Puglia, la bellezza della tradizione

Vacanza in Puglia. Il racconto della mia esperienza estiva tra mare, territori e il volto di una Italia che affascina e che ancora resiste. Nonostante la globalizzazione

Quest’anno vacanza tutta “Made in Italy”. Decido di rimanere ad ammirare le bellezze del nostro paese che, seppur martoriato, è un’estate “tragica”, deve essere accarezzato con tutta la nostra “ammirazione” e solidarietà. Bene. Tempo e soldi a disposizione sono tot, non molti ma quanto basta per dire: per fortuna, posso fare vacanza. Non dimentichiamocelo. C’è chi non ha un piatto di minestra. Piccolo pensiero dedicato a tutti gli insoddisfatti della vita che fanno vacanza nel benessere e nella noia. Detto questo. Prima settimana di vacanza in Puglia. In questo articolo vi racconterò, fotograficamente e con essenziali parole, per non abusare della vostra pazienza, di questa bella parte del Sud Italia. In uno dei prossimi post, della seconda settimana di vacanza, all’estremo Nord Italia. Tanto per non farci mancare niente e assaporare tutta la ricchezza delle nostre tradizioni.

Dunque, Puglia, si diceva. Si parte a bordo della saettante Hyundai IX20, uso un eufemismo, perché il motore  è lento come la famosa ripresa economica. In pratica, fermo. Anche se scoprirò più avanti che una mossa, questo imballato motore nuovo, se la darà, concedendomi anche qualche soddisfazione. Partendo da Roma, ci spariamo circa circa 500 chilometri in più o meno 5 ore, con annesso piccolo pit-stop da panino, rigorosamente portato da casa che quelli del Grill se li mangiano i Maletton. Noi no. Poi le file, per carità, ci manca poco che pure un termos per il caffé mi sobbarco per evitarle.

La prima sorpresa è l’autostrada che, tragedie estive e speculazioni delinquenti a parte, mi sorprende. Da Roma in direzione Bari, il percorso è buono. passando per la zona di Benevento rimango sorpreso dalla ricchezza del paesaggio. campagna ordinata, ben disegnata, dove la mano dell’uomo sembra aver lavorato in amorevole armonia, vigneti a perdita d’occhio. Mi viene voglia di falanghina, ho un guizzo di bianco fresco nell’iride. Resisto e procedo oltre. Voglio arrivare a Capitolo, vicino Monopoli dove ci aspetta una stanza in una masseria tipica. Da classicista sovversivo quale sento di essere, già sogno i bei tempi andati, i prodotti tipici e la pizzica sulla pietra bianca del Salento.

La sosta è veloce ma invoglia alla pennica. La piazzola è alberata, si sta bene, pure col panino in mano e la portiera apera che manco Verdone quando punta in Polonia con Sergio che fa l’imitazione del bidet. Il terrorismo sul traffico da bollino rosso è solo carta straccia. Non trovo il caos narrato, traffico regolare, il viaggio insomma è piacevole. Arrivo in Masseria verso le 15. Poi dicono del Meridione. Organizzazione impeccabile, che sarà una costante di tutta la vacanza e di cui vi darò conferma.

Puglia, la bellezza della tradizione

In Masseria: entrata alberata che invoglia all’amplesso segretissimo, una strada che soprattutto al tramonto incentiva allo struggimento, ad uno sfrenato romanticismo che Byron in confronto fa sbellicarsi peggio di Martina Mystére quando parla del “vogliamo fare”. Il caldo è amorevolmente torrido. Amorevolmente perché, a differenza di Calcutta, quando il clima è secco,  l’umidità mi fa un baffo a tortiglione.

Ci piazziamo in un appartamento “granitico” della masseria dove la pietra ci avvolge suscitando in me estatici piaceri ma anche qualche leggera inquitudine. Mi sento un po’ come il Cristo nel sepolcro. Per fortuna, un ampio camino che racconta della tradizione contadina porta il mio pensiero altrove. Ed è subito sera. Tra una cosa e un’altra si arriva a ora di cena. Giusto il tempo di fare qualche scatto con il cielo che rosseggia. Lo ripeto: a me il cielo del tramonto fa lo stesso effetto degli afrodisiaci. Ti viene voglia di morderla la vita perché senti quanto è fragile. Come il giorno che se ne va.

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Passereremo la settimana in questo appartamento e ce la gireremo abbastanza, alternando il mare alle visite. L’appartamento è abbastanza in disparte come piace a me. Tavolino fuori ad hoc per un buon sigaro serale col bicchiere della staffa, mentre pensi a come era l’Italia una volta e che oggi fatica a esprimersi. Con tutto che anche una volta la vita era dura ma con più prospettive. Il ristorante di Masseria Donnaloia, questo il nome della struttura, merita un encomio. Non solo perché si mangia in silenzio e in pochi.

Fortuna che la deliziosa famiglia di stranieri con bimbi posseduti dalla pizzica, mammina che pensa di essere l’unica detentrice di una certa cosina e babbo che sembra Marzuk, vanno altrove a mangiare. Altrimenti avremmo mangiato in canzonella come Fantozzi alla Coppa Cobram. Loro credo siano scozzesi, e sono fortunati ad avere i genitori di lui a dare supporto nella gestione bimi alla Montessori. Praticamente quando te li trovi davanti, rimpiangi il Muro di Berlino. Tornando al ristorante, infinita la gentilezza, piatti cucinati e presentati a regola, disponibilità totale. Per non dire dei vini. Il mio piatto preferito, da “ingrifarmi” quasi come il sucitato tramonto, tiella di cozze e patate innaffiata con un bel Minutolo. Siamo in Puglia. Evviva.

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Puglia, la bellezza della tradizione

La Puglia è davvero di una bellezza “simbolica”. Non una sineddoche stucchevole di false prospettive ma di luminosi bagliori. Come la pietra di cui si compone, il bianco che l’avvolge. Il mare è strepitoso. Io che amo la Sardegna, confesso il mio torto. Pensavo che il mare della Sardegna non avesse pari. Mi sbagliavo. L’organizzazione dello stabilimento dove passerò i miei bagni è perfetta. Roba da suscitare invidia alla Wermacht. Il nome, Pellerossa, per un amante di Zagor e di Tex come me, è un destino. Del mare e dell’organizzazione non ho molto altro da raccontarvi. Dei giri fatti nelle deliziose strade di Puglia, dove lo sguardo si sofferma spesso sugli ulivi che l’Europa vorrebbe cancellare con la xylellofobia.

Alberobello

La mia prima escursione per la Puglia non può che partire da Alberobello. La zona dei trulli si divide in due. Da una parte quella meno battuta, meno turistica, no-global. Dall’altra, la solita schiera di negozi di souvenir che trovi, “dalle Alpi alle Piramidi”. Nella parte meno frequentata incontro una signora che è un personaggio. Furbacchiona, mi decanta il suo trullo come il più antico, praticamente risale alla scoperta dell’America. Mi fa entrare dentro e l’arredo sembra una via di mezzo tra la casa della signorina Felicita di Gozzano e, mi tocca citarlo di nuovo, della Pina, la moglie del ragionier Ugo, matricola barraduebissss.

Pure lo stile “Misery non vede morire” le si addice. Abbondano santi e santini, Padre Pio più di Maradona ai tempi dello scudetto, Cristi e Madonne in ogni luogo. Mi fa tenerezza. E con tutte quelle immagini sacre, in ogni caso, mi sento protetto. Altro che storie. Poi quando mi consegna il suo bigliettino da visita, un pezzo di carta scritto a penna con calligrafia precisa e netta, quasi mi commuovo. Nemmeno avessi visto il ritorno della sinistra con Berlinguer in tv al posto della Morani.

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Monopoli

Gli scorci di Alberobello sono meravigliosi ma il mio cuore palpiterà per quella che riterrò una vera scoperta. Polignano a Mare? No, ci arriviamo dopo. La vera sorpresa è Monopoli. Passeggiando per le sue strade, a ridosso delle antiche mura il caldo si fa sentire. Soprattutto dopo aver pranzato in un locale che il proprietario sembra Checco Zalone e parla pure come lui. La bella Monopoli dista da Bari circa 40 chilometri e si affaccia sull’Adriatico come l’estremo baluardo di una civiltà “spengleriana”.

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Le 99 contrade cittadine si distendono su un territorio avvolgente che spazia dallo splendido belvedere di Loggia del Pilato, sulla strada per la Selva di Fasano, una terrazza naturale da cui si domina un paesaggio caratterizzato da masserie fortificate, chiese, insediamenti rupestri e ville. Il cuore della città è il Castello Carlo V che osserva il mondo con distacco aristocratico dal promontorio di Punta Penna. Le masserie fortificate, ben conservate o restaurate con cura, le trovate nelle basse colline e nell’entroterra pianeggiante. Nelle campagne sorge il Giardino Botanico Lama degli Ulivi, con grotte, chiese rupestri e oltre 2000 specie vegetali mediterranee.

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Le grotte di Castellana

Altra piacevole scoperta sono state le grotte di Castellana. Anche in questo caso, organizzazione impeccabile. Parcheggio vetture “ad elevata fruibilità”, turni per entrare alla visita guidata ben gestiti, file sopportabili e guide preparate ed empatiche. Noi le grotte ce le giriamo con Loredana con il percorso di un’ora da circa un chilometro che preferiamo a quello di 3 ore. Sarà uno sbaglio perché pur ammirando tanta bellezza, non vedremo la grotta bianca. Loredana, la nostra guida, ce la farà rimpiangere ancora di più con le sue descrizioni attente e appassionate.

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Le Grotte di Castellana sono considerate il complesso speleologico più importante d’Italia e d’Europa. Sono il frutto dell’azione erosiva di un antico fiume sotterraneo che ha plasmato la roccia calcarea. All’interno delle grotte di Castellana ci si perde tra gallerie naturali che si snodano in due percorsi. La cavità fu scoperta nel 1938 dallo speleologo Franco Anelli che si affacciò per la prima volta nella Grave, il 23 gennaio.

Disceso al fondo della cavità, l’esploratore ne percorse il perimetro e trovò un basso passaggio, che continuava per alcune decine di metri fino a raggiungere una seconda vastissima caverna che la luce della lampada ad acetilene non riusciva a rischiarare*, in seguito denominata Caverna dei Monumenti”, si legge sul sito. Dopo un paio di giorni, Anelli accompagnato da un operaio castellanese, Vito Matarrese, proseguì l’esplorazione scoprendo pian piano quelli che oggi sono il Corridoio del Serpente, del Deserto e la Grotta Bianca.

Polignano a Mare

Polignano a Mare, eccomi a parlarne. Bella è bella, indiscutibile. Però c’è un elemento che mi provoca lo stesso disturbo che ha Michael Corleone davanti a Fredo: la massa. Piena di persone che la spiaggia sotto Polignano sembra “Coccia di Morto” il 15 di agosto. Ecco, il turismo di massa mi fa lo stesso effetto che fa Coccia di Morto ad Albanese sul film Come un gatto in tangenziale”: “Agnese, non ce lo meritiamo”. Scherzi a parte, per le strade, nonostante la folla che mi ricorda Porta Portese di Baglioni, e il sole che sfavilla su tutto quel bianco, la sensazione è di assoluta intensità. Il mare adamantino e la roccia scavate dal mare su cui trovano posto le antiche costruzioni sono i segni caratteristici di questa bellissima cittadina conosciuta come la “Perla dell’Adriatico”.

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Polignano avvolge con le sue tracce ricche di storia e cultura tra influenze arabe, bizantine, spagnole e normanne, come i resti dei quattro torrioni di difesa che facevano da baluardo sulla parte antica della città. Dall’Arco della Porta, un tempo unica via d’accesso al paese, ci si inoltra nel magico borgo, a cui la Chiesa Matrice duecentesca dedicata all’Assunta dona una bellezza travolgente. Il profilo del litorale, le alte falesie e la costa frastagliata, da Grotta Palazzese a Lama Monachile, rende unico il litorale di Polignano. A Polignano mangio ancora la tiella cozze patate ma, pur buona, nulla a che vedere con quella mangiata in masseria.

Locorotondo

Altra tappa di questa settimana di vacanza che sta concludersi nel racconto e si è conclusa ormai da giorni nella realtà è stata la visita alla “dolcissima” Locorotondo, altra sorpresa di questa estate in Puglia. Tra i Borghi più belli d’Italia e Bandiera Arancione Touring Club Italiano, Locorotondo è arroccata su un altopiano nell’area sud-orientale delle Murge dei Trulli, nel cuore della Valle d’Itria, a pochi chilometri da Alberobello. Arrivi e il saliscendi di alcune strade, talmente in pendenza, ti fa venire in mente alcune passeggiate “esperite” a San Francisco qualche anno fa. Solo che a Locorotondo non c’è traccia di Harry la carogna, il mitico ispettore della 44 Magnum.

Il nome Locorotondo sottolinea la caratteristica forma circolare del centro antico del paese, sorto attorno all’anno mille, costituito da un insieme di casupole che gli agricoltori realizzaronorono sulla sommità del colle, tra cui le tipiche “cummerse”, casette dal tetto spiovente. Mentre cammino per le deliziose viette del paese mi imbatto anche in un matrimonio e pare di essere capitati nel bel mezzo di uno di quei divertenti film, di contenuto e allegria, dove emerge tutta la ricchezza del nostro territorio e delle nostre tradizioni. Alla faccia di un’Europa bugiarda e senz’anima.

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Tra la distesa di case bianche del centro storico, completamente bianco, emergono i campanili delle tante chiese, tra cui la Chiesa dell’Addolorata, dello Spirito Santo, di San Nicola, di San Rocco e della Madonna della Catena. All’interno della Chiesa di Santa Maria della Greca è conservato un polittico rinascimentale intitolato alla Madonna delle Rose e il gruppo scultoreo di San Giorgio a cavallo. La strada del vino che attraversa la Valle d’Itria tocca anche Locorotondo, patria di un ottimo vino bianco Doc.

Puglia, la bellezza della tradizione

La Puglia mi è rimasta nel cuore. Sono bastati pochi giorni. Perché si è trasformata in un rigugio. Come ogni luogo che mi colpisce alla gola. In questo continuo flusso di vite, in questo scivolare nella china dell’epoca dove spesso progetti e passioni si annacquano e si dilapidano luci e sogni, la Puglia, come alcuni luoghi interiori, sono come l’anima: l’unica forma di salvezza dinanzi a ciò che si sgretola.

 

2 comments

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    • Grazie di cuore cara Germana. Mi fa piacere che ti abbia coinvolto e fatto anche sorridere. Ne abbiamo bisogno, di bellezza e di sorrisi. Un abbraccio e buona serata.

Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Storia delle religioni, scrivo per legittima difesa. Amo la vita e chi me l'ha data.

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