21 Gennaio 2020

L’eleganza, la vera trasgressione

L'eleganza, la vera trasgressione
Foto di StockSnap da Pixabay

“I belli, i solitari, gli indifesi, i silenziosi, i fieri, quelli che si innamorano delle statue”, è questa forse l’eleganza? Mi aggrappo al mondo per capirne il senso. Di fronte a questa nostra epoca, ribalda di mediocre sciatteria esistenziale, che fare? Scrivere, leggere, ascoltare buona musica, vedere bei film, camminare, circondarsi di persone belle, quelle che, come fiori eleganti e colorati, sono in grado di emanare il profumo della vita. In poche parole, l’eleganza che nasce da un sentire.

Come l’aorta di un infartuato, a volte siamo noi a ostruirci da soli perché non sappiamo guardare altrove. Totò, la Banda degli Onesti. Per parlare di eleganza parla da qui. Eleganza come rispetto e come dignità. Moltissimi film dell’Italia del dopoguerra sono pregni di questi valori. Ebbene si, ne sono ricolmi, di dignità, i protagonisti, l’umile portiere, Totò,  il tipografo, Lo Turco e il pittore, Cardone, squattrinatissimi galantuomini alle prese con la vita.

Non è certo eleganza oggi, quella delle dita perennemente appiccicate al cellulare o della smania di essere ovunque. Come gli slogan della politica. Ricoprire il vuoto con parole, tante, tante parole. No, quella di un tempo è l’eleganza che predicava il dovere di un’alta tenuta e anche l’operaio che si incontrava sul tram, logoro e stanco, indossava la giacca. Torniamo al film. C’è un’aria in questi film di alta tenuta appunto, di resistente dignità allo sbarco del Lunario che affascina e insegna.

Non le attuali cronache moderne dell’intestino crasso. Sulla Banda degli Onesti sono tutti eleganti, badate bene, nella miseria: dai protagonisti ai sottoposti, i bambini figli del portiere Totò, il cavaliere che ha lavorato al Poligrafico dell Stato, la moglie tedesca di Totò, il ragionier Casoria che ruba sui bilanci del condominio, Michele, il figlio grande finanziare di Totò, il tabaccaio, Marcella, la figlia del tipografo Lo Turco, Peppino De Filippo, Mustafà, il cagnolino della famiglia Buonocore.

Insomma, un’orgia di bellezza semplice dove ogni orgasmo è essenzialmente aristocratico e si chiama estasi. Arrivando ai giorni nostri, non è possibile non rilevare, per chi ha simili orgasmi, ben altra cifra rispetto all’attualità. Talvolta si ha la sensazione di una dittatura militare della mediocrità. In parecchi ambiti del vivere “incivile”. Siamo agli avanzi estetici, alla volgarizzazione dell’essere di cui la vita politica è incarnazione.

Per carità l’è dura per tutti. Anche per l’eleganza. Ma ci siamo abituati alla sciatteria esistenziale, è un dato, dove il trash semplifica ciò che è complesso per ridurlo in poltiglia. Non dico di educarci ad una alterigia aristocratica, no, non questo. Ma un ritorno alla semplicità disvelatrice di valori fondanti come rispetto e dignità, questo si. E rispetto e dignità passano anche attraverso la cura di sé. Non a caso il buon Schopenauer, immancabile in libreria vicino alla cassa nelle edizioni Newton Compton, tuonava che “il corpo è l’oggettità della volontà”. Se il corpo l’abbiamo, vale la pena di farne uno specchio, tiè, per i più elitisti, pure santificarlo.

Pensiamo alla padronanza dell’italiano degli studenti di una volta. Penso allo splendido film Mio Figlio Professore con Aldo Fabrizi e il confronto non regge. Costruzione dei periodi e vocaboli sembrano il Generale Cadorna a Caporetto, quello che “non sapeva mordere”. La visione del mondo era molto più complessa e articolata e questo accadeva in una società dove ancora l’analfabetismo era dilagante. Cosa siamo diventati? Eleganti affettati col rolex cinese o finti proletari? Era forse meglio perir da democristiani, come si diceva un tempo, sui baffetti di Fanfani? A quale eleganza è possibile aspirare?

L’eleganza, di che parliamo?

L’eleganza in architettura? Vogliamo parlare del razionalismo dell’Eur o di quella che una volta era la stazione Termini dove ci si vedeva alla lampada Osram per sperare in un bacio? Oggi la Stazione Termini da sintesi architettonica tra classicità e futurismo è divenuta l’incarnazione di quella tendenza che Massimo Mantellini ha stigmatizzato nel volume Bassa Risoluzione come la volontà di sostituire beni e servizi esistenti con tecnologie di scarsa qualità. Il trionfo dell’americanismo con luci e lucette da postribolo in stile Las Vegas.

Una sensazione di spaesamento ti arpiona quanto ogni traccia di bellezza, di quella che Agostino definiva Pulchritudo dei, armonia delle forme che proviene dalla grazia, la noti “occupata” dallo scadente e dal volgare, deturpata dall’incuria e dal menefreghismo. Vogliamo parlare dell’immondizia nelle strade? Sostanzialmente è un due di coppe con briscola a bastoni vedere questa trasformazione in atto. I due Moloch, indifferenza e irrealtà, da cui molti fariseucci, soprattutto nelle alte sfere, sono posseduti, è un altro dato di fatto. fa più comodo cenare in terrazza con la quinoa ecosostenibile e parlare dei ceti poveri, malcelando un disprezzo di classe verso le periferie che non frequentano, giammai. E l’irrealtà in cui vivono frammista all’ipocrisia, li fascia come lo zucchero filato intorno allo stecco e non vedono, non sanno, non sentono. Fanno slogan o si stracciano le vesti. Se ne fregano, tanto hanno mutande di velluto. I nuovi ricchi.

Insomma l’unico antidoto a questi miasmi è la ricerca della grazia, la volontà di incarnare un po’ di armonia, di autentica eleganza. Il cruccio degli intellettuali una volta era l’omologazione che oggi van predicando. Pasolini denunciava la perdita delle tradizioni popolari, dei dialetti e dei costumi del popolo mentre il progressismo militante voleva educare il volgo, per fare dei proletari i nuovi borghesi.

Una battaglia che è una questione di stile

Il risultato è stata una evidente perdita di gusto e la costituzione di una ampia massa di arricchiti che fanno di cultura e di eleganza troppe volte un’arrogante superbia. Ricordiamo le parole di Leo Longanesi: “Non c’è più fantasia, i nuovi ceti non sanno che farsene della fantasia. I grandi problemi della produzione, i monotoni miti dei nuovi ceti non tollerano più la fantasia. Tutto è destinato a ubbidire alle leggi del peso e della quantità. Oggi si procede soltanto a miliardi e tonnellate. (…) Si tende a mettere tutto in scatola: idee, frutta, sentimenti, carne. Non c’è posto per la fantasia, che è figlia diletta della libertà”.

O leggiamo Alberto Arbasino: “Il tipico ghignetto di saputaggine complice, da parte degli intellettualini di merda, che si sentono maestrini à penser quando colgono un amaro sarcasmo di èlite dentro lo schizzetto cheap di bile di massa”. Il gusto è un’altra cosa. Si chiama fantasia, tradizione, eleganza non formale. Bisogna opporsi all’omologazione con la capacità di uscire dalla marmellata, dal magma delle parole tutte uguali che sintetizzano la povertà vera di ciò che dentro si porta.

Una battaglia che è una questione di stile. Un modo per stare al mondo, comunicare coi vivi, ricordare i morti e fare testimonianza. Gentilezza, modi semplici, cordialità spontanea e attenzione ai dettagli. Mi tocca ancora citare Pasolini: “Ora, uno dei luoghi comuni più tipici degli intellettuali di sinistra è la volontà di sconsacrare e (inventiamo la parola) de-sentimentalizzare la vita. Ciò si spiega, nei vecchi intellettuali progressisti, col fatto che sono stati educati in una società clerico-fascista che predicava false sacralità e falsi sentimenti. E la reazione era quindi giusta. Ma oggi il nuovo potere non impone più quella falsa sacralità e quei falsi sentimenti. Anzi è lui stesso il primo, ripeto, a voler liberarsene, con tutte le loro istituzioni (mettiamo l’Esercito e la Chiesa). Dunque la polemica contro la sacralità e contro i sentimenti, da parte degli intellettuali progressisti, che continuano a macinare il vecchio illuminismo quasi che fosse meccanicamente passato alle scienze umane, è inutile. Oppure è utile al potere”. Viene spontaneo pensare per chi guarda ad una direzione del mondo come una weltanshauung: essere davvero trasgressivi, vivere con eleganza, con la volontà di capire il mondo e farne esperienza.

Daniele Del Moro

Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Direzione e coordinamento di redazione per Scrittore In Viaggio e per Green Planet News, quotidiano online e studio di editing e progettazione grafica.

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Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Direzione e coordinamento di redazione per Scrittore In Viaggio e per Green Planet News, quotidiano online e studio di editing e progettazione grafica.