7 Aprile 2020

In America, dal Bryce Canyon fino a San Francisco

America, dal Bryce Canyon fino a San Francisco
America, dal Bryce Canyon fino a San Francisco

Viaggio in America. La prima volta. Le meraviglie di Bryce Canyon, Las Vegas, Calico, Yosemite, Death Valley, Zabriskie Point, Lago Salato per arrivare sino a San Francisco

Il primo ricordo del giorno di visita al Bryce Canyon è l’alzataccia. E il freddo. Ripensi a quella mattina in cui era facile ammonirsi con un “al mio via, scatenate l’inverno”. Invece era agosto. E, altra piacevole memoria, la sera prima dell’alzataccia, la location dove trascorreremo la notte.

Una struttura in legno che richiama il motel di Psyco ma splendidamente immersa nel silenzio di un bosco profumato di resina, “sventrato” dal buio pesto. Basta un attimo, guardi il cielo, le stelle sfavillare tremule e capisci più da vicino il senso di quella magica espressione definita “amor fati”.

Detto questo, si parte. Il viaggio è di quelli organizzati. Meglio. Perché i chilometri che si percorrono al giorno sono tanti. Dunque, un bravo autista e un solido torpedone fanno un abbinamento importante. Si viaggia. Molti dormono, vista la levataccia, alcuni chiacchiericciano. Dentro dentro, scorrono sensazioni. Arriveremo poco dopo l’alba. Camminare con la luce dorata del mattino che si staglia sulle guglie del Bryce Canyon è una di quelle esperienze davvero “motivazionali”. Senza avere bisogno di guru. Ti accorgi che puoi fare a meno di tanto.

In America,  i celebri hoodoos

Il Bryce Canyon National Park deve il suo nome al mormone Ebenezer Bryce. Le rocce, i celebri hoodoos, come vengono chiamati, sono spettacolari pinnacoli, dai colori splendidi, modellati da fenomeni naturali d’erosione di milioni di anni. Si trova nella parte sud-Ovest degli Stati Uniti, nello stato dello Utah. Il Bryce ha una superficie di 145 km² ed un’altitudine che varia tra 2400 m e 2700 m.

In America, dal Bryce Canyon fino a San Francisco

La luce del sole li fa apparire di un arancio che si declina in diverse sfaccettature. Anche i più ciarlieri ammutoliscono di fronte a una così lancinante bellezza. Ha davvero ragione Christian Bobin: “Il cuore è un’intelligenza che viene persino agli imbecilli”. Interessante la leggenda che ne celebra la storia: ” In seguito gli indiani Paiute iniziarono ad utilizzare la regione dell’Altopiano di Paunsaugunt come riserva di caccia stagionale e come luogo di raccolta ma non crearono mai insediamenti permanenti. Il popolo Paiute elaborò una leggenda secondo la quale prima della comparsa degli indiani i ‘Legend People’ (To-when-an-ung-wa) vivevano nel Bryce canyon, erano in molti e diverso tipo, uccelli, lucertole e altri animali, ma nessun uomo. Per qualche ragione questi Legend People erano malvagi così il dio Coyote li trasformò tutti in sassi e si possono vedere ancora oggi come pinnacoli del parco, le loro facce colorate di rosso tramutate in roccia. Questo posto ha preso il nome di Angka-ku-wass-a-wets (volti dipinti di rosso)”.

Paesaggi e “intrattenimento”, Las Vegas

In America paesaggi e intrattenimento si alternano, anzi sembrano contrapporsi in una guerra di “mondi”. Anche quando si fondono insieme. Si riparte, questa volta in direzione Las Vegas. Sono tanti i chilometri da percorrere. Ma le visioni appena “esperite” saranno la migliore compagnia prima di arrivare. Più che a “Destinazione paradiso” a “Destinazione perdizione”. Almeno questo è quello di cui si parla sul pullmann che diventa “Il bar dello sport”.

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Las Vegas, definita anche Sin City, città del peccato, sorge nel deserto del Mojave. Il paesaggio è come piace a me. Secco, roccioso, “ascetico” e “spartano”. Il bello è che arriviamo e piove. Giorgio, la nostra guida, è il più sorpreso di tutti. Scendiamo dal pullman. Il caldo è torrido. In albergo, il viavai è notevole, un crocevia tra Sodoma e Mompracem. Dal 51° piano dove alloggiamo hai l’essenza vera della città. Non solo perché la stanza è progettata nei minimi particolari all’amplesso e alla visione dello stesso ma perché dall’alto il contrasto tra il deserto e le luci si fa ancora più struggente. Soprattutto se pensi che Las Vegas, in origine, era una stazione di posta per i pionieri diretti in California o forse progettata da Moe Green, il personaggio immaginario del film Il Padrino, per i soldati diretti verso il Pacifico. In America i richiami sono tanti.

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Il viaggio continua, Zabriskie Point

Da Las Vegas che abbandoniamo alla sua “perdizione”, ce la giriamo tra Death Valley, Zabriskie Point e Great Salt lake, il lago salato, attraversando California, Utah e Nevada. Le dune lunari di Zabriskie Point sono un colpo al cuore. La luce ti acceca. Sono i riflessi sul bianco delle dune. Non perdi la strada. Zabriskie Point, che si trova in California, è composto da sedimenti provenienti dall’antico lago, chiamato Furnace Creek, prosciugatosi 5 milioni di anni fa, molto tempo prima della formazione della Death Valley.

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Il nome Zabriskie lo dobbiamo a Christian Brevoort Zabriskie, che nei primi anni del XX secolo fu vicepresidente e general manager della Pacific Coast Borax Company, famosa per l’estrazione e il trasporto di borace dalle miniere della Death Valley tramite i twenty mule teams, pariglie composte da diciotto muli e due cavalli. In America era questa la realtà.

Come possiamo leggere in questo contributo: “Nel fango intorno al lago hanno lasciato le loro impronte cammelli, mastodonti, cavalli, carnivori ed uccelli, assieme ad erba e giunchiglie fossili. I depositi di borati, che in passato erano presenti in gran parte della Valle della Morte, vennero concentrati nel fondo dei laghi dall’azione delle acque termali e a causa dell’alterazione della riolite della vicina zona vulcanica. La meteorizzazione ed alterazione da parte delle acque termali sono responsabili anche della varietà di colori osservabile presso Zabriskie Point.

L’orogenesi verso Ovest mutò il clima rendendolo più arido e causando il prosciugamento del lago e la creazione di una pianura. Il successivo allargamento ed abbassamento della Valle della Morte, combinato al sollevamento tettonico della catena collinare delle Black Mountains, cambiò l’aspetto della regione, rendendo possibile l’erosione che produsse i calanchi oggi visibili. Il materiale scuro che copre le creste dei calanchi è lava proveniente da eruzioni avvenute 3-5 milioni di anni fa”.

Death Valley e Lago Salato

La Death Valley è, invece, una depressione che fa parte del Grande Bacino (Great Basin) e si estende fra Sierra Nevada in California ad ovest e Stato del Nevada ad est. La valle è lunga 225 chilometri e larga circa 40. Per chi è motociclista come me, una vera estasi, altro che Las Vegas.

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Il parco è lungo 170 chilometri e penetra a Nord per un breve tratto in Nevada. Nella Death Valley una volta c’era il mare. Come cambia il volto della terra. Il clima della Valle della Morte fa parte della zona climatica del Deserto del Mojave ed è decisamente arido. A causa della disposizione orografica, su tutto il territorio piovono da 3 a 6 centimetri d’acqua all’anno. Da maggio a settembre la temperatura di giorno è in media sui 45 °C con delle punte anche oltre i 50 °C. La notte scende sui 35 °C.

Il Grande Lago Salato è quanto oggi resta del lago Bonneville, un vasto bacino preistorico che si è in gran parte prosciugato. Il lago si trova ad un’altitudine media di 1.280 m. Ha una lunghezza di circa 120 km e una larghezza che varia tra 48 km e 80 km.

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Great Salt Lake

Sulla superficie del lago salato prosciugato si leggono scritte, in italiano e non, attribuibili ai soliti acefali che ancora sono in cerca di senso. Con la nostra permanenza a Las Vegas, termina anche la convivenza “coatta” col gruppo. Che dire? Saluti di rito, mance a destre e mance a sinistra e finalmente ce ne andiamo. Rimaniamo in quattro. Ci dirigiamo a prendere l’automobile noleggiata con cui gireremo ancora qualche giorno per terminare la nostra vacanza a san Francisco. . In automobile tocca fare attenzione. Se sfori il limite, non si sa come, magicamente, arriva la polizia e sono dolori. In America è così.

Verso San Francisco, passando per Calico e Yosemite

Da Las Vegas ci dirigiamo verso Yosemite e San Francisco, passando per la vecchia città abbandonata che risponde al nome di Calico. Durante questo percorso, dormiamo per una sera in un complesso di case che sembra più abbandonato di Calico. Non incontriamo nessuno. La cittadina è frequentata meno del bosco dove trova rifugio Rambo nell’omonimo film.

Anzi in quel caso, col putiferio che ha scatenato, un po’ di movimento c’è. Qui, zero. Di sera e di mattina. Sembra di essere sul set del film Io sono Leggenda. La mattina puntiamo a Yosemite. Prima facciamo tappa a Calico. Calico è da vedere. Però sa un po’ di finto, di teatrale, di Cinecittà nei film Spaghetti-Western. Calico si trova nel sud della California. Era un centro minerario tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo.

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La città dei minatori

Le miniere di Calico producevano argento. Agli inizi del nuovo secolo, però, a causa della caduta del prezzo dell’argento e l’esaurimento dei giacimenti di borace, la città viene abbandonata dai minatori. Nel 1907 è già una città fantasma. Il recupero della città avviene all’inizio degli anni Cinquanta, con un’opera di restauro intrapresa da Walter Knott.

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Giungiamo a Yosemite nel primo pomeriggio. Dobbiamo arrivare a San Francisco prima di sera e sono ancora circa 300 km. E si sa, la fretta non aiuta. Sequoie a non finire, parecchio movimento, il posto è bello ma non c’è la concentrazione necessaria. Pensiamo a San Francisco. Ultima tappa di questo primo viaggio in America.

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Tra i punti di interesse principali del parco troviamo la Half Dome, un’altissima roccia di granito alta oltre 2700 metri che sovrasta il parco; dalla cima possiamo si può godere di un panorama fantastico. Da non perdere le magnifiche Yosemite Falls, le più alte cascate del parco che raggiungono nel loro punto massimo ben 735 metri. Il Glacier Point a 2100 metri di altitudine è uno dei punti panoramici più interessanti.

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Le sequoie chiamate le tre sorelle

San Francisco

Arriviamo a San Francisco alle 23. Dormiamo in un bell’albergo che appare come una tipica casa americana dei film di Woody Allen quando parla di “patata-passera”. Salottino e finestre ballatoio sulle strade di San Francisco, nemmeno fosse un film, atmosfera rilassata e accogliente. La mattina dopo, San Francisco ce la “calchiamo” a piedi. Tanto per cambiare. Occhio a non prendere la strada sbagliata, Se succede, e si incappa in qualche vicolo fuori mano o appannaggio di qualche gang, si rischia qualche fastidio. Colpisce vedere agli angoli delle strade questi gruppetti di facce poco raccomandabili, neri e non, di tutti i tipi insomma, che confabulano e controllano il territorio. A noi, ad esempio, uno spiantato, bianco, abbigliato tipo Platoon ci urla dietro semplicemente per il fatto di essere turisti, italiani per giunta.

San Francisco mi riporta subito a lui, l’ispettore Callaghan. “I pareri sono come i coglioni: ognuno ha i suoi”. Basta questo per farmelo amare, “Dirty Harry”. Al posto di Callaghan, a San Francisco, notiamo il poliziotto di quartiere. Che non è la farsa inventata qui da noi. Lì ti trovi davanti una via di mezzo tra Robocop e Cobra, in moto, armato fino a denti, a volto coperto, che se succede qualcosa, ti piomba addosso come da noi il fisco. E sono volatili amari. Le strade su e giù, giù e su, di San Francisco, le percorriamo in taxi. Optiamo questa soluzione per visitare il Golden Gate che, appunto, a vederci Callaghan, è un nanosecondo. Degno di nota è il tassista che ci scarrozza.

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Un simpatico signore libanese, dico senza ironia, che sembra Rossi di Criminal Minds. Ci porta a zonzo e poi ammirare il panorama sulla baia e sul Golden Gate. Attende che facciamo foto con pazienza zen. In effetti, che gliene frega. Mica lo fa gratis. Da lontano, vediamo anche il famigerato carcere di Alcatraz, ancora Eastwood in un grande film. In America, è tutto un grande film.

Lo stile di San Francisco mette insieme architettura moderna e stile vittoriano. Per il resto, strade ampie, negozi alla moda e struscio tipico. Senza gli eccessi della globalizzazione che troviamo da noi, in Europa.

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In America, dal Bryce Canyon fino a San Francisco
Atmosfere “Dirty Harry”

Per il resto, quel poco di tradizione che hanno, in America, se la tengono stretta. E guai a chi gliela tocca. Certi palazzi rievocano il razionalismo dell’architettura fascista: ordine e volontà di potenza. Soprattutto i palazzi finanziari, guarda caso. Siamo arrivati alla fine di questo viaggio. Lasciamo San Francisco e casa Allen. Si torna a casa. Esperire il mondo per non soggiacere al mondo. In America avremo tante esperienze ancora da raccontare.

Daniele Del Moro

Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Direzione e coordinamento di redazione per Scrittore In Viaggio e per Green Planet News, quotidiano online e studio di editing e progettazione grafica.

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Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Direzione e coordinamento di redazione per Scrittore In Viaggio e per Green Planet News, quotidiano online e studio di editing e progettazione grafica.