erano preti, che “faceva certi fischi da fa imbazzì le bestie”, “quann’era pischelletto”, beninteso. Dall’altra col viaggio in gruppo è un po’ come con l’aereo. Non mi viene naturale, come andarmene da solo a zonzo. Tant’è. Ma se si vogliono percorrere distanze interminabili in pochi giorni e girare più o meno sei stati americani, non c’è che una soluzione: gruppo, pullmann e santa pazienza.

 

 

Contraddittoria, affascinante America

Arriviamo da Roma a Los Angeles nel primo pomeriggio. Albergo di quelli moderni, ascensori esterni tipo Inferno di Cristallo, buffet ricolmo che sfamerebbe mezza Africa. Ho il fuso orario, canaglia, che mi fa lo stesso effetto di papa Francesco quando parla. Ubriachezza da narcosi. L’indomani si parte a macinar chilometri. A Los Angeles, siamo in California meridionale, tra Beverly Hills e Long Beach, oggi c’è l’asfalto bianco, quello che rispetta l’ambiente, non so quanto gli occhi in estate. Ma la situazione è questa. Gli incroci sono larghi, le strade ampie, ti perdi guardando le cime dei grattacieli che pensi a un attichetto tutto libri, vetro e dischi. E chi se ne frega del resto.

Mi colpiscono i senza tetto, molti sono ex reduci del Vietnam, chestazionano praticamente ad ogni angolo della strada, un’umanità sofferente che, al contrario di molti altri luoghi del mondo, non chiede, non importuna, non si avvicina. Semplicemente, è intenta a sopravvivere, “rifugiati” dal mondo. Il tempo di una cena frugale poi il jet lag ha il sopravvento e mi risveglio alla mattina, esordio di inizio-viaggio in gruppo.

America: inizia il percorso

Si comincia a familiarizzare. Degni di nota sono la guida e l’autista del pullmann che ci terranno compagnia per 10 giorni. La guida, Giorgio, risente di varie influenze: un po’ Fiorello alle prime armi, quando faceva l’animatore, un po’ nativo americano, un po’ surfista australiano. Dimostrerà capacità, simpatia, senza fare troppo “l’amico del giaguaro”, il che me lo farà apprezzare di più.

Contraddittoria, affascinante America

 

L’autista, Nathan, è un nero di quelli che in Europa te li scordi. Non solo è impeccabile, elegante, fiero come un guerriero Masai, il fratello di Muhammad Alì. Provvede al nostro mezzo di locomozione in maniera egregia. La sua professionalità dà adito ad una sola parola: chapeaux.

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LOS ANGELES E BEVERLY HILLS

A Los Angeles rimaniamo due giorni. Il tempo di vedere le cose principali. Il Walt Disney Concert Hall, struttura in acciaio satinato dalla caratteristica architettura che non manca di stupire. Gli Universal Studios non sono tra le mie priorità ma ci andiamo. Non mi entusiasmano ma il treno che ci porta dentro alla realtà tridimensionale di  Jurassic Park con i dinosauri che ti corrono dietro e ti vengono addosso ha un suo perché.

Nei due giorni che rimaniamo a Los Angeles ce la giriamo tra Beverly Hills con la celebre Rodeo Drive del tanto amato Pretty Woman, Venice Beach e Santa Monica. Rodeo Drive fa parte del cosiddetto Golden Triangle, delimitato dall’incrocio del Santa Monica Boulevard, Wilshire Boulevard e North Beverly Drive.

Contraddittoria, affascinante America

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Beverly Hills mi attrae più per le strade residenziali con ville immerse nel verde dove quando rincasi non bestemmi per trovare parcheggio che per altro. Immancabile la camminata sulla Hollywood Walk of Fame, la passeggiata hollywoodiana delle celebrità, un lungo camminamento composto da due marciapiedi che corrono lungo l’Hollywood Boulevard e la Vine street, sulla collina di Hollywood. Mi soffermo, durante la passeggiata delle celebrità, sulla stella dedicata a Bruce Lee, mio nume tutelare. Per il resto, mi interessano poco la scritta Hollywood sulle colline in lontananza, il Dolby Theatre, i negozi, l’Hard Rock Café. Mi pare tutto già visto.

Venice Beach con la famosa palestra in spiaggia, la Muscle Beach, dove Arnold Schwarzenegger ha cominciato le sue performances di body building mi dice poco. Invece, la spiaggia di Santa Monica con la United States Route 66 o Route 66 già mi fa respirare l’aria che prediligo.

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La strada è una delle prime highway federali. Viene aperta l’11 novembre del 1926. Originariamente collegava Chicago alla spiaggia di Santa Monica attraverso gli stati Illinois. Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, Nuovo Messico, Arizona e California. La sua lunghezza complessiva era di 3 755 chilometri, 2 448 miglia. La Route 66 è stata la strada della migrazione verso ovest, specialmente durante il dust bowl, l’epoca delle tempeste di sabbia, supportando l’economia delle comunità attraverso le quali passava. Le popolazioni prosperarono per la crescente popolarità della strada, ed alcune di queste combatterono per tenere in vita la strada dopo la nascita del nuovo Interstate Highway System.

La US Route 66 fu ufficialmente rimossa dal sistema delle highway nel 1985, quando assieme alle altre, fu rimpiazzata dallo Interstate Highway System. La strada esiste attualmente con il nome di Historic Route 66. È così tornata sulle mappe in questa veste. Ha, insomma, rappresentato il desiderio di libertà di generazioni che in motocicletta andavano alla conquista della Nuova Frontiera e in cerca di una vita degna.

Ora, i problemi dei viaggi in gruppo sono diversi. Ne segnalo due. Il primo è che la sosta nei posti che si visitano è sempre troppo breve per chi vuole assaporare il gusto delle cose, l’odore delle città e dei paesaggi. Troppo di corsa e troppo shopping. Il secondo, ben più noioso, è che, “eccellenza” del Made in Italy, in pullman capita di dover fare spesso l’assalto a “li mejo posti” ogni giorno. Non dico fare a rotazione, per carità. Ma vedere i furbacchioni del sedile che adottano strategie che nemmeno la Wermacht nel 1939 per cuccarsi i posti più ambiti, beh, è abbastanza seccante. Ovviamente dipende da come capiti, come in tutte le cose. E noi non siamo capitati nemmeno malissimo. Ma certamente, fare tappe anche di 700 km in un giorno, sotto tortura “cori da stadio” e musica improbabile, non aiuta le relazioni sociali. Almeno per come la penso. La moltitudine teme il silenzio come io le moltitudini. Mi adatto e passo alle cuffiette, nei casi più difficili. Musica ad alto volume e via dagli scassaballe.

Ho percorso tanti chilometri e attraversato Nevada, Utah, Arizona, California e Colorado. Partiti da Los Angeles abbiamo iniziato ad entrare nelle “mia America”. Quella dei nativi, di Zagor, di Tex, dei paesaggi infiniti, del deserto, della polvere, delle automobili su strade sconfinate, dei film western, di Balla coi Lupi. Direzione “Castello di Montezuma” e Gran Canyon. Il “Castello di Montezuma” si trova a metà strada fra Phoenix e Flagstaff, sulla I 17, nei pressi di Valle Verde. Non furono gli spagnoli ad abitarlo ma, con tutta probabilità, i Sinagua che per motivi climatici costruirono queste abitazioni nelle grotte naturali.

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Il nome lo dobbiamo agli spagnoli che cercavano oro nelle zone. Vedendo queste costruzioni, pensarono che fossero opera degli aztechi in fuga per il loro imperatore Montezuma II. E il nome è rimasto. A Montezujma Castele si è sviluppato un complesso di venti stanze che ha ospitato una comunità di circa trentacinque persone per oltre tre secoli. Intorno al 1400 la popolazione improvvisamente scompare, e il motivo ancora oggi rimane un  mistero. Lungo la strada, ci fermiamo per ammirare gli straordinari cactus Joshua Tree che hanno dato il nome ad uno degli album più significativi degli U2.

La profonda bellezza del Joshua Tree National Park la dobbiamo alla “mescolanza” di due ecosistemi di natura desertica, quello del Mojave e quello del Colorado. Vento, pioggia e sole hanno fatto il resto. Il parco si trova nella parte meridionale della California, a una cinquantina di chilometri da Palm Springs, tra la Riverside County e la San Bernardino County, al col Mojave Destert e il Desert Bighorn Sheep.

GRAND CANYON

Arriviamo al Grand Canyon nel pomeriggio dopo una breve sosta “on the road”. Il Grand Canyon è la dimostrazione che gli americani sanno vendere pure i sassi. O meglio. Sono immersi in una straordinaria natura e la valorizzano. Nonostante quel che ne pensava lo scrittore francese Drieu La Rochelle che li definiva “un popolo passato dalla barbarie alla decadenza senza aver conosciuto la civiltà”.  Hanno straordinari paesaggi e li valorizzano. Proprio come in Italia. Ironizzo amaramente. Il paesaggio del Grand Canyon, la vastità della visione, ti dà il magone. Sei lì e ti accorgi che la vita è bella e che vorresti vivere sempre, come ricordava Yukio Mishima. Che difatti, per non soggiacere a questo struggimento, se la toglie a soli 45 anni. Il Grand Canyon è un viluppo di rocce e nuvole che produce in me uno stato catatonico, “estatico 2.0”.

Il Grand Canyon è una gola sterminata creata dal fiume Colorado in Arizona settentrionale. È lungo 446 chilometri circa, profondo fino a 1.857 metri con una larghezza che varia dai 500 metri ai 29 chilometri. Per la maggior parte è incluso nel Parco nazionale del Grand Canyon, uno dei primi parchi nazionali degli Stati Uniti. L’orogenesi ha determinato l’elevazione a centinaia di metri dei sedimenti, creando la zona degli Altipiani del Colorado. L’elevazione della regione provocò anche un aumento delle precipitazioni atmosferiche in tutto il bacino del fiume Colorado, non sufficienti però per impedirne il semi inaridimento. L’innalzamento dell’Altopiano del Colorado è irregolare: il confine settentrionale del Grand Canyon risulta più alto di circa 300 metri rispetto a quello meridionale. Quasi due miliardi di anni della storia terrestre sono emersi alla luce grazie all’azione del fiume Colorado e dei suoi affluenti che nel corso di milioni di anni hanno modellato le rocce conferendo loro l’aspetto che incanta oggi.

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Dopo esserci immersi in tanta bellezza, arriviamo a Phoenix, per una notte di sosta. Siamo in un villaggio turistico. La temperatura è terribile. Mi pare di scorgere fuori dalla mia stanza Belzebù in tutti i suoi ardori che mi strizza l’occhiolino. Rispondo: ridi perché non hai mai preso la metro a Roma nelle ore di punta in pieno luglio. Passato il Moloch della cena di gruppo con tanto di spettacolino western, sono quelli i momenti in cui rimpiango la mia umile casa, ci si ritira in stanza dove, sperimentato ovunque, c’è sempre un piacevole dettaglio: una caraffa elettrica con vari tipi di caffè e tè che non mi faccio mancare mai a fine giornata. Per riprendermi dalle fatiche relazionali e ripensare alle “infinità” esperite.

 

MONUMENT VALLEY

 

La mattina, alla solita alzataccia, direzione Monument Valley. Qui, apro una parentesi. All’università, diversi anni addietro, ho fatto diversi esami sugli indiani d’America. Ne ho sempre amato la cultura, i film, i fumetti. Amo e leggo ancora le storie di Zagor Te-Nay, lo spirito con la scure, il re di Darkwood e Tex Willer, Aquila della Notte per i suoi Navajo. Finalmente i Navajo li conosco nel mondo reale, siamo nel loro territorio, un’esperienza che non dimenticherò mai.

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La Monument Valley è uno dei simboli degli Stati Uniti occidentali. La piana desertica è di origine fluviale e si trova al confine tra Utah e Arizona. La città più vicina è Kayenta, a una distanza di circa 70 chilometri. La strada che conduce alla Monument Valley è altrettanto famosa, un percorso rettilineo in leggera discesa che ti porta dentro alla valle, in una avvolgente immersione. La strada principale che porta alla Monument Valley è la Highway 163. Il territorio è prevalentemente pianeggiante, interrotto dalle guglie rosse, a causa dell’ossido di ferro, che vengono chiamate butte o mesas a seconda della conformazione e alla cui base si accumulano detriti di sabbia e pietre.

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La zona è parte della Navajo Nation Reservation, dove ancora vive la tribù che conosceremo e con cui è possibile interagire con discrezione e attenzione. Ci troviamo in un Tribal Park con ingresso a pagamento. Gli indiani gestiscono tutte le attività all’interno della valle, compreso il discusso e costoso View Hotel, inaugurato nel 2009 e costruito sul posto dell’essenziale campeggio che esisteva da 40 anni.

Lì e al vicino Visitor Center si possono contrattare le escursioni in jeep, che è possibile in una certa misura effettuare con il proprio veicolo, e si trovano una discreta quantità di bancarelle sulle quali i Navajo vendono gli oggetti di loro produzione, in particolare gioielli. Al Monument Valley Visitor Center è possibile scegliere di visitare la vallata con una guida Navajo a cavallo della durata di 4 ore circa oppure in macchina della durata di 2 ore. Noi partiamo in jeep. Alla guida un magnifico indiano che sembra il possente Vento nei capelli di Balla coi lupi. Parla poco e scruta l’orizzonte. Chissà cosa pensa di questi ridanciani turisti italiani che non stanno zitti un attimo.

Si pranza in pieno deserto con le rocce a fare da sfondo. Ma questa volta non è il desktop del pc. Siamo dentro la storia, siamo protagonisti dell’avventura. Mangiamo le tortillas preparate dai navajo, una via di mezzo tra il pane naan Indiano e la tortillas Mexicana. Guarnite a piacimento, queste focacce sono buonissime. Soprattutto se il companatico è l’attimo di vita che scintilla tra le mani.

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LAKE POWELL

 

La sera si dorme a Lake Powell. Apprezzerò particolarmente questa sosta. Si cena svincolati dal gruppo e assisto, camminando sulle rive del lago, ad uno dei tramonti più belli della mia vita, un fuoco esistenziale che continua a riscaldarmi ancora.

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Lake Powell è un bacino artificiale che si estende per circa 300 chilometri che si trova all’interno della Glen Canyon National Recreation Area, meta ideale per escursioni di raro fascino. Il giorno dopo, noi ne sperimentiamo una davvero da ripetere. La maggioranza del gruppo opta per il giro in Piper sul Grand Canyon, noi scegliamo di salire in elicottero sul Tower Butte.

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Il costo è più adatto alle tasche di una pensione d’oro che non alle nostre, circa 300 dollari, ma li vale tutti. Ti lasciano su questo promontorio di roccia per circa venti minuti e te la cammini su questa piccola area alla devastante altezza di circa 5000 piedi.

Contraddittoria, affascinante America

 

Contraddittoria, affascinante America

Contraddittoria, affascinante America

 

Che dire? Definirla vista totale è riduttivo. Bisogna esserci per capire davvero. Per gli amanti della fotografia, un paradiso reale.Scendiamo dall’elicottero e non parliamo per parecchio tempo, talmente intenso quello che abbiamo visto. Ci sembra un’esperienza di pura catarsi. Attraversando l’area del Glen Canyon, rimango affascinato dal Navajo Bridge, un ponte del 1927, lungo circa 255 metri posto ad un’altezza di 354.

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COLORADO RIVER

L’ultima parte della giornata è dedicata alla visita dall’alto delle curve del Colorado, il fiume che è la storia del West, che ha disegnato le rocce realizzando in certi punti le caratteristiche insenature a forma di cavallo. Arrivi al punto più alto di questa zona, dopo una breve camminata in un deserto ricolmo dei caratteristici cespugli, quelli che rotolano col vento caldo. Sembra la scena finale del bellissimo Thelma e Louise che molti credono sia stato girato proprio qui, in realtà è Dead Horse Point State Park.

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La storia del Colorado River è un simbolo identitari fondamentale per l’America. Il suo bacino è stato abitato per almeno 8.000 anni, gli ultimi sono stati i nostri amici navajo. Il bacino del Colorado è diventato il cuore della conquista del deserto, e il governo ha speso 4,4 miliardi di dollari per costruire un sistema di canali chiamato Central Arizona Project, che porta la sua acqua a decine di chilometri di distanza.

Contraddittoria, affascinante America

È servita a far prosperare città come Phoenix, ma soprattutto ad alimentare un’attività agricola che ha fatto seppuku. Infatti, realizzando piantagioni di cotone, sei volte più assetate della lattuga, le riserve sono state prosciugate. Dispiace sapere insomma che il fiume simbolo della storia americana stia morendo di siccità tra riscaldamento globale e pompaggi impossibili.

 

La prima parte del mio viaggio in America si conclude qui. Mi sembra di avervi annoiato abbastanza. Se avrete la forza di leggermi e di rileggermi, nella prossima seconda e ultima puntata vi racconterò delle bellezze del Bryce Canyon, di Las Vegas, della Death Valley, di Zabriskje Point, del lago salato, di Calico, di Yosemite per arrivare sino a San Francisco.

 

 

 

 

 

5 comments

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  • Che ricordi questo viaggio. Complimenti per come sei riuscito ad esprimere tutte le tue sensazioni. Attendo la seconda parte con trepidazione.

  • Per ora ho visto solo le foto : meravigliose , come lo sono però anche gli scenari debbo dire. Quanti giorni per un viaggio così? Bello questo partire avendo a disposizione tempo e ”soldini”. Certe occasioni vanno prese al volo. Bravo Daniele. Tornerò a leggerti con calma. Ora vado a preparare la cena. Un bacione. Isabella

    • Grazie carissima, un abbraccio grande e scusa la risposta molto tardiva. Non avevo visto il tuo commento.

Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Storia delle religioni, scrivo per legittima difesa. Amo la vita e chi me l'ha data.

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