Hygge, metafora di viaggio e di quiete legata alle atmosfere del Nord

Hygge, metafora di viaggio e di quiete legata alle atmosfere del Nord
Foto di Ansgar Scheffold da Pixabay

Hygge, una parola che ci riporta ad una calda intimità e al silenzio dei ghiacci del Nord. Ad un tacitare l’esterno, per dialogare con le voci “di dentro”, generando un’atmosfera di serenità per sentirci al posto giusto, nella quiete sull’inquieto, nella pace dell’inviolato sull’inviolabile.

Hygge è metafora di un percorso. Il viaggio può essere iperbole di sconfinate solitudini, metafora di una ricerca ossessiva di vastità in grado di riconciliarti col mondo. Il “Grande Nord” è per molti il nuovo self-help dove ambire a ritrovarsi. Tra ghiacci e mute di cani, tra l’erba bagnata e altitudini di inenarrabile “lancinanza” dove il sole non muore mai per molti mesi. Non il sole sfacciato della calura “panica”. No, il sole tanto vicino e tanto distante, quasi centrifugato con l’ammorbidente, quello che ti si piazza addosso e riscalda sempre.

Quel sole che taglia il buio come una lama, trasformando l’orizzonte in un sogno letterario. Il sole di mezzanotte. “Hygge” è probabilmente la parola che meglio rende questa atmosfera, l’incarnazione di un sogno diverso di relazionalità, col mondo e con gli altri. Almeno per me che preferisco il freddo ai sudori estremi.

Hygge, il significato di una parola che racchiude un mondo

Il termine hygge è danese ma la parola ha origine norvegese. Si traduce in benessere e rimanda ad un’altra bellissima parola “hugge”, utilizzata nel Cinquecento, che significa abbracciare. Oppure al termine termine hycgan, pensare, riflettere. In poche parole, non abbiamo il cielo in una stanza. Qui si tratta di un mondo intero. Quello dell’Edda di Snorri.

Libri che celebrano le astmosfere del Nord

Erling Kagge è il primo uomo che raggiunge il Polo Sud in traversata solitaria, l’autore del volume Il Silenzio (Einaudi). Lo immaginiamo sferzato dai venti a raffica, con il volto coperto di ghiaccio ma con il cuore avvolto dal calore di un mondo che sta scoprendo per la prima volta.

Bertil Marklund è l’autore di La guida scandinava per vivere 10 anni in più (La Nave di Teseo), Lars Mitting scrive Norvegian Wood (Utet), volume sulla nobile arte del tagliare e accatastare la legna, l’attrice Marie Tourell Søderberg si diletta con la stesura di Il metodo danese per vivere felici (Newton Compton).

Altro volume interessante che coinvolge l’atmosfera Hygge è quello scritto da Meik Wiking, direttore dell’Happiness Research Institute di Copenaghen. Il titolo è, appunto, Hygge (Mondadori). Al centro del libro, la felicità intesa come capacità di star bene con sé stessi e con il silenzio, strumento concreto per donare alla vita autentica ricchezza.

Il Nord ci riporta ad un mondo misterioso, un materialismo spirituale costituito da aedi della foresta, palpitante di forze nascoste nella natura che giocano al travestimento “nelle apparenze del mondo che le manifesta”.

Esempi concreti di “felicità Hygge”

Ludwig Wittgenstein scrive il suo Tractatus in una casetta su un fiordo, a Skjolden e racconta di una “quieta serietà”. Felicità, appunto, quella che sa guardare l’essenza delle cose tra res cogitans e res extensa. Eccola, la pace industriosa del Pranzo di Babette, mitico film, è hygge, “l’arte di creare intimità”, il “benessere dello spirito”.

Wiking per darci la concretezza del termine racconta di un fine settimana con gli amici in Svezia. Tutto intorno, una spessa coltre di neve, un silenzio di fiaba. Gli amici tornano stanchi in casa e si siedono in semicerchio, intabarrati nei loro indumenti di lana, bevendo vin brulé mentre il fuoco crepita di una sensualità straordinaria, quella che solo gli dei conoscono e sperimentano per dare morsi alla noia.

Uno di loro domanda: “Potrebbe esserci più hygge di così?”. “Manca solo una bufera”, risponde una ragazza. Tutti sono d’accordo. Hygge. Nel libro si racconta anche della passione che i danesi hanno per le candele, altra grande possibilità esistenziale di “hyggità”. Io ne consumo in quantità industriale.

Hygge non è solo joie de vivre, è anche eunoia, quel termine che abbina eu, buono e bello, a noia, mente e pensiero. La risultanza di un pensiero armonioso, apollineo dentro e apollineo fuori, capace di irraggiare benevolenza e serenità.

Come ogni atmosfera realmente hygge. Perché i nostri umori dipendono dalle atmosfere. Non un imperativo sociale, non una questione di immagine come vorrebbero farci credere, non il dovere di essere felici, concetto ambiguo che rischia di tramutarsi in una volontà di potenza a danno di tutte le cose. No, tendere all’hyggità è un’altra cosa.

La felicità emotiva degli ambienti

Una sorta di qualità emotiva irradiata dagli ambienti e dalle cose, come sottolinea Tonino Graffero nel suo volume Atmosferologia (Laterza). Se pensiamo a certe situazioni zen, ad autori come Ideko Yamashita, Fumio Sasaki, Nagisa Tatsumi e soprattutto a Marie Kondo con la sua estetica del riordino, di cosa si parla?

Della capacità di fare ordine per assaporare un benessere a portata di mano. Dall’esterno all’interno. Come risistemare la stanza, fare i piatti, accarezzare e pulire le piante, tagliare la legna o dormire, per il Dalai Lama, “la miglior forma di meditazione”.

Per sottrarci al Grande Leviatano profetizzato da Ernst Junger nel Trattato del Ribelle, non dobbiamo solo farci “waldganger” e “passare al bosco”. Abbiamo bisogno di atmosfera, di Nord e di Oriente, di hygge e di “satori”, di vastità e di silenzi, di Platone e di Seneca.

In articolo apparso sul quotidiano La Repubblica, Pierre Zaoui, docente di filosofia all’Università Paris VII Denis Diderot e autore del volume “L’arte di essere felici” (Il Saggiatore), scrive: “La felicità moderna è immancabilmente destinata ad apparire un po’ sbiadita rispetto alle promesse di godimenti infiniti della fede e del mercato. Significa riconoscere che l’evanescenza della felicità rappresenta il suo limite costante ma anche l’aspetto più raffinato del suo fascino, come una poesia di Verlaine. E ciò, in ogni caso, ci proteggerà sempre sia dalla felicità falsa e smaccata che dai tristi godimenti dei nuovi cavalieri della fede”.

La hygge e la sua capacità di consegnarci alla bellezza intensa di un’atmosfera benevola ci proteggeranno. Come divine entità benevole a soervegliare i destini del mondo e a dire “non prevalebunt”. Almeno proviamo a sperarlo, anche in un periodo così complesso. E anche io, che amo tutto ciò che è Hygge, prima o poi, andrò a Capo Nord. O semplicemente in mezzo ai ghiacci e al silenzio della neve, pronta a ricoprire ogni cosa col suo silenzioso manto di candore, ogni inquietudine che deriva dal mondo.

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Daniele Del Moro

Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Lettere, gruppo demo-etno-antropologico, con tesi in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Direzione e coordinamento di redazione per Scrittore In Viaggio e per Green Planet News, quotidiano online e studio di editing e progettazione grafica.

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Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Lettere, gruppo demo-etno-antropologico, con tesi in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Direzione e coordinamento di redazione per Scrittore In Viaggio e per Green Planet News, quotidiano online e studio di editing e progettazione grafica.

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