Non è più il tempo delle mele

Non è più il tempo delle mele.

Bene che va, è il tempo delle mail.

Peccato. L’adolescenza è sempre stata un momento complesso. Il tempo delle mele rappresentava la deriva “fantasiosa” di un modo di essere, un pò Mulino bianco, un pò l’onda lunga del mago Zurlì. Ma stagione di inquietudine e di soffocate speranze nello spaesamento cognitivo, quello si, l’adolescenza lo è da sempre.

Oggi ancora di più. Perché la finta libertà che tuona al di là del muro di Berlino, Goodbye Lenin, ha fatto dell’adolescenza, il banco dell’orgia in piazza,  il tempo delle lacerazioni, degli strappi.
Da bramosia di maturità consapevole, che arrivi quanto prima, per avere pace e fare luce nelle crepe.

Viene da fare un attacco diverso per questo pezzo.

Citare uno degli attacchi giornalistici più intensi di sempre.
Quando Giampaolo Pansa dal Vajont realizza il celebre incipit: “Scrivo da un paese che non esiste più. Spazzato in pochi istanti da una gigantesca valanga d’acqua, massi e terra piombata dalla diga del Vajont”.
A me viene da dire così:  scrivo da un mondo che non esiste più, che non riconosco più.

Spazzato via da falsi sogni e promesse di libertà, da paradisi artificiali e psicofarmaci, da improbabili modelli di violenza e prevaricazione su cui pesa la responsabilità degli adulti e dell’incontinenza di una fallace idea di indipendenza  e di affermazione.

Il bullismo è solo uno di questi aspetti, la smania di protagonismo e di “immagine” da sacrificare alla bramosia terribile di un Moloch sdentato con la bocca intrisa di bava e di sangue.
Un problema che troppe volte si vive nell’angosciosa solitudine della propria stanza, con la lingua impastata d’ansia e di paura, quando si vorrebbe avere ali per volare e denti per sorridere e basta.

La robotizzazione integralista dell’essere non è solo un fatto tecnologico che ha instaurato un totalitarismo “dis-umano”  su cui verrebbe voglia di invocare un nuovo luddismo.
La robotizzazione della mente, la “social- izzazione” virtuale ma troppe volte non virtuosa non è solo l’alienazione del marxismo e la perdita del lavoro.
E’ la sconfitta della civiltà se non si è capaci di gestirla questa tecnocrazia. Verrebbe voglia di darsi al bosco come predicava Ernst Junger nel suo Trattato del Ribelle e di farsi waldganger, hic et nunc.

L’economista Richard Freeman ha parlato di “feudalesimo dell’età delle macchine” e i numeri degli studiosi più pessimisti parlano chiaro: una persona su due perderà il lavoro in America nei prossimi vent’anni a causa delle macchine.

E il cervello?  Che fa di fronte alla robotizzazione, alla “social-izzazione” che nella spettacolarizzazione si autoalimenta? Rischia l’obnubilamento davvero o è solo fantasia, allarmismo di un mondo che si oppone al progresso?

Non è una novità che molti psichiatri e “addetti ai lavori”, in maniera sempre più frequente, tendano a mettere in guardia dall’uso ossessivo e compulsivo di smartphone e tablet. Soprattutto nel caso di utilizzo “senza regole” da parte dei bambini.

Il giovane fotografato e postato su Facebook dal padre per sottolineare la violenza subita dal figlio e denunciarla ha fatto bene?

Secondo la filosofa Michela Marzano, no.Ha scritto sul quotidiano La Repubblica la studiosa: “Rompere il muro di silenzio e di omertà che circonda ancora oggi tante vittime della violenza e del bullismo è certamente un dovere. Che a farlo sia il padre di un tredicenne picchiato da tre coetanei pubblicando su Facebook le foto del viso tumefatto del bambino, però, non può non suscitare qualche perplessità. Non solo perché, così facendo, c’è il rischio di esporre il bimbo ad ulteriori vessazioni – invece di proteggerlo e aiutarlo a ritrovare pian piano fiducia in se stesso e negli altri – ma anche e soprattutto perché, all’epoca dei social e della ricerca spasmodica di visibilità, quegli oltre diecimila “mi piace” che sono arrivati in poche ore sul post del padre del tredicenne potrebbero avere un effetto esattamente opposto rispetto a quello ricercato. Invece di essere un deterrente a comportamenti inaccettabili – scopo dell’appello accorato dell’uomo che vorrebbe che quanto successo al figlio non accada mai più – tutti questi “mi piace” potrebbero erroneamente indurre i colpevoli a sentirsi degli eroi. Invece di suscitare commozione nei confronti della vittima, potrebbero essere percepiti come un incentivo, per i bulli, a continuare a insultare, maltrattare e ferire chi, ancora troppo piccolo o fragile, non riesce a difendersi da solo”.

Sottoscrivo in pieno quando detto da Michela Marzano. C’è il rischio di fare ancora più spettacolarizzazione, di fornire un ulteriore pretesto per un desiderio malato di visibilità.
Come ha scritto Emil Cioran, “il bisogno di gloria deriva da un senso totale di insicurezza”.
Dare sicurezza a questi ragazzi soli è compito degli adulti, dare sicurezza significa porre una linea netta di demarcazione tra il buio e la luce. Significa anche ridare voce alla scuola per fare in modo che torni ad essere autorevole e non figlia del caos, significa riconfermare il senso dello stato e della politica che non si alimenta di chiacchiere ma del rispetto della legge e della morale, non clericale ma filosofica.

Il prolasso dell’inettitudine che continuamente fuoriesce per affermarsi e servire il Moloch dello show non può e non deve sostituirsi al fascino della relazionalità sana, giocosa, complice e, quella si, risolutrice delle molte tempeste adolescenziali.

Bisogna saper prendere una strada, concedersi ad una direzione.
Il viso tumefatto di un bambino non può essere lo strumento di nessuna politica del vuoto e del vuoto che si è sostituito alla politica. Il rischio è che al posto della sensibilizzazione che va fatta in altre sedi e con altre modalità, subentri il gioco del carnefice, la morsa totale della servitù incosciente, quella che compie le infamità per cercare applausi e riconoscimento.

Agli adolescenti non bisogna dare illusioni. Bisogna aiutarli a fare fenomenologia, ad arrivare al nucleo della realtà, senza perdere il desiderio di sognare, guardando la bellezza del reale, superando l’orrore del mondo e accettando se stessi.

Non a caso Jennifer Niven, in uscita con il suo nuovo romanzo L’universo nei tuoi occhi (De Agostini, Trad. di Simona Mambrini, 416 pp, euro 14,90), autrice del caso letterario Raccontami di un giorno perfetto, ha detto: “Niente fiocchetti rosa o storie edulcorate, ai teen-ager bisogna regalare autenticità, zone buie comprese”.

Il bullismo fa parte di questa zona buia. Se la giovinezza è l’esplosione della vita, portare luce in questo buio vuol dire fare catarsi e condividere la stessa sorte: vittime e carnefici a ricordare bene che il tempo passa e con i giorni passa anche la gioventù.

Il tempo delle mele non ritornerà più.

Vale la pena di prendersi per mano e affrontare la tempesta.
Godersi l’attimo di felicità, uno solo, non quello che fugge e che ci costringe spesso, troppe volte, allo sballo.  Ma quello che palpita, finché dura. Tutti insieme.

Prima di diventare grandi e non avere che rimpianti, voltandosi indietro.
E dover esclamare, come fa dire Pasolini al protagonista di Una vita violenta, il suo Tommaso (Puzzilli): “so stato ricco e nun lo sapevo”.

 

 

 

 

 

 

 

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Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Storia delle religioni, scrivo per legittima difesa. Amo la vita e chi me l'ha data.

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