Etty Hillesum, il sigillo dell’anima vittoriosa

Etty Hillesum, il sigillo dell'anima vittoriosa
Etty Hillesum, il sigillo dell'anima vittoriosa

Il mio primo incontro con Etty Hillesum avviene con una fotografia. Il velo in testa, l’espressione assorta, lo sguardo che reca l’impronta del divino, lo stigma dell’infinito che solo assiepa negli spiriti luminosi. Etty Hillesum chiama da quella foto e dice quasi in un sussurro: “La vita è difficile ma non è grave”. Arriva in un abbraccio che solo i “percipienti e percettori” sanno cogliere in tutto il reale fulgore.

Etty Hillesum, il sigillo dell’anima vittoriosa. Il tocco di Etty Hillesum è lo stigma che trascende, il sigillo per gli esseri umani “di buona volontà”, quelli che sanno guardare alla comprensione e all’empatia come azioni per divenire ogni giorno nuove incarnazioni di speranza. La memoria come insegnamento e salvezza, per il presente e per il futuro. Se Gesù dice, “io faccio nuove tutte le cose”, Etty è fedele emanazione di quel Dio che accoglie all’inferno. La sua storia commuove, te la fa divenire compagna. Spesso torna a farti visita durante il giorno, ti viene incontro. Insieme ad altre dolcissime presenze, soldatesse dell’anima vittoriosa. Maria Zambrano, Cristina Campo, Edith Stein, Hannah Arendt. Con loro, accade sovente un dialogo oltre il tempo e le dimensioni ristrettezze della sfera fisica, attraverso il bisbiglio delle loro parole immortali.

Ma con Etty è diverso. Al primo approccio rintoccano nel quadrante prezioso degli istanti che danno senso alcune sue frasi “Chi ha perduto la speranza di esser felice, non può pensare alla felicità degli altri e non può neppure interessarsi dell’altrui infelicità”. Oppure ” Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile ma non è grave: dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà da sé” e ancora “Non sono i fatti che contano nella vita, conta solo ciò che grazie ai fatti si diventa”.

Etty Hillesum, il sigillo dell'anima vittoriosa

Per chi si ferma all’essere giornalista certamente i fatti rappresentano tutto. Ma per chi desidera affondare i denti nella polpa dell’essere di più conta, come ricorda Etty, “ciò che per merito dei fatti si diventa”. Come con il dolore e con la disperazione che talvolta affondano il volto dell’umano della terra aspra delle lacrime ma che una volta rialzati da terra, si guarda l’orizzonte con gli occhi della metamorfosi in atto costante.

Deportata ad Auschwitz Etty Hillesum porta nello zaino che reca con sé una Bibbia e una grammatica russa, lingua della madre. “Eccomi dunque nell’inferno”. A chi oggi piace ancora ironizzare su ebrei, neri, donne, omosessuali, basterebbe mostrare per un attimo “quell’inferno” per perdere, con tutta probabilità, ogni ironia. Anche “così per dire”. Come porsi in ascolto delle urla innocenti che rimbalzano sulle mura insanguinate do ogni mattatoio del mondo. Basterebbe quello per farsi improvvisamente seri, meno “ironici” sulla pelle degli altri.

Ecco, la carne di Etty Hillesum e degli ebrei, come quella degli armeni e di tutti coloro che oggi “trapassano” il mondo con uno stigma di sofferenza e di luce, tutto questo porta ai recettori del cuore la potenza di una diversa possibilità: una scelta d’amore per la vita e per chi ci accompagna in questo cammino con l’esempio prezioso di una stellare radiosità. Come Etty.

Nata nel 1914 in Olanda da una famiglia della borghesia intellettuale ebraica, Etty (Esther, il suo vero nome) Hillesum è una giovane ragazza brillante, con la passione della letteratura e della filosofia. Si laurea in giurisprudenza e si iscrive quindi alla facoltà di lingue slave. Quando si mette alla prova con lo studio della psicologia, la seconda guerra mondiale infiamma l’Europa e inizia il cammino del popolo ebraico verso il Golgota della Shoah.

Il Dio di Etty Hillesum

Etty Hillesum da adolescente studia a Deventer, nel liceo dove il padre insegna Lingue classiche. Prima di ottenere il lavoro nella Sezione di Assistenza sociale ai deportati nel campo di smistamento di Westerbork, è impiegata amministrativa presso il Consiglio Ebraico, ad Amsterdam, dove si trasferisce nel 1932. Lavorare nel Consiglio permette ad Etty di evitare l’internamento a Westerbork. Tuttavia, è lei stessa a chiedere di andare al campo per occuparsi dei malati nelle baracche dell’ospedale. “Mi sento in grado di sopportare il pezzo di storia che stiamo vivendo”, afferma. Da Westerbork, ogni martedì mattina, parte un treno carico di uomini, donne e bambini diretto ad Auschwitz.

Durante gli ultimi due anni della sua vita, Etty Hillesum appunta in un diario personale quello che il destino della sua anima raccoglie. Sono undici quaderni fittamente ricoperti da una scrittura minuta e quasi indecifrabile, che abbracciano tutto il 1941 e il 1942, anni di guerra e di oppressione. Anni che fanno coincidere il piano della storia con la sua maturazione di donna.

“Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile ma non è grave: dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà da sé. Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso; se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo; se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore, se non è chiedere troppo. È l’unica soluzione possibile. È quel pezzettino d’eternità che ci portiamo dentro. Sono una persona felice e lodo questa vita, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra”.

Il Dio in cui crede, rovesciato nella polvere dalla follia nazista, è il Dio di Spinoza. Un Dio a cui Etty dà del tu, “guida e interlocutore, nome di una forza da cercare eternamente e che sempre vacilla. Dio nel fondo fragile del cuore umano, nella miseria. Il sentimento che racchiude in questa parola ha molto a che fare con la fedeltà a se stessa, con la responsabilità dell’esserci”, come si legge su Doppio Zero, nell’articolo Etty, lo scandalo della bontà.

Combattere contro i propri demoni

Scrive ancora Etty: “Le mie battaglie le combatto contro di me, contro i miei proprio demoni: ma combattere in mezzo a migliaia di persone impaurite, contro fanatici furiosi e gelidi che vogliono la nostra fine, no, questo non è proprio il mio genere. Non ho paura, non so, mi sento così tranquilla. Mi sento in grado di sopportare il pezzo di storia che stiamo vivendo, senza soccombere. Mi sembra che si esageri nel temere per il nostro corpo. Lo spirito viene dimenticato, s’accartoccia e avvizzisce in qualche angolino. Viviamo in un modo sbagliato, senza dignità. Io non odio nessuno, non sono amareggiata: una volta che l’amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi, diventa infinito. Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Ora lo so: Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato, anche se non ho quasi più il coraggio di dirlo quando mi trovo in compagnia.

La vita e la morte, il dolore e la gioia e persecuzioni, le vesciche ai piedi e il gelsomino dietro la casa, le innumerevoli atrocità, tutto, tutto è in me come un unico, potente insieme e come tale lo accetto e comincio a capirlo sempre meglio. Un’altra cosa ancora dopo quella mattina: la mia consapevolezza di non essere capace di odiare gli uomini malgrado il dolore e l’ingiustizia che ci sono al mondo, la coscienza che tutti questi orrori non sono come un pericolo misterioso e lontano al di fuori di noi, ma che si trovano vicinissimi e nascono dentro di noi: e perciò sono meno più familiari e assai meno terrificanti. Quel che fa paura è il fatto che certi sistemi possono crescere al punto da superare gli uomini e da tenerli stretti in una morsa diabolica, gli autori come le vittime”.

È in quell’inferno cheEtty impara a pregare, in quegli orrori esperisce quello che Jung chiama “il viaggio notturno per mare”, è il prezzo da pagare. Ma è anche poter resistere nella tempesta. L’ultima cartolina postale la indirizza all’amica Christine van Nooten. La data è del 7 settembre 1943. “Abbiamo lasciato il campo cantando, papà e mamma molto forti e calmi, e così Misha. Viaggeremo per tre giorni. Arrivederci da noi quattro”. Muore ad Auschwitz due mesi dopo, il 30 novembre 1943. Non ha ancora trent’anni.

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Daniele Del Moro

Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Direzione e coordinamento di redazione per Scrittore In Viaggio e per Green Planet News, quotidiano online e studio di editing e progettazione grafica.

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