Mi scortico

Mi scortico spesso,

quando mi chiamo.

Mi sbriciolo, pugnalo, confido, sgrano,

tra matasse incise,

in un disegno fitto,

talvolta senza ponti.

Poi col pugno chiuso, serrato,

provo ad aggiustare i cocci,

 e con dita laboriose,

a tagliare ancora, sminuzzare,

quelle crepe d’ombra,

che divarico,

per cercare luce

e uno sbocciar di soffi.

Non è la vecchiezza il male,

è quell’arsura,

quella fissa di farsi angusti,

su minuti e schiocchi,

quando invece c’è vita, c’è bellezza

d’occasioni dense, e di profumi.

Allora, se ci penso, e mi ravvedo,

con le suole, calpestando un maremoto,

faccio di me fessura,

per dire basta a questi graffi,

ai gonfiori della mente,

al mio sudore ombroso.

Dico basta agli sbattuti slanci,

agli scalci sgangherati,

per trovare chissà cosa.

E quel nodo poi si infrange

su quella sonda, quella speranza,

minuta e urlante,

che fa vertigine,

quasi paura,

di semplice serenità.

Ma sta qui il segreto.

Non è crescere senza polvere,

senza sfregio.

E’ farsi acqua sul dilaniato,

che capacità,

gioia, remo, calma, quasi ignaro,

anche quando, nell’aria prilla,

non so quale spirale d’angoscia

e spari.

Tenersi fermi,

se schiaffeggia,

la burrasca,

e il cristallo mi va negli occhi,

che fanno sangue.

Ricaricarsi,

questo è,

sarà più mite il tempo,

e discreto, ancora,

di nuovo,

sarà un lampo sulla cera,

lo splendore sulla fuga, e chiarità

Vitaleta 5 - 01-01-2017

 

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