“Inadatto al Pantheon dei buoni”, il conte del pensiero forte

"Inadatto al Pantheon dei buoni", il conte del pensiero forte
"Inadatto al Pantheon dei buoni", il conte del pensiero forte

“Inadatto al Pantheon dei buoni”, meglio “un conte del pensiero debole” o un “conte del pensiero forte”? Come sempre, da una notizia letta casualmente, scatta la riflessione in forma di memoria. E si naviga, tra riflessioni e web. Leggo qualche tempo fa sul Fatto Quotidiano un articolo di Pietrangelo Buttafuoco, scrittore e giornalista di indiscutibile onestà intellettuale, un Giampiero Mughini di destra, senza forzare i paragoni, che racconta di un personaggio controverso e allo stesso tempo affascinante. Come tutti i personaggi controversi. Si parla in questo articolo dell’orientalista, indologo, iranista ed esoterista Pio Filippani Ronconi.

Personaggio estremamente scomodo, coltissimo, esoterista e vetero-fascista, arruolato nelle Waffen SS, fu decorato con la Croce di ferro di seconda classe. Mi colpisce il titolo del Fatto: “Quel conte idolo di Casa Pound che amava parlare con i vu cumprà”. Pio Filippani Ronconi aveva un aspetto affabile, con occhiali scuri, come un vecchio guerriero alle prese con la modernità ma sempre in trincea. Un uomo di quelli che non dimenticavi facilmente una volta incontrato. Camminatore, scalatore, uomo della montagna, grande affabulatore, nato per fare “il Comandante”, ideale protagonista per motivare i soldati prima della battaglia in uno di quei film dove impari a rispettare anche “i vinti”. Come tante figure che trovi, a saper guardare senza gli occhi della faziosità, in tante storie. da una parte e dall’altra delle barricate.

Pientrangelo Buttafuoco descrive Pio Filippani Ronconi nel suo articolo come “un gigante del pensiero non assimilabile allo Spirito del tempo che su quello stesso litorale (a Ostia, dove gli attivisti di Casa Pound cacciano i venditori ambulanti), in posizione yoga, svolgeva il ruolo di shayk, di khan e di Sikander di tutti i vu cumprà con cui parlava fluentemente in urdu, in arabo, in turco, in farsi, in cinese e nelle restanti lingue asiatiche… Inadatto al Pantheon dei buoni.

Anzi, il contrario: uno dei più coraggiosi combattenti ad Anzio, irriducibile guerriero volontario nelle Waffen, temuto dai marines americani dell’invasione, maestro d’arti marziali, compagno di passeggiate del re d’Afghanistan lungo i marciapiedi del quartiere Eur, il conte Pio Filippani Ronconi – ebbene sì, lui, cacciato a suo tempo dal Corriere della Sera in nome dell’antifascismo – dalla sua postazione ricavata tra le sabbie di Ostia riceveva il saluto, la considerazione e l’ascolto dei tanti ambulanti da cui comprava cianfrusaglie e con cui discettava di Bhagavad Gita, di Ferdowsi e di Tito Livio”.

Insomma mentre la maggior parte dei bagnanti se la menava con la Settimana Enigmistica o giocando a tamburelli, il patrizio romano dibatteva di tematiche parecchio impegnate. Con i vu cumprà che non scacciava in malo modo. Che tempi, che differenza con l’attualità, dove ci si aggrappa all’odio per dividerci, strumentalizzare ogni cosa e non dialogare più.

Pio Filippani Ronconi, allievo di Giuseppe Tucci, fu tra i padri dell’orientalismo italiano. Diventa uno dei simboli del pensiero forte, frequentatore non di salotti ma di reduci anche “oltre”, assieme ad altri “personaggi scomodi” come Julius Evola, Oswald Spengler, Guido de Giorgio, Massimo Scaligero, René Guenon. Un “piccolo mondo antico”, animato dal senso del sacro che preferiva lo sdegno di una olimpica atarassia all’amicizia facile.

Questa bramosia di sacro e di vita, anche del vitalismo irrazionale alla Nietzsche, costituisce l’intelaiature delle tematiche del pensiero forte, di Bruce Chatwin, delle storie di Lawrence D’Arabia, di Celine, di Thesiger, di Antoine de Saint-Exupery, persino di Tex e di Zagor. Leggendo di Pio Filippani Ronconi, pensi alle parole di Buttafuoco: “Inadatto al Pantheon dei buoni”. Perché, troppo spesso, dietro tanta falsa bontà, si nasconde un pensiero più mellifluo, più difficile a combattersi.

Mentre i meno buoni sono come il il “waldganger”, il fuorilegge che si dà alla macchina nel Trattato del Ribelle di Ernst Junger: più pericolosi ma sicuramente meno ipocriti. E ciò te li rende più “attraenti” e provi una certa empatia. Anche se non condividi una parola di quello che dicono. Come quando nel bellissimo film Lo chiamavano Jeeg Robot, Claudio Santamaria nei panni del protagonista alla domanda: tu ce li hai gli amici? Risponde: “Io non so’ amico de nessuno”. Anche lui “inadatto al Pantheon dei buoni”.

Daniele Del Moro

Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Lettere, gruppo demo-etno-antropologico, con tesi in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Direzione e coordinamento di redazione per Scrittore In Viaggio e per Green Planet News, quotidiano online e studio di editing e progettazione grafica.

Altri articoli

Aggiungi commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Daniele Del Moro

Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Lettere, gruppo demo-etno-antropologico, con tesi in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Direzione e coordinamento di redazione per Scrittore In Viaggio e per Green Planet News, quotidiano online e studio di editing e progettazione grafica.

Seguici su Facebook