Che notte quando arrivava lei, la Befana

Che notte quando arrivava lei, la Befana. Quanti ricordi. C’era una speciale magia quando la vecchietta sulla scopa bussava alla tua porta. E gli occhi dei bambini si colmavano di stupore

Che notte quando arriva lei, la Befana. Mentre vi segnalo che sul nostro sito Green Planet Edizioni abbiamo inserito un articolo che è una ricetta per preparare biscotti “celebrativi” a forma di calza, la mente “esonda” e, guarda caso, mi riporta al passato.

Prometto di essere buono. Almeno questa notte. Per non avere carbone. Dunque, di non importunarvi con le solite nostalgie.

Cosa è la befana per me, per voi?

Per me è la “famigerata” letterina con cui chiedevo alla simpatica vecchietta alcuni regalini.

Parto dalle strategie di comunicazione. Io in compagnia di mia madre. Seduti al tavolo della cucina. Come si usava un tempo. Radio accesa. Mia madre che stira e io che fantastico con i miei sogni.

Guardando quei lampadari da cucina di una volta, decorati con fiori e frutta, di quelli che si abbassavano e alzavano con un meccanismo a molla che per noi bambini era una tentazione continua.

E scrivo. I miei occhi brillano. Di speranza. Che i miei desideri si avverino. Ho anche un po’ di timore. Mamma e papà mi dicono che non devo fare tardi. Altrimenti c’è il rischio che la vecchina, “guardi e passi”.

Io alla befana credo sul serio. Il solito illuso. Che non cambierà molto nel tempo, per la verità. Continuerò anche a credere, va là, alle persone. A volte giustamente, a volte, col desiderio di spernacchiarmi da solo, tanto l’errore.

Che notte quando arrivava lei, la Befana
Che notte quando arrivava lei, la Befana

Mi metto a letto. Ma prima lascio la letterina. Dove? Nel buco centrale di quelle cappe in metallo di una volta che di sostenibile avevano solo i ganci che le fissavano al muro.

Il resto era zozzeria da vapori di cucina e metalli più pesanti del mercurio e del cromo esavalente.

Infilo col le mie manine il foglio intriso di speranza e scarabocchiate parole e via. A letto.

Non dormo per niente. Col cavolo che sento mamma e papà. Io sta vecchina, nascondendomi sotto le coperte, la voglio vedere. L’immaginazione non mi manca.

Sento che passerà davanti alla finestra della mia stanza, a cavalcioni di questa scopa rigorosamente di saggina spessa, quella che usavano una volta i netturbini e che quando li vedevi, ti parevano gente di famiglia. nel senso che una chiacchiera te la facevano sempre.

Più contemplativi, “slow cleaner”, rispetto ai “monnezzari” sul predellino che arrivano “cantando” all’armi, all’armi, all’armi siamo quelli dello “svotone”. Dio li benedica. Gli uni e gli altri. Che ci portano a pulizia. Quando passano. Però, gli scopini in tenuta blu e cappello, che fascino, che soldati.

Insomma, a letto rimango in fibrillazione. Sia perché i miei genitori mi hanno fatto la promessa. Verranno a svegliarmi dopo che loro avranno ricevuto la befana. Io attendo e sbircio.

Eccola, mi pare passata questa befana. Un po’ strega Nocciola, un po’ nonna, cappellone e scopa. Eccola che se la spassa, volteggiando nell’etere. No. Mi sbaglio. Il rumore è mia madre che mi dice di dormire che fra poco arriva.

Io ci provo e aspetto che papà e mamma facciano gli onori di casa alla simpaticona senza età. E mi vengano a chiamare. Quello che mi chiedo è: ma perché una vecchina così sprint, che se ne va a zonzo per i cieli di tutte le epoche a portare regali ai bambini, coi bambini non ci parla e non li incontra direttamente?

O forse è così poco avvenente che teme di non essere ben vista? Pane per i denti di Francis che ci scappa una bella richiesta di accoglienza pure per lei. Senza ironia. Lei è più migrante di tutti e se ne infischia di qualsiasi pregiudizio. A tutti porta qualcosa. Solo che separa il grano dal loglio. A chi regali, a chi il carbone.

Perché se sei un po’ minchione, c’è ancora la briga di fartelo notare. Che magari impari e l’anno successivo becchi un bel regalino. Santa morale che si faceva con miti, favole, leggende e racconti.

Tant’è. Vado avanti. Mi strappo la nostalgia dal petto e la sacrifico sull’altare del presente. Promesso. L’aria è di festa. Finalmente il mio papone apre la porta della stanza.

Io accucciato nel letto, balzo fuori come un gattino, in pigiama rigorosamente di spugna, di quelli con la stellina e l’abbottonatura sulla spalla a sinistra che sembri Ed Straker su Base Luna.

Che notte quando arriva lei, la Befana.

Fa anche un po’ Spazio 1999. Per me è una notte magica davvero. Altro che i mondiali cantati da Gianna Nannini. I miei prendono per mano me e mio fratello che della befana pare impiparsene un po’, è più piccolo, meno consapevole.

Mica come me, che, gagliardo e tosto, sono straconvinto che esista ‘sta befana. Più convinto di certi con la ripresa. Tutto dire.

Che emozione. La distanza che mi separa dalla cucina è un corridoio lungo. Di quelli di una volta. Dove le case hanno soffitti pensati per “l’homo sapiens erectus”. Non progettati per Gongolo, Dotto e i fantastici sette. Nani. Insomma, camminiamo tranquilli e non a passo di leopardo.

Arriviamo in cucina e io quasi mi vergogno e temo che ci sia lei, la mitica vecchina.

Invece, sfolgorano sul tavolo, sotto il succitato lampadario a cui stavolta non darò il martirio, quanto richiesto. Incredibile. Mi ha portato proprio quello che desideravo. me la sono scampata. Niente carbone.

Che notte quando arriva lei, la Befana.

Avevo chiesto alcuni regali. Essendo innamorato di mio padre, amavo andare in macchina con lui. Da alfista, entravo nella sua Giulia e mi pareva di essere un re. Poi quell’odore dei sedili.

Insomma, mi piacevano le macchinine. Servito. Eccole, due belle Alfa Romeo Giulia di Carabinieri e Polizia. Avevo il senso dello Stato innato. Pensate oggi come vivo che lo Stato non esiste più. Era meglio avere la pancia dell’Olio Sasso. Vabbé.

Le macchine sono meravigliose. Polystil, le tiro fuori dalla scatola. Odorano di metallo. Tocco le gomme, apro gli sportelli, guardo i fari che sembrano brillanti sfavillanti che al confronto il mago Otelma è un chierichetto a sobrietà.

Belle le gazzelle dei Carabinieri, in blu, bella la volante della Polizia in grigioverde. Ancora non è stata smilitarizzata e i policeman non sono tutti giubbottino di pelle e jeans anche a -10 di temperatura. Come ci faranno vedere sulle fiction della modernità.

Che notte quando arrivava lei, la Befana
Che notte quando arrivava lei, la Befana

Distretto di Polizia e compagnia bella. In quel caso, di stretto ci sono solo sti giubbottini.

La polizia ha la divisa e le Giulia è dello stesso colore. Poi altra sorpresa. C’è un’ulteriore aggiunta. La befana è proprio generosa. L’austerity degli anni Settanta mica è la fame dell’Ue e della ripresa che non c’è.

Altra macchinina: Lancia Fulvia HF 1600, in versione spedizione polare. Ha le gomme chiodate davanti che si tolgono e si sostituiscono, tutta sporca di neve. certo, a pensarci oggi, andare al Polo Nord con la Fulvietta coupè. Altro che il generale Nobile.

Eccolo qua, uno dei miei regali che ancora custodisco e che è nel mio studio a distanza di decenni. Lancia Fulvia HF Spedizione Polare

I coupé poi mi sono sempre piaciuti. Per non dire dell’Alfa Romeo GT Junior di nonno. Di quelle basse e strette. Con il rombo  del motore inconfondibile: trrn, trrn, trrn. Un leone pronto a scattare.

Che notte quando arrivava lei, la Befana
Che notte quando arrivava lei, la Befana

L’entusiasmo è alle stelle. Più contento del Massimo Inardi al Rischiatutto.

Sono ricco. Baci e abbracci. Vorrei che la notte non finisse mai. Chiedo se tornerà la vecchina. Vorrei ringraziarle, abbracciarla, baciarla. No, magari, baciarla no. Basta un abbraccio.

Niente, è ora di andare davvero a dormire.

Sarà una delle notti più belle della mia vita. Nessuna paura del buio, delle luci fuori che tremano. A letto me le porto le mie macchinine. Ne sono travolto, le metto sul cuscino, le guardo, fantastico di quando sarò grande magari ne comprerò una vera.

Peccato che, una volta grande, il sistema mi lascerà la Punto o poco più. L’Alfa Romeo Giulia sarà molto diversa. Irriconoscibile. Come la nostra Italia, come, forse, la nostra befanina per molti.

Che, tra paure di urtare le sensibilità altrui e altre ipocrisie del politicamente corretto, davvero rischia di trasformarsi in una migrante dell’anima. Dove per lei non c’è spazio. Perché gli uomini non hanno più il coraggio di credere.

O forse per tanti è ancora là. Come la mia passione per i modelli di Alfa Romeo che possiedo ancora oggi e che mi rimandano a quella notte di magia.

A testimoniare che c’è speranza, che una notte, possa essere indimenticabile.

A cercare, con un cuore da bambino, l’invisibile alba di un mondo dove ancora sorridere e sperare.

Di stare così. Semplicemente felice, a dormire con tutto ciò che abbiamo di più caro.

E poi del resto, dopo tutto, che importa?

Buona befana, per una notte piena di sogni.

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Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia e blogger, scrivo per legittima difesa.

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