Immagini di un mondo troppo lontano

Immagini di un mondo troppo lontano

Cammino molto, anzi, sempre.
Penso spesso a come Verlaine definiva Rimbaud, “l’uomo dalle suole di vento”.
Cammino perché il camminare porta concentrazione ai miei pensieri e mi immerge nel mondo, tenendolo al di fuori.
Alcuni giorni fa ho camminato di più, percorrendo Roma in lungo e in largo.
Più di 30 chilometri in un solo giorno, come attestato dal mio fedele contapassi.

Attraverso il centro storico, taglio le strade col passo di un bisturi.
Mi chiedo: davvero viviamo nella civiltà? E’ questa l’offerta proposta dal mondo globale?
Rifletto.
Roma è cambiata. Non vedo più le botteghe artigiane, i vecchi alimentari dove acquistavi e dicevi “segna”, non scorgi gli angoli dove trovi anziani in finestra a guardare i bambini giocare o il semplice passaggio dell’umanità in fermento.
Non è per lamentarmi, né per sottolineare il degrado e il caos con un senso di psicosi.
Lo dico con amarezza, con malinconia.

E’ cambiata Roma perché è cambiato il mondo.
I volti sono diversi. Il “melting pot” ha rivoluzionato il senso estetico, il tratto somatico dei visi.

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Passi nei dintorni della Stazione Termini e ti accorgi che se hai visto un film che ti è piaciuto come Taken, ora lo vivi. Lo dico sorridendo ma le facce che incontri sono facce da Taken. Non sono ilari, non paiono motivate da una bramosia di santità.

A Roma, ormai, i locali sono quelli che trovi in tutte le metropoli del mondo. Quelli che emanano odori misti di cipolla, umidità, naftalina e improbabili zuppe. Quei dettagli che rischiano di annientare la diversità storica e architettonica delle città facendole sembrare tutte uguali come i mattoncini del lego ma di un solo colore.

Non dico l’estetica. Sorvoliamo. Sarebbe come convincere Francesco che l’accoglienza di cui parla è semplicemente irreale. Un’utopia, punto.

Il traffico è lo stesso di “quasi” sempre. Però non vedi ferrose Fiat 500 a smazzarsi le piazze o motorini con ragazzi intabarrati nei giubbotti di renna a percorrerle. No, ora vedi una accolita di “suvvoni” cafonal cafonal senza chic, neri incazzati e incazzati neri, a correre di qua e di là. Che quando spunta una Panda 30, ti vengono le lacrime agli occhi, di commozione.

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Tanta tecnologia in giro tra telecamere, cellulari, dispositivi che della privacy se ne fregano nonostante leggi e garanti.

La Roma dei politici veri, quelli che avevano il gusto dell’ironia e del patto col demonio, la Roma dei preti indulgenti, non troppo avvezzi a far demagogia scalpitante che manco Tony Manero il sabato sera, la Roma “delinquente” di intrallazzi a crimini da pianificare al bar, pure quella è cambiata. Erano i tempi del Libanese, der Bufalo, der canaro, erano anni di piombo e di spranghe.

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Al posto della compianta Prima Repubblica ci ritroviamo faccioni con occhi da sardina intenti a recitare, con aria contrita, proclami che non capiscono. Ma a cercar politica è come per la ripresa. Non esiste. E gli attori sono pessimi.

Dialetti e motteggi all’italica resistono ma sono malconci di fronte all’incomprensibile deredeng di tante altre lingue. La tolleranza fa moda ma è come la sicurezza. Non c’è.

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Insomma la mia Roma, la Roma dei miei nonni di Trastevere, di mio padre “testaccino”, della mia bisnonna di Campo de Fiori col suo banco di biancheria che lavorava sotto l’egida delle Roma papalina quando il papa “giustiziere” non faceva mancare ai suoi fedeli una minestra di sacro senza appesantirci col lesso, non lessico, der volemose bene, insomma, non esiste più. Diranno in molti: e meno male?

Mah, che dire, sentirsi non accolti, per usare un termine molto in voga, a casa propria, fa tristezza.

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Soprattutto perché pensi al mondo come era. Sì, è vero, c’erano i blocchi contrapposti, c’era la guerra fredda, c’era l’Urss, c’erano le Brigate Rosse ma c’era anche, a mio avviso, una diversa umanità. La violenza non era la norma, era l’eccezione. Oggi sembra diffusa l’abitudine a emulare il peggio del peggio. Facce da Taken appunto. Per necessità e per virtù. Goodbye Lenin.

Ho nostalgia di Tribuna Elettorale, di Carosello, della televisione in bianco e nero, delle  moto Enduro e Regolarità, dei braccialetti fatti con le perline, delle labbra fulgide col lucidalabbra, dei camperos, del Luneur, di Happy Days alle 19.20, di Almanacco del giorno dopo, della fine delle trasmissioni alle 23, del sabato sera che c’era Canzonissima, delle serate estive al mare in due sul motorino quando ti fermavano i Carabinieri che se ne andavano in giro col pulmino Fiat 850, ho nostalgia dei dischi a 33 giri, da ascoltare alle feste del sabato, rigorosamente di pomeriggio.

E’ meglio oggi o era meglio ieri, quando le feste del sabato sera finivano alle 21 e te ne tornavi sudato e stanco ma felice? E’ libertà questa che annega nella retorica e ti sbatte fianco a fianco ogni giorno con un delirio psicopatologico chiamato integralismo? Erano altri tempi, era un’altro caos. Più “empatico”, più vicino a te, più simile ai tuoi lati oscuri.

Faccio un esempio: non sono mai stato attratto dalla cultura hippy, non sono mai stato né figlio dei fiori, né figlio di madre ignota, mio malgrado. Ho amato i nativi d’America, mi sono laureato nel gruppo demo-etno-antropologico, non sono stato indiano metropolitano. Non ho mai amato la promiscuità, né i melensi slogan dell’amore libero del tutto simili alle frasi sui sentimenti che oggi leggi su Facebook. L’apologetica dell’ammucchiata non mi ha mai detto nulla.

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Eppure, pensate, ho anche nostalgia di quei volti stropicciati, “alternativamente” non conformi anche quando, a guardar bene, era l’altra faccia di una “conformità”, di una moda che arriva a noi sotto altre diramazioni. Pur preferendo “Caterina che va in città” all’adolescente “fascio” e all’invasato marxista-leninista. Tanto per chiarire. Però, con molta malinconia, e ben guardare, c’era qualcosa, in queste contrapposizioni, che era più sincero, più vero, c’era una domanda a cui forse si è data una risposta sbagliata ma la domanda c’era. La “notiziabilità” non era l’uscita dell’iPhone 8. Era un’altra.

Perdonate questa mia lunga digressione iniziale, questa riflessione che ho concepito solo per condurvi al racconto di una mostra fotografica particolarmente bella, a mio avviso, che, seppur in controtendenza con i miei valori, mi colpisce perché porta emozioni al mio cuore che vede quel mondo distante, troppo distante.
Quei volti, quelle immagini sembrano mormorare come il professor Keating de L’attimo fuggente: caaaarpeee dieeemmm.

Immagini di un mondo troppo lontano
Immagini di un mondo troppo lontano

La mostra si chiama ’77 una storia di quarant’anni fa nei lavori di Tano D’Amico e Pablo Echaurren ed è stata venerdì 22 settembre al Museo di Roma in Trastevere dove rimarrà sino al 14 gennaio 2018.

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Tano D’Amico, si sposta a Roma nel 1967 nel clima della contestazione e si accosta quasi per caso alla fotografia. I primi reportage sono dedicati al sud, alla Sicilia e alla Sardegna, ma viaggia anche all’estero per “Il mondo”: va nell’Irlanda della guerra civile, nella Grecia dei colonelli, nella Spagna franchista, in Portogallo durante la rivoluzione dei garofani, più volte in Palestina, Somalia, Bosnia, Chiapas, Stati Uniti.

Il suo sguardo si distingue subito da quello degli altri fotografi. Non gli interessano i fatti di cronaca quanto piuttosto le ragioni che li producono. Segue da vicino il movimento studentesco e operaio lungo tutto il suo percorso, attraversando per intero gli anni Settanta, con immagini che vanno – come dirà – “oltre il cliché della violenza”.

È vicino agli operai, ai minatori, alle femministe. Fotografa le carceri, le caserme, i manicomi.
D’Amico è il fotografo dei senza potere, dei vinti, di cui riesce a cogliere la bellezza umana del disagio sociale.
Le sue immagini cercano di restituire dignità a coloro cui la dignità è stata tolta. Li rappresenta con complicità, simpatia, partecipazione, facendo del bianco e nero e dell’obiettivo 35 mm una precisa scelta stilistica.

Pablo Echaurren inizia a dipingere sotto la guida di Gianfranco Baruchello e Arturo Schwarz, suo primo gallerista. Dagli anni Settanta espone in Italia e all’estero. Negli anni Ottanta e Novanta realizza numerosi fumetti di avanguardia come Caffeina d’Europa (una delle prime graphic novel).

La sua produzione si sviluppa all’insegna della contaminazione fra generi, fra alto e basso, arte e arti applicate, secondo un approccio progettuale, manuale e mentale, tipico del laboratorio. Ne discende un’idea dell’artista come artefice e inventore a tutto campo (pittura, ceramica, illustrazione, fumetto, scrittura, video), indifferente agli steccati e alle gerarchie che solitamente tendono a comprimere la creatività. Innumerevoli le pubblicazioni e le esposizioni personali in tutto il mondo.

Il rapporto tra arte, politica e ideologia e l’uso che i movimenti antagonisti del ’77 facevano delle strategie artistiche delle avanguardie del ’900: questi i temi centrali dell’esposizione.
La mostra ripercorre i volti delle persone, dei fatti e degli eventi accaduti nell’anno 1977, la storia di una generazione e di un paese raccontata attraverso le immagini fotografiche di uno tra i maggiori fotografi italiani e le opere di un artista tra i più interessanti della scena contemporanea.

La sperimentazione artistica e culturale che dal ’77 in poi è diventata, per la prima volta nella storia, pratica e linguaggio di massa, ha ispirato la scelta delle opere del fotografo Tano D’Amico e dell’artista Pablo Echaurren, per la loro storia personale, politica e artistica, che ha attraversato, segnandole, le espressioni creative che si sono sviluppate all’interno del movimento del ’77. La mostra non è retta da un principio ordinatorio temporale o da una sequenza cronologica degli avvenimenti di cronaca, ma si struttura attorno ad aree tematiche che vogliono suscitare emozioni ma che restituiscono il contesto in cui matura e si forma la specificità del linguaggio del movimento del ’77.

Le aree individuate riguardano: le facce, le feste, le donne, il rapporto uomo-donna, l’opposizione, la morte e il sangue, le lettere, la comunicazione alogica, la poesia visiva, la creatività urbana. L’esposizione di circa 200 opere è arricchita dall’uscita del libro Il piombo e le rose Utopia e creatività del movimento editato da Postcart, dalla proiezione di filmati e da una postazione informatica per la consultazione di stampa e quotidiani dell’epoca.

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Durante lo svolgimento della mostra sono previsti anche tre seminari tematici con giornalisti, storici, storici dell’arte e protagonisti del “movimento”.

Insomma, Roma è cambiata, è cambiato il mondo.
Non ho mai amato alcune cose ma l’alternativa che mi propone il mondo globale mi piace ancora meno.
Non è libertà, non è tolleranza, non è amore.
E’ propaganda. L’importante è saperlo.
l sogno di quei volti, pur distanti dal mio mondo, è un sogno comune, nella contrapposizione.
Essere vivi.
Che forse è questo davvero essere vivi, essere un po’ liberi.

 

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INFO SULLA MOSTRA
APERTA: sino al 14 gennaio 2018
Sede Museo di Roma in Trastevere, Piazza Sant’Egidio 1/b
Orario Da martedì a domenica 10.00-20.00; la biglietteria chiude un’ora prima.
Biglietti Intero: € 6,00 Ridotto: € 5,00 per i cittadini residenti nel territorio di Roma Capitale.
Salvo integrazione se presente altra mostra
Gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente

Curatore Gabriele Agostini
Promossa da Roma Capitale Assessorato alla Crescita Culturale -Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali
Organizzazione Centro Sperimentale di Fotografia adams
Servizi museali Zètema Progetto Cultura
Info: 060608 (tutti i giorni 9.00 – 21.00);
http://www.museodiromaintrastevere.it

Organizzatori:
Centro Sperimentale di Fotografia adams
e-mail: csfadams@tiscali.it
www.csfadams.

 

 

 

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