La strada alla fine del mondo, il lungo viaggio per ritrovare se stessi

La strada alla fine del mondo, il lungo viaggio per ritrovare se stessi
Foto di Noel Bauza da Pixabay

Prendere una strada diversa. Quante volte lo abbiamo pensato, quante volte vorremmo tutti essere altrove. Una strada, un viaggio fino a dove l’orizzonte lascia intravedere l’ignoto e si trasforma nella speranza di un mondo diverso. Perché per resistere a quello di oggi di mondo, abbiamo bisogno di bellezza e di solitudini, di imboccare davvero una strada nuova. Per essere altrove e tramutarci tutti in waldganger, fuorilegge che si danno alla macchia per cercare rifugio da quello schifo che troppo spesso ci stritola. Ci vuole insomma, Una strada alla fine del mondo, come titola il libro di Erin McKittrick (Bollati Boringhieri, settembre 2010, pagine 219). Uno splendido resoconto di viaggio che trasporta il lettore nelle foreste pluviali della Columbia Britannica, sui picchi innevati dei vulcani della penisola dell’Alaska, accanto ai poderosi ghiacciai che scendono dalle catene montuose della costa nord-occidentale del Canada fino ad arrivare all’oceano Pacifico. Una coppia di giovani e determinati ambientalisti che attraversa territori aspri e ostili nell’arco di un anno intero.

Per i lettori che amano la narrativa di viaggio, il libro di Erin McKittrick La strada alla fine del mondo è un testo fondamentale. Il raccondo di una vera e propria impresa che che Erin e suo marito Hig hanno compiuto percorrendo, da Seattle alle isole Aleutine, 6400 chilometri a piedi, in canotto e sugli sci. Un libro che ci porta veramente altrove assolvendo alla funzione “salvifica” che un buon libro riesce a ricoprire.

La strada alla fine del mondo, il lungo viaggio per ritrovare se stessi

Erin e Hig, lei biologa, lui geologo, trovano il motivo del viaggio nell’amore per la natura e per gli animali. E poi vogliono capire qualcosa in più della loro vita. Per ricominciare da capo dopo aver percorso “la strada alla fine del mondo”. E ritrovarsi.

“Ogni tanto capitava che qualcuno ci chiedesse se il viaggio ci aveva cambiati. Non mi sentivo diversa da prima, e non sapevo cosa rispondere. Non andavamo in cerca di epifanie rivelatrice su noi stessi, volevamo semplicemente scoprire qualcosa sul mondo.

Tuttavia, a poco a poco, in maniera quasi impercettibile, il mondo intorno a noi era cambiato, e noi con lui. Fisicamente ci sentivamo sempre più in forma e avevamo imparato ad adattarci alle stagioni; ci eravamo abituati ai tafani e al caldo della Costa della Columbia Britannica, alla pioggia dell’Alaska sud-orientale, ai venti della Lost Coast e al freddo pungente del bacino del Cooper. Soprattutto era cambiata la nostra percezione”.

La strada alla fine del mondo, nella natura più selvaggia, per un orizzonte di libertà

Quattro stagioni trascorse nella natura selvaggia, da soli, in luoghi inviolati, dove il tempo ha una dimensione sconosciuta e ogni giorno è in gioco la sopravvivenza. Pagina dopo pagina si delinea la risposta a quella domanda che dà inizio a questa avventura estrema: è il desiderio di ritrovare nella natura l’essenza più pura della propria anima, prima che l’intervento dell’uomo distrugga il meraviglioso ma precario equilibrio di quei luoghi.

Ogni luogo del libro viene descritto con immagini indelebili di rara vividezza: il vento feroce della Lost Coast, gli iceberg di Icy Bay, il freddo intenso del bacino del Copper River, i colori struggenti di un tramonto sul mare di Bering, ma anche le zone devastate dalla deforestazione nella Great Bear Rainforest, le aree già sottoposte allo sfruttamento minerario, e senza dimenticare gli incontri con le popolazioni locali e quelli, meno occasionali, con balene, orsi, alci o leoni marini.

“Sulla Lost Coast, i fenomeni geologici accadevano in tempo reale. Il mondo si formava, crollava, si spostava e si scigloeva sotto i nostri occhi… Gli effetti dell’erosione lungo i margini del Malaspina Glacier erano evidenti e a farne le spese erano in primo luogo gli orsi”.

E ancora: “Erano passati quasi sei mesi dall’inizio del viaggio. Dei tremila chilometri circa percorsi dino a quel momento, la Lost Coast era il luogo che preferivo. Secondo noi era la terra selvaggia per antonomasia. Una terra che non si curava della nostra presenza o assenza. Una terra che non era stata creata per gli uomini e che sfuggiva alle loro regole. C’è qualcosa di meraviglioso nel piegarsi alle regole della natura. L’intensità della Lost Coast era diversa da tutte le esperienze precedenti. Quando era dell’umore giusto, era il posto più bello del mondo”.

Il viaggio raccontato in queste pagine è soprattutto un viaggio nello spirito della natura e alla ricerca di sé stessi, un percorso che l’uomo sembra avere dimenticato o abbandonato, come quei sentieri battuti dal vento su cui cresce lo sparto. La cultura come viaggio e il viaggio come cultura. Nella speranza chi ci sia ancora un mondo altrove, inesplorato e incontaminato, dove la mano distruttiva dell’uomo faccia fatica ad arrivare.

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Daniele Del Moro

Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Lettere, gruppo demo-etno-antropologico, con tesi in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Direzione e coordinamento di redazione per Scrittore In Viaggio e per Green Planet News, quotidiano online e studio di editing e progettazione grafica.

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