Fede e fiducia

Difficile avere fiducia. Ancora di più fede. Considerato il mondo.

Ma l’equilibrio passa necessariamente attraverso una sintesi di queste correnti. Importante è trovare stabilità tra i flutti, non arrivare a negarli. Questa sarebbe illusione. La prima disposizione per una vita degna è la speranza e la speranza è una cosa buona come si dice in uno dei miei film più amati, Le Ali della libertà, di cui vi proporrò alla fine di questa riflessione un brano. La speranza è fiducia e la fede una disposizione metafisica della fiducia.

Nessuno può convicermi di avere fiducia, nessuno può portarmi alla dimostrazione dell’esistenza di Dio se non la mia coscienza.

Appunto, la mia disposizione alla fiducia e alla sua parente metafisica, la fede.

Oltretutto, la speranza, come la fiducia, mi aiutano insieme a stare meglio. Il pessimismo no e nemmeno l’ottimismo sciatto, il buonismo che nasconde una innegabile frididità dell’anima. Al pulsare della carne non rispondo in maniera frigida. Dunque, spero.

Credo che anche il dolore più terribile avrà fine. Come la morte. Non potrà affatto vincere sempre. Il solo pensiero di vincere mi fa stare bene. Per una ascesi del cuore e della vita, di fronte alla tentazione nichilista. Ho incontrato sulla mia strada compagne di vita che ancora oggi mi aiutano a far decantare la paura, la fragilità, soprattutto in quei momenti in cui senti di lacerarti definitivamente. La disposizione alla fiducia, allora, mi fa prendere un libro, cercare un brano musicale e ripensare a un bel film.

E la morte interiore se ne va, non sogghigna più, sa che non può farcela. Sconfitta, senza indugio.

Una di queste compagne di fiducia metafisica è Maria Zambrano, allieva di Ortega Y Gasset, scrittrice di un “Sapere dell’anima” e grande amica di un’altra mia profonda passione che è Cristina Campo. Le immagino chiacchierare durante l’esilio romano di Maria e dissertare su molti perché. Le immagino davanti alla finestra, nella casa sul Lungotevere, ferme a contemplare un raggio di sole che entra dalla finestra. In silenzio.

Le immagino, passato l’intensità di un momento di commozione, riprendere a cercare una spiegazione di qualunque folgore dell’anima. Anche di quel pulviscolo nell’aria e intravederci il mistero della vita. In quell’aria trapassata da un raggio di sole. Ecco, fiducia.

A questo proposito, vi riporto un brano dello splendido, Verso un sapere dell’anima (Raffaello Cortina Editore), una raccolta di saggi che Maria Zambrano scrive tra il 1933 e il 1944. La scrittura di Maria è fervida ed è accompagnata dalla onnipresente metafora della luce.

Scrive: “Ogni credenza si fonda su ciò che produce in noi, sull’intima apertura a quanto c’è, la cui maggiore o minore ampiezza delimita la maggiore o minore realtà su cui facciamo conto. Le anime meschine sono tali per la ristrettezza di questa fiducia iniziale, poiché la realtà, nella sua pienezza, è legata a tale capacità di accettazione, oblio e amore, a questo tesoro divino di fiducia e di abbandono. Oblio e abbandono che diventano, in coloro che sono stati chiamati mistici e santi e anche in alcuni filosofi, una vera e propria schiavitù nei confronti della realtà o di un qualche genere di realtà che solo così si mostra nella sua pienezza. I mistici si appoggiano sempre a questa quiete dell’animo, necessariamente affinché la realtà suprema, divina, penetri in esso. Ora, senza entrare nel merito di tale affermazione, e senza mettere in discussione la “credenza”, quello che è indubitabile è il fatto che l’attitudine della vita umana che denominiamo fiducia rappresenta il luogo in cui la realtà appare. Tanto più ampia è la fiducia, quanto più grande la realtà di cui godiamo”.

Continua ancora Maria: “L’uomo cessa di avere fiducia perché niente di ciò che possiede lo soddisfa. Nemmeno gli angeli e i demoni. Nella schiavitù soffoca e la stessa pienezza della realtà lo opprime. Per questo l’uomo è fiducia e apertura a una realtà che nell’immediato non ha; come pure è, al tempo stesso, anima in schiavitù e desiderio di libertà. ferita e lotta violenta, malinconia e angoscia, è sentire il vuoto del mondo come un bambino che si è smarrito in una sera di festa”.

Ecco allora che è determinante il sorgere della speranza, l’aderire della coscienza ad un destino che è autodeterminazione. “Il doversi creare il proprio essere si manifesta con ciò che chiamiamo speranza – sottolinea Maria – La speranza è fame di nascere del tutto, di portare a compimento ciò che portiamo dentro di noi solo in modo abbozzato. In questo senso la speranza è la sostanza della nostra vita, il suo fondo ultimo; grazie a essa siamo figli dei nostri sogni, di ciò che non vediamo e che non possiamo verificare. Affidiamo così il compito della nostra vita a un qualcosa che non è ancora, a un’incertezza. per  questo abbiamo tempo, siamo nel tempo: se fossimo già formati del tutto, se fossimo già nati interamente e completamente, non avrebbe senso consumarci in esso… Deve dunque l’uomo finire di nascere interamente e crearsi il proprio mondo, il proprio posto, il proprio luogo, deve incessantemente partorire se stesso e la realtà che lo ospita”.

Per arrivare in vetta, occorre avere forza, fiducia, fede. Che nelle infinite prove della vita, forgiate nel fuoco del proprio sentire, si genererà una eterna visione di beatitudine. Il solo immaginarla, mi provoca quiete. Portarla dentro, disincrosta le ferite del giorno. Come un sogno di impareggiabile incanto.

La speranza induce sempre a resistere. Nonostante tutto. E dal dolore, portando con sé bellezza e fiducia, si parte per arrivare a Zihuatanejo, in decappotabile rossa, sulla costa del pacifico, con il sole sulla faccia e il vento tra i capelli. Ricordi dal bellissimo film Le ali della libertà.

Forse è così il paradiso. Sole e vento, senza più timore.

 

 

 

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