Il Treno dei bambini, il viaggio per la speranza di una vita migliore

Il treno dei bambini, il viaggio per la speranza di una vita migliore
Il treno dei bambini, il viaggio per la speranza di una vita migliore

Il Treno dei bambini, un caso editoriale, tradotto in 25 lingue. Un libro che è capace di rappresentare un avamposto dell’anima per chi ancora vuole nutrirsi di bellezza e di storie struggenti che ci riportano ad un’Italia tutta da ricostruire, quella del dopoguerra, dove la vita era dura ma anche capace di autentica solidarietà.

Il Treno dei bambini di Viola Ardone (Giulio Einaudi Editore, 2019, pp. 248, € 17,50) è uno di quei libri destinati a lasciare il segno. Non solo perché è oggettivamente intenso, scritto bene, scorrevole e quasi “magico” nel dipanarsi della sua trama. Ma è un libro che non dimentichi proprio perché si annida con le sue parole nei gangli dello spirito provvedendo a tesserne un tessuto di ricordi indelebili e infiniti. Con Il Treno dei bambini, Viola Ardone, l’autrice, una gioventù trascorsa l’Arenella e il quartiere Sanità di Bapoli, insegnante al liceo scientifico De Carlo di Giugliano, con due romanzi alle spalle, La ricetta del cuore in subbuglio (2012) e Una rivoluzione sentimentale (2016), ha conquistato fama internazionale.

Il libro ha infatti raggiunto il successo mondiale alla Fiera di Francoforte, diventando il centro di una asprissima asta tra editori, vinta infine da Einaudi Stile Libero. I diritti di traduzione sono già stati acquistati da 19 paesi, inclusi Cina e Stati Uniti. E si parla anche di un film.

La storia è ambientata tra il 1946 e il 1952 nell’Italia del dopoguerra. Le condizioni di vita di tantissimi bambini sono particolarmente difficili, soprattutto per i bambini del Sud. I tassi di mortalità infantile per malattia e denutrizione sono esponenzialmente cresciuti e come soluzione, il Partito Comunista mette in atto una “strategie” di solidarietà: i bambini dai 4 ai 12 anni, poveri o senza genitori, vengono destinati a fare esperienza di un altyro mondo per un anno, il più ricco nel Centro Nord, ospitati da famiglie delle Marche e dell’Emilia-Romagna, dove si lavora sodo ma ci sono più possibilità.

Tra questi bambini troviamo Amerigo, il protagonista, un ragazzino dei Quartieri Spagnoli di Napoli. Insieme a tanti altri bambini, Amerigo viene fatto salire su un treno e lascia la sua famiglia. Arriverà a Modena, solo, in un mondo nuovo, con nuove abitudini, una neve mai vista prima e una lingua diversa dal suo dialetto.

Tutto viene reso ancora più complesso dalle difficoltà a comunicare con la propria famiglia. Amerigo si sentirà solo ma comincerà a scoprire un mondo nuovo, capace di coincidere di più con quella parola che è il suo stesso cognome: Speranza. Una storia vera per tanti bambini che tra sofferenze e difficoltà sono riusciti a sopravvivere e a rialzarsi in un’Italia distrutta per tornare a vivere nella propria terra.

Il Treno dei bambini, bellissima anche la versione in audiolibro su Audible, è dunque la storia di un viaggio, il viaggio più importante, quello che coincide con la vita e che come ogni viaggio pone al centro, appunto, la speranza. Perché senza speranza quals9iasi passo rischia di essere un passo a vuoto.

La storia è quella commovente di una separazione. Con lo stupore dei sette anni e la caratteristica furbizia di un bambino avvezzo già alla vita e alle sue asprezze, Amerigo ci porta davanti agli occhi l’Italia che si rialza dalla guerra. L’autrice riesce a calarci perfettamente nel destino di questi bambini a cui ogni pagina conferma il sigillo di un’autentica possibilità chiamata felicità.

Il treno dei bambini è anche la storia di un dolore da cui non ci si può sotrarre perché, come in ogni viaggio, non c’è altro modo per crescere che quello di affrontare il dolore facendo i conti con la propria realtà. I nativi d’America amavano dire: “Bisogna che il seme si spacchi perché l’erba cresca”. Anche in questo caso, perché l’erba sia rigogliosa, bisogna attraversare la lacerazione del seme. Buttarsi tutto alle spalle e guardare avanti. “A volte dobbiamo rinunciare a tutto, persino all’amore di una madre, per scoprire il nostro destino”.

Viola Ardone, con uno stile narrativo di grande afflato e coinvolgimento, conduce in maniera immediata alla riflessione. Con delicatezza e allo stesso tempo con rara maestria, descrive il percorso esistenziale di chi ce la può fare. Nonostante tante avversità e una realtà che senza speranza condannerebbe chiunque.

Ci sono momenti in cui ti assale “la tristezza nella pancia”, come spesso dice Amerigo. E come potrebbe essere diversamente a vedere questi bambini che salgono sul treno lasciando la propria terra e i propri genitori, ognuno con una storia, in cerca della liberazione dalla miseria?

Le storie si intrecciano. C’è Amerigo, c’è Tommasino, c’è Mariuccia, ci sono Alcide, i bambini, c’è Antonietta, la mamma di Amerigo e c’è Derna, con cui Amerigo intaura un legame insdssolubile. “Riapro gli occhi, Derna mi preme sul petto e a ogni colpo un po’ d’acqua salata mi esce dalla bocca e dal naso. Poi Rosa mi scalda con il telo che avevo portato per stenderci al sole e Alcide mi passa una bottiglia di aceto sotto le narici. vedo Rivo e Luzio avvicinarsi senza parlare mentre Tommasino ancora piange e non si calma. Derna ha i capelli bagnati e il rossetto si è tolto. Gli occhi sono diventati grigi come il mare. Non mi lasciare, le dico stringendola forte. Non ti lascio, risponde Derna. Io ci sarò sempre. Di nuovo nella stessa giornata ci ritroviamo abbracciati. Ma senza ridere, stavolta”.

Nel romanzo si percepiscono echi di alcune narrazioni. Non solo quelli di Elena Ferrante, forse i più scontati, con la Napoli povera e di grande dignità, i ragazzi piccoli ma già adulti cone Lenù e Lila, o il linguaggio misto dialettale e una certa ironia di fondo nei giochi di parole. Ritroviamo altri echi. Ad esempio, alcune atmosfere narrative mi hanno riportato alle migliori pagine di Elsa Morante, alla sua Storia, al personaggio di Useppe.

Ha scritto Ritanna Armeni sull’Osservatore Romano: “Viola Ardone scava fino a farci male, indaga negli animi fino a farci tremare. Amerigo al bivio fra i due mondi farà una scelta che avrà conseguenze dolorose ma produrrà nuovi semi. Se non saranno soffocati, cresceranno, diventeranno piante rigogliose. Perché il dolore, anzi soprattutto il dolore può essere fertile. E le lacerazioni magari dopo molti anni possono essere ricomposte. Perché il treno della vita è comunque mosso dall’amore e anche se deraglia e torna indietro, comunque non si ferma”.

Il Treno dei bambini è un treno della felicità per molti. Il viaggio che ne consegue è un sogno che ci accompagna fino all’ultima pagina. C’è il distacco dalla povertà, il ritorno dopo tanti anni al Sud, la malinconia del passato, in una sorta di neorealismo magico su un bambino che cresce e vuole andare oltre la miseria della vita che provano in tanti. Amerigo riesce a trasformare il suo percorso esistenziale e riesce a pacificarsi con il suo vissuto in un finale indimenticabile che vi farà deglutire più volte.

Il Treno dei bambini è un libro che ritorna sul passato nel migliore dei modi, un volume che dovremmo leggere tutti. Per avere memoria e saper sempre essere in grado di realizzare un futuro migliore per chi non ce l’ha. Grazie a questi libri, grazie a scrittrici come Viola Ardone possiamo credere e sperare. Ad ogni pagina, ad ogni attimo di vita. Ricordando sempre che “la speranza è una cosa buona e le cose buone non muoiono mai”.

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Daniele Del Moro

Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Lettere, gruppo demo-etno-antropologico, con tesi in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Direzione e coordinamento di redazione per Scrittore In Viaggio e per Green Planet News, quotidiano online e studio di editing e progettazione grafica.

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