Il Primo maggio prima del concertone e dell’Unione Europea

Il Primo maggio prima del concertone e dell'Unione Europea
Il Primo maggio prima del concertone e dell'Unione Europea

Primo maggio, fava, pecorino e valigette in vimini. Di quelle con le scheggine di legno che ti rimanevano sulle dita quando, in preda ai fumi dell’entusiasmo, le aprivi per distendere sui prati, tovaglia, stoviglie e le immancabili delizie preparate da mamma che tintinnavano nella Fiat 128 e la ubriacavano di profumi che gli autentici chef del domani avrebbero presagito come l’apoteosi della masturbazione del food pensiero. Maggio, il mese della Mamma e delle rose. L’inaugurazione della speranza, delle anticipazioni estive. Dove tutto, accanto a un juke-box e sulla spiaggia, poteva accadere.

Le fantasie nostalgiche dell’Italia che sorrideva passano anche attraverso la festa dei lavoratori quando il lavoro era parola e rito. Come quando si festeggiava la libertà perché c’era ancora chi poteva raccontarla. Senza farne intrattenimento. Come era bello il Primo maggio prima del “Concertone” e dello stravacco in stile promiscuità sociale, futura propaganda della Unione dei poteri forti e del “manipolio” delle menti e dei desideri.

Il Primo maggio di una volta. Lo stravacco sovranista era quello dei prati a tutta massa, delle 500 e delle 127 “in piazza”, dei bambini assiepati ovunque, del Super Santos preso a calci finché non si rientrava a casa. Prima era più facile. Si preparava tutto la sera prima, in un’affaccendarsi che proiettava la classe media nell’alta boghesia e le classi meno abbiette a divenire classe medie. Non c’era chi doveva darci i soldi ma l’Italia del pic-nic stampava moneta, si indebitava ma se la divertiva.

E tutti insieme si faceva rete. Il lavoro, spina dorsale del paese, in lotta con la vita, celebrazioni con bandiere, orgoglio nazionale. Non l’inebetito fancazzismo come “weltanshauung” ma il picnic come sosta, come ricreazione in attesa di tornare a esser “fochi e preparar metalli”. Per la ripresa del giorno dopo, mezzi cotti dal sole dei maggio veri e con qualche aumento del colesterolo, dopo i bagordi a pecorino e paste al forno.

Il Primo maggio non era inconsueto, nell’epoca del Muro, delle frontiere, delle distanze sociali, dell’Italia dei partiti, quelli veri che tanto dispiacquero a molti e fecero la rivoluzione per l’eliminazione di una classe dirigente che andava al mare in giacca, vedere un popolo unito a festeggiare la Costituzione e la gioia dell’essere “occupati” e del risparmio. Si parlava. Di diritti, di giustizia sociale, di lavor appunto. Non di flessibilità né di false prospettive per abituarci alla “disoccupazione” e alla precarietà militante.

Non era ancora la deificazione del mollismo e del bla bla bla. Era il “suprematismo” della Fiat 128 coi sedili in similpelle, e dell’ 850 color caffé in coda a cercare il migliore spiazzo per sistemarci il nonno. Con l’albero ben chiomato per abbandonarsi all’estasi della pennica. Senza i sindacati a tener botta ma le lotte, quelle vere, e la consapevolezza. Della forza del lavoro e della necessità di qualche lira in più. Non intrattenimento e slogan ma pic-nic e radioline.

Quelle sere del primo maggio erano interminabili, molto più orgiastiche delle finte trasgressioni. Ammucchiate sorridenti col vino e col pecorino, più che sballo e le fittizie gioie dell’industria del rumore. No, era l’erezione della semplicità, il punto G delle convivialità. Condivisa con la bicchierata, con le smanacciate tra persone, senza nessuna virtualità. Semmai, dopo l’ammucchiata, rimaneva la virtù. Riconsacrata al giorno dopo. Per ricominciare. A sperare e a realizzare.

I piaceri di altre epoche e della semplicità. Le domeniche d’agosto con Ave Ninchi e Aldo Fabrizi, con la Littorina e col pattìno. L’epoca in cui gli italiani erano il popolo dell’Autostrada del Sole. Fibrillazione per salire nell’auto di papà. Poi le soste al benzinaio. Mille Super, grazie. E dalla Fiat 128 si passava alla Giulia TI. Il benzinaio tirava fuori il suo bel portafoglio di cartone pieno di banconote e ci si metteva in viaggio. Non da travel blogger ma da italiani della ricostruzione.

Il lavoro, era quello che ti faceva fare passo passo la tua strada. Come arrivare all’Alfa Romeo dalla 600. Il primo maggio era salire in macchina, partendo dal garage e sentire l’odore dei giorni di festa. I sedili, l’autoradio, il panno per pulire il parabrezza. I tempi della riapertura e dell’attesa, del covid e dell’Europa erano lontani. Quasi quasi ci manca pure il concertone. Che almeno faceva “piazza” per portare per un giorno il lavoro al centro. E sperare di faticare, e camminare ancora.

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Daniele Del Moro

Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Direzione e coordinamento di redazione per Scrittore In Viaggio e per Green Planet News, quotidiano online e studio di editing e progettazione grafica.

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Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Direzione e coordinamento di redazione per Scrittore In Viaggio e per Green Planet News, quotidiano online e studio di editing e progettazione grafica.