Donna, artista, rivoluzionaria, Giuditta vendicatrice: Artemisia Gentileschi e il suo tempo

Donna, artista, rivoluzionaria, Giuditta vendicatrice: Artemisia Gentileschi e il suo tempo
Donna, artista, rivoluzionaria, Giuditta vendicatrice: Artemisia Gentileschi e il suo tempo

Artemisia Gentileschi (1593-1653), trinitaria vocazione alla lotta, in un’epoca in cui tutto questo poteva significare segregazione, emarginazione, violenza. Oggi è l’anniversario della sua nascita. Artemisia fu pittrice, intellettuale, carne e spirito trapassati da una indomita forza di volontà e di affermazione che le permise di andare oltre le violenze subite, le difficoltà economiche, in un supremo anelito alla libertà e alla vita, agognante amore. Come confermato dalle lettere appassionate che scrisse al suo amante Francesco Maria Maringhi, raffinato aristocratico e tenero compagno di una vita.

Artemisia Gentileschi, fascino ribelle, ovvero la forza di essere donna in un mondo di uomini. La mostra inaugurata nel 2017 al Museo di Roma a Palazzo Braschi, Artemisia Gentileschi e il suo tempo, ha reso omaggio allo straordinario talento di questa immensa pittrice, attraverso un percorso artistico di 100 opere provenienti da ogni parte del mondo. L’esposizione è stata realizzata grazie ad un’idea di Nicola Spinosa e curata dallo stesso Spinosa per la sezione napoletana, da Francesca Baldassari per la sezione fiorentina, e da Judith Mann per la sezione romana. È stata abbinata ad catalogo edito da Skira che riporta le schede delle opere esposte, frutto dei più recenti studi scientifici e degli ultimi documenti rinvenuti.

Carattere indomito e spirito di brace

“Ritroverà l’animo di Cesare nell’anima di una donna” scrive Artemisia a Don Antonio Ruffo in una lettera del 1649. Artemisia Lomi Gentileschi, Artemisia Gentileschi, Artemisia. L’ombra del Caravaggio avvolge le opere di questa pittrice che straccia la luce, consegnandola in maniera vibrante ad un continuo amplesso con le ombre. Ne viene fuori una passione che è anima e carne, timore e tremore. Le figure delle sue Giuditte vendicatrici, Cleopatre, Ester, Maddalene, sante, dame o suonatrici, i colori e le ombre con cui Artemisia dipinge rappresentano il monito, l’urlo di un mondo terribile e vendicatore, il desiderio lucido di fare giustizia di una violenza che Artemisia porta fin sotto la pelle delle unghie.

Cresciuta nel mondo del naturalismo caravaggesco, la pittrice si forma nella bottega del padre. La giovane riprende da Orazio l’attitudine a registrare la realtà con una prorompente e profonda intensità, come dimostra il celebre dipinto del 1610, Susanna e i vecchioni. Artemisia sviluppa una spiccata capacità di ritrarre la figura umana, che è il tratto per il quale è più nota e ammirata.

 

Vero è che per troppo tempo prevale, rispetto alla sua grandezza di artista, l’immagine costruita dalla biografia di Anna Banti, ossia quella della bambina violata dall’amico del padre, Agostino Tassi e dell’Artemisia sempre in cerca dell’approvazione del padre. Nella ricostruzione della Banti poi emergono anche altri tratti della figura di Artemisia. Una donna complessa che allontana Pierantonio Stiattesi, uomo amato e padre di sua figlia.

La stessa figlia di Artemisia, nella ricostruzione della critica d’arte, sembra odiare quella madre troppo impegnata a farsi strada con autorevolezza in un mondo di soli uomini. È stata veramente questa Artemisia Lomi Gentileschi? In effetti, dai molti documenti dell’epoca emerge qualcosa di differente.

 

 

L’artista appare pervasa da un vitalismo “rivoluzionario” e da un carattere che fa della sua vita l’iperbole avventurosa di un desiderio di “esserci”. Tra i grandi del suo tempo, nella storia dell’arte. Si fa nuove amicizie, non paga i debiti, è a Venezia, a Napoli, entra in contatto con personaggi di spicco assoluto, raccomandando famiglia e parenti, rimandando consegne di lavori, scrivendo lettere tanto supplichevoli quanto furbe.

Scrive a Galileo di cui è amica. Il suo amante di sempre, Francesco Maria Maringhi, la raggiunge a Napoli. Girolamo Fontanella compone un’ode per lei e negli anni successivi addirittura sette per le sue opere. Parte per Londra, dove raggiunge il padre, e dove rimane anche dopo la sua morte per rientrare poi a Napoli dove lavora molto e molto promette, pur di farsi anticipare danari e colori. Secondo le fonti vien sepolta nella Chiesa di San Giovanni dei Fiorentini. “Heic Artemisia” sulla sua lapide. “Lo spirito di Cesare, nell’animo di una donna”. Artemisia, donna, artista, rivoluzionaria del suo tempo.

 

Il periodo fiorentino: 1613-1620 – Artemisia a Firenze

Nel 1613 Artemisia, dopo la violenza e il processo subiti a Roma, Artemisia sposa Pierantonio di Vincenzo Stiattesi pittore fiorentino. Alla corte di Firenze entra in contatto con il fermento in atto per opera del raffinato gusto di Cosimo II de’ Medici. Durante i quasi otto anni di soggiorno presso la capitale del granducato toscano, Artemisia diviene personalità di primo piano come testimoniato dalle prestigiose committenze e dall’ammissione – prima donna della storia – all’Accademia del Disegno nel 1616.

Per Artemisia Firenze significa un intenso scambio con gli artisti attivi sul suolo toscano nella prima metà del Seicento, primo tra tutti Cristofano Allori, inventore della “poetica degli affetti”. La celebre Giuditta dell’Allori oggi a Pitti, con l’intrigante immagine della Mazzafirra, amante dell’artista, che seduce dall’alto della sua statura brandendo il capo mozzo dello stesso Cristofano nei panni di Oloferne, rimane senz’altro una lezione indimenticata da Artemisia.

Di rilievo assoluto per Artemisia che, lontana dal padre, riesce ad acquisire un proprio stile originale, è la figura di Michelangelo Buonarroti il Giovane (1568-1646), suo mecenate e protettore. Probabilmente è proprio il Buonarroti a fare da tramite tra Artemisia e la famiglia Corsi, e in particolare Laura Corsini, consorte del geniale Jacopo Corsi, l’inventore della Camerata de’ Bardi. Laura Corsini è la probabile committente della Giuditta oggi a Capodimonte, gemella dell’eroina che compare nella tela più tarda e di soggetto analogo oggi agli Uffizi, forse realizzata proprio a Firenze o comunque commissionata e ideata in Toscana, come attestano la composizione scenograficamente più curata in chiave teatrale, la cura dei dettagli e la vesta sontuosa.

 

L’influenza di Artemisia nella pittura fiorentina del Seicento

Il legame di sincera amicizia tra Galileo e Artemisia è documentato anche dall’interesse mostrato, fin dagli esordi, dalla pittrice per gli studi dello scienziato sull’atmosfera. Se nella figura dell’Inclinazione, compiuta tra il 1615 e il 1616 per Casa Buonarroti a Firenze, risulta evidente l’omaggio a Galileo, ancor più palese è il richiamo nella grande tela raffigurante l’Aurora databile al 1625 circa che diventa un riferimento nell’immaginario del Seicento fiorentino come attestano il Ratto di Proserpina di Giovanni Bilivert (1633), il Pan e Siringa di uno dei suoi allievi più dotati, Agostino Melissi, le sensuali bellezze femminili di Francesco Furini, le eroine come la Ghismunda di Mario Balassi o l’Olimpia e le Tre Grazie di Giovanni Martinelli e la Lucrezia di Felice Ficherelli.

1620-1627 Il ritorno a Roma

Artemisia torna a Roma nel febbraio del 1620. Nel 1621 abita in via del Corso con il marito, la figlia Palmira e i servitori e può permettersi anche l’affitto di una seconda casa in via della Croce. Fra gli artisti attivi a Roma in quel periodo, il pittore che probabilmente esercita una maggiore influenza su Artemisia è Simon Vouet, il quale ammira talmente le sue doti da volerla ritrarre in un celebre dipinto. La pittrice si ispira ancora a modelli caravaggeschi, come dimostra il Ritratto di gonfaloniere dipinto nel 1622, o la composizione sviluppata per la Maddalena penitente.

 

Artemisia a Napoli

Nel 1629, lasciata Venezia, Artemisia dopo una breve sosta romana, si trasferisce a Napoli su invito del viceré, duca di Alcalá, che è stato già a Roma suo committente e collezionista, il nobile Don Antonio Ruffo (1610-1678). Si stabilisce un intenso rapporto con gli artisti partenopei, da Jusepe de Ribera e Francesco Guarino a Massimo Stanzione, Onofrio Palumbo e Bernardo Cavallino.

Tra le prime opere dipinte nella capitale meridionale l’Annunciazione del 1630 (Museo di Capodimonte) e la Nascita del Battista del 1635, appartenente a una serie di tele con storie del Santo (Museo del Prado) per l’Eremitaggio di San Giovanni nel parco del Buen Retiro a Madrid, realizzata su incarico del viceré, conte di Monterrey, da Massimo Stanzione, con la partecipazione anche di Paolo Finoglio.

 

Artemisia a Londra

Artemisia raggiunge a Londra il padre Orazio, ormai anziano e malato, che dalla fine del 1625 vi risiede, lavorando prima per George Villiers, duca di Buckingham, quindi, alla sua morte avvenuta nel 1628, per la corte di Carlo I Stuart e della regina Henrietta Maria. Le trattative per avere Artemisia a Londra sono lunghe e complicate e il viaggio appare tra i più misteriosi della pittrice per la brevità del soggiorno e per la scarsità di notizie ad esso legate.

La pittrice giunge in Inghilterra nel 1638 (certamente dopo il 28 novembre 1637, quando è ancora a Napoli) e lascia Londra per fare rientro in Italia circa un anno dopo la morte del padre, avvenuta nel febbraio del 1639, al principio del 1640. Nei suoi viaggi viene accompagnata dal fratello Francesco, agente del re e della regina. La figura di Artemisia Gentileschi affascina come quella del Caravaggio. Quando l’arte riesce a fare luce anche delle proprie ombre.

 

 

Daniele Del Moro

Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Lettere, gruppo demo-etno-antropologico, con tesi in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Direzione e coordinamento di redazione per Scrittore In Viaggio e per Green Planet News, quotidiano online e studio di editing e progettazione grafica.

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