Pil in calo del 4,7% ma non parlateci di debito pubblico

Pil in calo del 4,7% ma non parlateci di debito pubblico
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

C’era da aspettarselo. Nel primo trimestre 2020 il prodotto interno lordo italiano, secondo la prima stima dell’Istat, ha fatto registrare un calo del 4,7%. Si tratta di una contrazione particolarmente severa, soprattutto se si considera che è stata determinata in larghissima misura dall’andamento del solo mese di marzo in cui l’attività economica è stata pesantemente influenzata dall’emergenza coronavirus. Con il calo del primo trimestre di quest’anno l’indice trimestrale del Pil italiano accusa un calo del 9,5% rispetto al livello ante-crisi dell’inizio del 2008.

Come è noto, il Pil italiano, a differenza di quanto è successo in tutte le economie avanzate, a fine 2019 accusava ancora un calo del 5% sul livello ante-crisi 2008, calo che in questo inizio del 2020 si sta fortemente accentuando. Come riportato dall’ANSA: “Il Coronavirus si abbatte sull’economia italia: il Pil nel primo trimestre 2020 è calato del 4,7% sul trimestre precedente e del 4,8% sull’analogo periodo dello scorso anno. Lo comunica l’Istat nella stima preliminare spiegando che il dato è corretto per gli effetti di calendario ed è destagionalizzato. Si tratta di un dato atteso, ma in realtà migliore di quello stimato dal governo nel Def (-5,5%), oltre che di quelli resi noti da Francia e Spagna. La variazione del Pil acquisita per il 2020 dal dato del primo trimestre è di -4,9% ed è il risultato che si avrebbe in assenza di ulteriori variazioni fino a fine anno.

Pil e debito pubblico, nella tela del ragno

Ora, cosa dobbiamo aspettarci? Per quanto riguarda l’andamento del coronavirus, difficile dirlo. Nel batti e ribatti che accompagna le nostre giornate, tra comunicatori, virologi, sedicenti esperti e raffinati tuttologi, viene da dirsi: siamo nelle mani dell’Onnipotente. Altra cosa è la politica cui spettano scelte difficili in un momento particolarmente complesso, questo nessuno lo nega, ma dal momento che i nostri onorevoli sono tra i meglio pagati, è conseguente aspettarsi soluzioni intelligenti e “a favore del popolo”. Insomma “riusciranno i nostri eroi” a non farci fare la fine del sorcio?

La situazione del Pil porta necessariamente ad alcune riflessioni. Intanto bisogna insistere con la simpatica congrega Europea ed europeista a non menarcela troppo col debito pubblico. A chi insiste nell’ostentazione della correlazione tra debito e pubblico e Pil portiamo alcuni dati che sottendono la domanda finale. Il rapporto tra debito pubblico e Pil hanno detto i simpatici amici dell’associazione “Cosa Loro” deve stare al di sotto del 60%, Ricordiamo che in Sudan è pari al 55%, in Camerun al 32%, in Nigeria addirittura al 15%. Vorreste viverci in paesi come questi che risultano essere migliori del nostro per quanto riguarda appunto il rapporto tra debito pubblico e Pil? Chi dice sì è ingenuo o in malafede. Altre ragioni non ve ne sono se si prova davvero un po’ di empatia per le sorti del genere umano e non si parla con le sofferenze degli altri, nel conforto di case calde e ben “domotizzate” dove le infrastrutture saranno pure state costruite a suon di mazzette ma, obiettivamente, la vita è leggermente più agiata.

Ciò non significa l’adorazione imberbe delle spese pazze e dei soldi buttati ovunque ma una riflessione oggettiva su quel che troppe volte ci viene rinfacciato come paese. Ricordiamo ancora le parole dell’allora Presidente della Commissione europea, Jan-Claude Juncker, quando, nella sua sobrietà, ebbe a dire: “Gli italiani devono lavorare di più, essere meno corrotti e smettere di incolpare l’Unione europea per tutti i loro problemi”. Come dargli torto. Ma da austero controllore dei conti, in un momento di austera dimenticanza, esplose il caso Lux Leaks, un dumping fiscale di cui beneficiavano i soliti noti sottraendo alla morigerata Unione ben 1000 miliardi l’anno. Da consultare a riguardo il volume di Leonardo Sisti, Il paradiso dei ricchi, (Chiare Lettere, Collana Principio attivo, pagine 304, € 17,10) quello appunto dove Grecia e Italia sono i cattivi e i buoni sono quelli che beneficiano del paradiso fiscale.

A mio modesto avviso, sarebbe ora di cambiare e passare ad una unità reale dei paesi fratelli d’Europa. Se ci hanno fatto entrare ai tempi, pur col nostro debito pubblico, è segno che non si trattava di bontà d’animo, quella che Conte chiede alle banche, ma di opportuni calcoli, ovvio, come direbbe Totò.  Se l’Italia infatti fosse stata lasciata libera di “svalutare”, il potente marco tedesco ne avrebbe certamente risentito. Dunque all’apoca il ragionamento fu: dentro l’Italia che poi la sistemiamo a dovere con una classe dirigente ad hoc, non a caso “europeista” fino alla punta del gozzo.

Giova anche ricordare, ai fruitori del verbo “ogni bambino nasce con un debito pubblico enorme”, quanto scritto da Gialuigi Paragone nel suo La Vita a rate: “Il debito pubblico, come abbiamo visto, lo raccontano come il peccato originale in capo a ogni italiano: ogni neonato – dicono i think tank neoliberisti – nasce già con un debito di 40.000 euro. A questa fanfaronata possiamo rispondere che quello stesso neonato eredita però scuole, strade, ospedali, reti idriche o energetiche costruite con denaro pubblico. Inoltre quello stesso bambino spesso eredita anche una ricchezza in BTP dai suoi genitori o dai suoi nonni. Insomma il nostro debito pubblico è sostenibile, come dimostrano i dati aggregati”.

Monetizzazione del debito

Che fare dunque ora che siamo stati ben condotti ai sogni di libertà e di gloria in un “‘Europa che non c’è”? Inutile girarci intorno. Quanto attuato dal “più cattivo tra i cattivi” ossia Donald Trump in America sta ottenendo diversi risultati tanto è vero che appare scontato l’esito delle prossime presidenziali. La ricetta? Quella che sottolinea ancora Paragone nel suo libro: “Toh, a quanto pare quel matto di Trump – il nemico numero uno dei radical chic –, usando spesa pubblica, riduzione delle tasse, monetizzazione del debito e persino i dazi, sta facendo volare l’economia, crescere i salari e si lancia per il bis”.

Dunque la via non può essere l’austerità né tanto meno la patrimoniale. In questa Italia del coronavirus il problema è “a Monti” ma non solo. La regola-totem  del 3% debito/Pil è la sintesi dell’integralismo finanziario. Che peraltro non ha alcuna base scientifica. Come sostenuto anni fa in un’intervista rilasciata a Vito Lops del Sole 24 Ore, Guy Abeille, il creatore di questa messa in croce per molti popoli europei, (il passo viene ancora riportato nel libro: “Se mi chiede se la regola secondo cui il deficit di un Paese non debba superare il 3% del PIL abbia basi scientifiche le rispondo subito di no... Sono stato io a inventarla, nella notte del 9 giugno 1981 su richiesta esplicita del presidente François Mitterand, che aveva fretta di trovare una soluzione semplice per mettere rapidamente a freno la spesa del governo di sinistra, che nel frattempo stava esplodendo. Così, in meno di un’ora, senza l’assistenza di una teoria economica, è nata l’idea del 3%. […] Il deficit/PIL è un rapporto che può al massimo servire da indicatore, ma in nessun caso può essere una bussola perché non misura nulla, non è un vero criterio”.

Il risultato di questa politica è stata l’erosione della classe media che si è proletarizzata e il proletariato che è finito in larga parte alla Caritas. Monetizzare il debito pubblico non significa altro fare come fanno in quell’America che in molti sbandierano spesso per altri motivi. Ossia non pretendere restituzioni, trasformare la BCE in banca realmente centrale al pari della FED e fare in modo che si armonizzi il sistema fiscale con la condivisione del debito trasformandolo in debito europeo, facendo giustizia sociale e non macelleria a danno dei più deboli. Le politiche colonialiste hanno prodotto l’Africa che vediamo oggi con cui gli stessi paesi più protagonisti nel colonialismo ancora sostengono le proprie finanze. Sarebbe il caso di smetterla e cambiare mentalità. Non attuando, de facto, politiche coloniali anche in Europa.

Daniele Del Moro

Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Direzione e coordinamento di redazione per Scrittore In Viaggio e per Green Planet News, quotidiano online e studio di editing e progettazione grafica.

Altri articoli

Aggiungi commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Daniele Del Moro

Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Direzione e coordinamento di redazione per Scrittore In Viaggio e per Green Planet News, quotidiano online e studio di editing e progettazione grafica.