Dino Zoff, una leggenda chiamata nostalgia

Dino Zoff, una leggenda chiamata nostalgia
Dino Zoff, una leggenda chiamata nostalgia

Dino Zoff, una leggenda chiamata nostalgia. Dino Zoff e un mondo che non esiste più. Dove il calcio appassionava anche chi non amava particolarmente lo sport

Dino Zoff con quelle maglie pesanti di lana, da portierone, che i calciatori di oggi, pagati, strapagati e poco avvezzi alle fatiche di un tempo, porterebbero solo sotto dittatura. Dino Zoff di Mariano del Friuli, portiere del Napoli e poi della Juventus per tutta la vita. Dino Zoff che risorge dopo i due “sbatafloni” presi nel 1978 dagli olandesi per diventare 4 anni dopo “campione del mondo, campione del mondo, campione del mondo” come risuona ancora oggi la voce di un memorabile Nando Martellini. Dino Zoff al comando di quel manipolo di “eroici” come titolava Il Corriere dello Sport quel magico 12 luglio del 1982, 1.699.966  di copie vendute. Che Italia, quella della famosa partita a carte a scopone con il presidente Pertini sul viaggio di ritorno in aereo aon la Coppa del mondo sul tavolo.

“Vincere a tutti i costi”, scriveva qualcuno nell’intervallo di una finale del mondo negli anni Trenta. E i giocatori, ribaltavano il risultato e il loro destino e vincevano. Come Dino Zoff che ribalta il suo personale risultato e destino nel 1978 dove molti lo danno per finito, arrivando a vincere il mondiali nel 1982. Per tutti gli anni Settanta, Dino Zoff è stato il miglior portiere al mondo. Dinone dei record e dei “ricord”: con la Nazionale è rimasto imbattuto per 1.134 minuti, dal 20 settembre 1972 al 15 giugno 1974, quando nella partita contro Haiti viene trafitto da Sanon al 46′; in campionato ha mantenuto inviolata la porta per 903 minuti nella stagione 1972-73, record rimasto imbattuto per più di dieci anni e superato dal portiere del Milan Sebastiano Rossi nel 1994.

Dino Zoff, quasi un Pallone d’Oro

Sfiora il Pallone d’Oro nel 1973. Davanti a lui c’è un signore che si chiama Johann Cruyff. Alla Juve, in 11 anni, non salta mai una partita. Ne sa qualcosa Massimo Piloni che gioca a malapena qualche amichevole e partita di Coppia Italia. Con Zoff, il secondo portiere, rimane riserva tutta la vita. Con i bianconeri colleziona 479 presenze, vincendo 6 campionati, 2 coppe italia, una coppe UEFA, disputando 2 finali di Coppa campioni, come si chiamava ai tempi, e una di Coppa Intercontinentale.

Zoff insieme a Scirea, Cabrini e Gentile, formerà una delle migliori linee difensive della storia del calcio. È il vincitore più anziano della Coppa del Mondo che arriva nel 1982 dopo il discusso mondiale del 1978. Al mondiale del 1978, l’Italia sarà l’unica a battere l’Argentina di Videla guidata dal Conducator Menotti. Il calcio di quell’Italia sarà tra i più belli della sua storia.

Dino Zoff, una leggenda chiamata nostalgia

Nel 1990 diventa il primo allenatore a conquistare la Coppa UEFA. Le storie di Zoff, di gente come Riva, Boninsegna, Burgnich, Scirea, Rivera, Falcao, Bruno Conti, le vicende della straordinaria Lazio del 1973, della Roma di Liedholm, dell’Inter di Trapattoni, sono storie di un mondo che non aveva ancora ceduto il passo al nulla costruito sui soldi e dalla tirannia del mercato come pensiero unico. Pensiamo a Zoff senza addentrarci troppo nella definizione dei caratteri degli sportivi di una volta.

La sicurezza, la sobrietà dei gesti, la sua impassibilità anche in stadi caldi come quello di Napoli, squadra con cui ha giocato 141 volte prima di passare alla Juventus, hanno fatto di Dino Zoff un personaggio a sé nel mondo del calcio. Una discrezione, un classe che oggi fa apparire il mondo del calcio un’accolita di adolescenti in preda agli ormoni. L’imitazione di Neri Marcoré che gioca su questa impassibilità è straordinaria. Oltre che esilarante.

Il mondo dei “calciatori bandiera”, un’epopea

Era bello tifare per una squadra dove c’erano giocatori della stessa città, i famosi calciatori-bandiera che passavano tutta la vita nella stessa squadra non dandosi al meretricio clubistico. Era bello il calcio di Roger Milla, Thomas N’Kono e dei Leoni del Camerun. Era bello guardare entrare in campo con il viso accigliato Agostino Di Bartolomei. Era bello sentire scandire il nome dopo una staffilata in porta dalla tre quarti. Era bello quel mondo, il Verona di Bagnoli, l’Italia di Bearzot, un padre per i suoi giocatori, le squadre con uno o due stranieri al massimo che si chiamavano Helmut Haller con la pubblicità dell’Ovomaltina, Schnellinger, o brasiliani “spelacchiati” come Altafini che entravano a fine partita con i calzettoni abbassati e ti segnavano il gol partita. Giocatori che il nome lo capivi e la pronuncia veniva facile.

Entrare in uno stadio gremito con la Nazionale in campo era autentica emozione. I bambini cercavano con lo sguardo Zoff che sembrava un impassibile dio dell’Olimpo. Come tanti altri. Un’epopea calcistica. Dove la cornice di un palcoscenico siffatto era il Processo del Lunedì, Tutto il calcio minuto per minuto, la Domenica Sportiva, Paolo Valenti, il Novantesimo Minuto con l’inconfondibile sigla taaarattattatata e lo stadio che si riempiva veloce. Erano appuntamenti distillati nella giornata della domenica o al massimo era il mercoledì di coppe. Non un’overdose sportiva dove non ti rendi conto più di cosa parlano, non una bulimia di facce viziatelle tatuaggiate e orecchinate a cui non affideresti nemmeno il lavandino al cesso da aggiustare.

Per non dire degli inviati e degli ospiti di Biscardi. Presidenti come Costantino Rozzi, Viola o Boniperti non esistono più. Provate a ricordarvi i nomi dei presidenti oggi. Ci vuole l’inteprete. Era un altro calcio. Un calcio che diventava “condivisione” tra padri e figli e quando c’erano i mondiali, non vedevi l’ora di accendere il televisore e sentire la voce di Nando Martellini. Un’orgia che durava minuti a cui tutti partecipavano per sentirsi patrioti, non euroinomani.

Anche Fantozzi col suo vestaglione di flanella, frittatona di cipolle, familiare di Peroni gelata e rutto libero. L’apoteosi della libertà anche per gli eterni condannati. Che bello che era aspettare la Nazionale e vederla vincere in un sabato pomeriggio contro la Finlandia 6 a 1 con 4 gol di Bettega. Era bello sperare di essere invincibili davanti agli scherzi del destino. E per sempre come gli eroi della Locomotiva di Guccini “tutti giovani e belli”. Come Zoff e la sua porta “inviolabile”. E provare ad assomigliargli un po’. Discreto, sobrio, elegante, un vero campione. Destinato a rimanere per sempre un Numero Uno.

Leggi anche:

L’angelo dallo sguardo dolce: la storia di Luciano Re Cecconi;

Borg, hopperiana icona di solitudine.

 

Daniele Del Moro

Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Lettere, gruppo demo-etno-antropologico, con tesi in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Direzione e coordinamento di redazione per Scrittore In Viaggio e per Green Planet News, quotidiano online e studio di editing e progettazione grafica.

Altri articoli

Aggiungi commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Daniele Del Moro

Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Lettere, gruppo demo-etno-antropologico, con tesi in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Direzione e coordinamento di redazione per Scrittore In Viaggio e per Green Planet News, quotidiano online e studio di editing e progettazione grafica.

Seguici su Facebook