Il mio Portogallo

Reportage di viaggio: il mio Portogallo

Sono tornato da poco. Da Lisbona e dal mio “pellegrinaggio” estivo. Quest’anno, Portogallo. Sapevo che mi avrebbe colpito, che il Portogallo, come altri posti, non tutti, si sarebbe manifestato come una delle mie patrie interiori. L’anima a Lisbona subisce la sua catarsi. E si libera, svolazza, sferraglia, passeggia, amoreggia. Per i vicoli e per le piccole strade, attraversando i colori delle facciate delle case tipiche, ascoltando le parole della gente, sostando lieve nei caffè, con le melodie del fado o dei Madredeus accompagnati dalla voce avvolgente di Teresa Salgueiro a fare da struggente sottofondo dell’essere lì, del “sentirsi” presenti e gioiosamente vivi. Come in un film, “Treno di notte per Lisbona”, romanticismo e sensualità a raffica.

Il viaggio per me è questo. Non l’apologia del movimento o la frenesia delle membra scosse dal condizionamento. No, il viaggio è sempre un tentativo. Come i miei cammini. Ritrovarsi, parlarsi, dialogare con se stessi, attraverso la scoperta degli altri e delle bellezze del mondo.

Camminare per Lisbona è come danzare. Se si è capaci di ascolto. Come nella vita.

Verso l’Alfama

Ho sostato per 4 giorni a Lisbona. Hotel Mundial, ottima sistemazione. Centrale, equidistante da qualsiasi punto strategico, albergo tutto sommato silenzioso, pur immergendosi nella movimentata Praça Martim Monìz.

Per un camminatore come me, andarsene a zonzo, in cerca di “visioni”, Lisbona è ideale. Si va tranquilli anche di sera. Al massimo, ci si imbatte in “carbonari” venditori di hashish e marijuana. Io, che non sono mai stato interessato all’uso di droghe, nemmeno quando suonavo e lo facevano tutti, preferisco un buon vino e un “catatonico” bicchierino di Espinheira come incentivo alle mie “weltanshauung”. In questo caso, declinate con eleganza, rispondendo: no, grazie. Ovviamente se, come me, non interessati.

Non ho mai amato e continuo a non amare la globalizzazione. Anzi la detesto. Non solo perché rappresenta il ghigno del mercato sul “popolo. Detesto la globalizzazione perché ha macdonaldizzato il pianeta, portando suk e kebab ovunque. Il risultato è sommergere le bellezze artistiche di molte città col tipico “kitsch pride”, caratterizzato dalla scusa paracula della fissa per la libertà dell’offerta. Che, in realtà, è sempre la stessa. Il mercato, il Grande Leviatano.

Lisbona è anche questo, ahimé, come molte metropoli europee. Ma c’è una città che re-esiste e che fa la differenza, quella che ci fa la soddisfazione di un viaggiatore che è meno turista. E’ la città dei locali tipici, delle vie dell’Alfama, del castello di São Jorge, delle botteghe “resilienti” e “resistenti”. Arrivare da Praça da Figueira a Praça do Comércio e sostare, romanticamente, sulle rive del Tago, può significare una autentica manifestazione di “serendipità”. D’obbligo, appena arrivati nella bellissima piazza, un ristoro in uno dei tanti bar del posto per uno spuntino a base di ostriche e vinho verde.

Del castello de São Jorge, la vista dei tetti della città e del ponte 25 do Abril in lontananza, europeo Golden Gate, non mancherà di impressionarvi. Poi i giardini. Meravigliose le viette intorno al castello, caratterizzate da abitazioni dagli accesi cromatismi. Sembra di essere a Montmartre. Sono abitazioni semplici dove non si respira miseria ma quella semplice gioia di vivere che conferisce ai minuti il carattere dell’eternità. Su ogni facciata, un gabbietta appesa con uccellini, una nota di malinconica tristezza vedere questi esserini non poter volare e fuggire via. Anche se c’è da chiedersi se sarebbero davvero in grado di farlo, abituati come sono a conoscere solo la vita attraverso le sbarre.

 

Dal castello di Sao Jorge

 

Confesso di non amare il “mainstream” anche quando viaggio. Mi spiego. Non mi affascina ciò che per molti è popolare. Adoro la bellezza e la classe, che certamente non è il riccastrismo con ostentazione lenonica. No. Sono spartano perché non posso permettermi il lusso che vorrei. Appunto, non il riccastrismo incolto ma lo sfarzo Ancién Regime. Dunque, mi spartanizzo perché il lusso che dico io è stellare e inarrivabile. Cosa voglio significare?

Non amo fare il turista che visita i sobborghi, incuriosito dalla miseria degli altri. Mi rattrista. Anzi, non amo fare il turista ma cerco di essere un viaggiatore. Da viaggiatore preferisco concentrarmi su tutta la bellezza possibile e su quartieri a me più affini. Le vie dell’Alfama con le case dalle facciate in maiolica, ognuna depositaria di una storia, mi hanno affascinato. Passeggiare, attraversando le strade animate dal passaggio dei tram come il mitico 28, sempre straripante di gente “bramosa” di provare “l’emozione del binario” e dello sferragliamento mobile, mi ha fatto veramente sentire in vacanza a Lisbona. Il clima dolcemente malinconico, colorato e floreale è quello di cui parla Fernando Pessoa nel suo Libro dell’Inquietudine. Un clima a me particolarmente calzante.

 

 

Altra zona della città dove mi sono sentito come Niki Lauda quando vinceva, dunque, sereno e a prioprio agio come solo in un bel sogno si riesce ad essere, è stato Bairro Alto, soprattutto la sera. Dopo la cena, sempre da Figus, locale caratteristico e allo stesso tempo di “tendenza”, servizio e cibi ottimi, con una discreta varietà di pietanze portoghesi, direzione Bairro Alto. Tutti in fila per l’ascensore, l’Elevador de Santa Justa, che, posto all’interno di una torre gotica in ferro, vi può portare subito al quartiere.

Io, ovviamente, a piedi. Nè ascensori, né code. per me vanno bene le vie in salita che portano al’elegante zona dove troviamo vari musei oltre alle incantevoli rovine della cattedrale do Carmo, una San Galgano portoghese nel pieno centro di Lisbona.

Le rovine della bellissima cattedrale do Carmo

Qui, a proposito di globalizzazione, l’atmosfera cambia. I negozi sono quelli dell’Alta Moda. Il senso estetico è diverso, i vincoli architettonici e artistici da rispettare anche. I locali devono adeguarsi all’eleganza del posto o almeno provarci. I risultati sono di rilievo. I caffè con i tavolini all’aperto sembrano quelli della Belle Epoque, la musica di strada è di livello. Io che non mi lascio andare facilmente, ho trovato molto divertente e anche molto spontaneo ballare in piazza al ritmo di musiche portoghesi di profonda intensità: travolgenti ma composte, sensuali ma eleganti. Come piacciono a me molte cose.

Le luci della sera e dei locali ben si addicono alle strade lastricate dove di mattina è bello vedere operai intenti a posare pietre, controllandole con maestria artigiana. E’ piacevole fermarsi a chiacchierare con loro, facendosi raccontare la storia dei bellissimi pavimenti e marciapiedi dove,  bisogna fare attenzione a non scivolare, talmente i sassi che li compongono a mosaico, sono levigati. Molto ricca anche la presenza dei giovani. Mi piace. Non solo eleganza, musica, diversità ma anche cultura universitaria, artistica, storica.

La mattina poi sarà meraviglioso alzare gli occhi al cielo e assistere al passaggio delle nuvole sopra le vostre teste all’interno della “scoperchiata” e magnifica cattedrale do Carmo.

Ultimo giorno, dall’altra parte della città, per visitare la bellissima Torre di Belém e il monastero dòs Jeronimos. Architetture “ricolme”, di candida bellezza, caratterizzate dal tipico stile gotico moresco.

Qui l’ambiente è totalmente residenziale con la presenza di ville dall’estetica particolarmente curata, sedi di ambasciate e strade larghe e alberate. Sembra di essere a Beverly Hills. E il contrasto elegante con la storia antica rende il quartiere ancora più interessante. Perché, per una volta, tradizione e modernità, ammiccano, in un unico elegante abbraccio.

Se volete mangiare un panino veloce, non disdegnate l’idea di passare per il Centro Cultural de Bélem. Il Centro viene realizzato per fare da sede alla presidenza portoghese della Comunità Economica Europea. Nel 1993 è utilizzato come polo culturale e di conferenze. La struttura è stata progettata dall’architetto Vittorio Gregotti assieme all’architetto portoghese Manuel Salgado, tra il 1988 e il 1993. Il Centro Cultural de Belém è dotato di una grande area espositiva e di un museo del design che contiene pezzi fin dal 1937. Da visitare in questa zona molti musei come   il Museu da Marioneta, all’interno del Convento das Bernardas (espone marionette provenienti da tutto il mondo), il Museu Nacional de Arte Antiga (collezioni di arte portoghese ed europea, tra cui un Sant’Agostino di Piero della Francesca e Le tentazioni di Sant’Antonio di Jheronymus Bosch) , la Fundação Oriente Museu (collezioni di arte portoghese e asiatica) e la Lx Factory, una ex fabbrica trasformata in spazio creativo per artisti, performer, pubblicitari, musicisti e fotografi.

Da non dimenticare poi il bellissimo spazio verde dell’orto botanico.

Gli appassionati di dolci, dopo una faticosa giornata, e ancora di più, una chilometrica fila da affrontare, potranno rifocillarsi alla Pasteis de Belém (www.pasteisdebelem.pt) http://pasteisdebelem.pt/, la più famosa pasticceria di Lisbona dove non mancheranno le consolazioni per tutto.

 

Da Lisbona, in un giorno.

La comodità della macchina in affitto, buona la compagnia Gold Car che ho trovato quest’anno, che Dio ce ne scampi dalla Heartz con cui ho avuto a che fare lo scorso anno in Scozia, è che, oltre a spostarsi in maniera più agevole, si possono programmare escursioni di un giorno, rimanendo a dormire al “Campo Base”. Non potevo perdermi Fatima e il faro di Cabo de Roca.

A Fatima, arrivi e sembra di essere un po’ a San Giovanni Rotondo. Alberghi e negozi ovunque ma nonostante la moltitudine in fermento, l’atmosfera è quantomeno singolare.

C’è una sorta di misticismo che resiste anche al mercato e di fronte al Mistero, tace un po’ tutto perché la domanda è di rigore: e se fosse accaduto veramente? Io che personalmente sono un credente imperfetto, imperfettissimo, ma sempre in cerca di un significato, amo vedere questo: che tutto tace e che lo stesso caos trova quiete in una dimensione altra. A Fatima come in molti altri luoghi di questo tipo il “misticismo” si fa forte. In mezzo ai selfienomani, c’è chi percorre in ginocchio, pronunciando il rosario, la spianata antistante le tre chiese, la cappellina delle apparizioni, la chiesa antica dove sono sepolti i pastorelli e la massicciata moderna.

Fa effetto fermarsi, soprattutto davanti alla cappellina delle apparizioni e ascoltare il rosario. La gente si muove in assoluta compostezza mentre dai bracieri accanto la chiesetta, una fila di persone si muove per deporre i ceri nel fuoco. L’odore acre del fuoco misto alla cera mi ha inquietato. Mi è venuta in mente la tragedia della Shoah ma ovviamente è una sensazione assolutamente personale. La chiesa con le tombe di Francisco, Lucia e Jacinta la percorri in silenzio.

 

 

Un momento di raccoglimento, gli interrogativi sono tanti. Qui hai davvero la sensazione di essere nudo, con il pensiero trafitto dai sorrisi di chi sa leggerne i meandri più insidiosi. E anche portare risposte. O forse solo una risposta, la migliore, la più sensata: la speranza che il mondo non sia solo questo ma che forse ci sia un luogo altrove dove verranno riscattate sofferenze, dolori, ingiustizie. Per tutti coloro a cui il mondo è stato inospitale, per cui il vivere si è fatto duro ogni giorno, spezzato, affranto.

E’ per loro la speranza, l’anelito che tutto sia grazia davvero, un giorno. Lasciata Fatima, fedelmente in compagnia della voce di Silvia, insuperabile navigatrice BMW che ha saputo condurre me e mia moglie ovunque, il bello della tecnologia, direzione Cabo de Roca. Qui mi trovo nei luoghi della mia anima, nei posti solitari che amo, immerso in una natura aspra e selvaggia che adoro. Il vento sferzante e il profumo del mare col suo biancheggiare travolgente è casa mia.

Cabo da Roca è il punto più occidentale del continente europeo. Fino alla fine del XIV secolo si pensava che le scogliere battute dal vento di Cabo de Roca fossero i confini del mondo. Il paesaggio, desolato e imponente, quasi minaccioso, è tuttavia pacificante e purificatorio. Le onde dell’Oceano Atlantico schiaffeggiano i denti di roccia delle scogliere che è possibile ammirare dai sentieri che le lambiscono.

L’atmosfera isolata di Cabo da Roca, per me assolutamente “orgasmica”, come la visione di ogni faro battuto dal vento in cima a una vetta, ricolmo di una storia del passato che è avventura adatta per Cuori di tenebra, è resa ancora più forte dallo sviluppo molto limitato nella zona: un faro, una caffetteria e un negozio di souvenir, punto. In punta di mondo, ho riscontrato anche qui, nella natura parlante e nei silenzi trasognati, quel misticismo che a Fatima assume una diversa forma ma che forse proviene dalla stessa mano.

 

 

Nei dintorni di Cabo de Roca, da vedere, anche velocemente, è la cittadina che risponde al nome di Sintra. Mi è piaciuta più per i giardini che per le architetture, che, volendosi rifare al mondo da fiaba di cui tutte le guide raccontano, sembrano essere troppo finte e piuttosto da “Luna Park”. Interessanti i caffè tipici, meno la solita accozzaglia di locali “radical chic”, apologeti di un’apertura che non c’è. Se non in un’unica direzione, quella appunto del mercato. Io appena ho visto l’aria che tirava ossia che per fare due metri a piedi bisognava fare la coda in mezzo ai soliti rivenditori di paccottiglie, ho fatto dietrofront e ho detto: Sintra, te saluto.

L’Algarve

Visto che adoro i fari, le scogliere a picco e il vento che spazza via, persone e pensieri, non mi sono lasciato sfuggire l’occasione di visitare un altro promontorio estremo. Sto parlando di Capo de São Vicente. A questo punto, però, ci siamo spostati in Algarve, meta ideale dei surfisti, la zona di mare che si trova a sud del Portogallo con i suoi 150 chilometri di coste affacciate sull’Oceano Atlantico. Arrivati a Vilamoura, nonostante lo struscio estivo, evitando la passeggiata serale al Porto che pare di essere a via Sannio negli anni Ottanta, storica meta romana per gli appassionati delle bancarelle dell’usato, l’impressione è di totale relax.

Oltre a starsene prendere il sole con il viso rivolto all’ignoto, tesi verso l’Atlantico, una delle passeggiate che è possibile fare in un giorno è appunto andare a Capo de São Vicente. Ci si arriva attraverso autostrade comode, ricolme di stazioni di servizio efficienti e veloci, nonostante il “fai da te”. Se affittate l’automobile, da richiedere assolutamente il telepass. Non solo per passare attraverso il pedaggio autostradale, evitando le code ma perché sulla superstrada principale, la A22, ci sono tutor abbastanza frequenti. Con il passaggio tramite Telepass, non avrete bisogno di fare altro e perdere tempo. Solo passarci sotto, i tutor. Molto più comodo.

 

Giuniamo a Capo de São Vicente, usciti dalla A22, tramite una strada che sembra attraversare un paesaggio a metà tra la steppa e le dune di Ostia. Sento di essere a casa, mano mano che mi avvicino. Si entra nel fortino di Capo de São Vicente e si rimane affascinati, avvolti dal nitore dell’architettura, fulgida e abbagliante e, ovviamente, dalla distesa azzurra infinita che davanti agli occhi ammalia come le Sirene di Ulisse. Navigatori e viaggiatori di tutto il mondo sono da sempre attratti irresistibilmente dal promontorio che rappresenta l’ultima propaggine dell’Algarve di fronte all’Oceano Atlantico.

 

 

Sagres è vicinissima al faro ed è assolutamente una cittadina da visitare. Poca gente, atmosfera “slow travel”, localini di pescatori e negozi no-global di splendide ceramiche che ad entrarci, ti perdi in mezzo a cocci di tutti i colori. Un carnevale artistico e artigianale che ho particolarmente apprezzato, per una volta libero da “cineserie” e “kebabbate”.

Sembra un po’ di precipitare nel film “Un mercoledì da Leoni” con i negozi di surf e ogni genere di “biondità” californiana in giro, uomini e donne, che se incontri il mitico “Bear” nemmeno ti meravigli. Un posto di quelli, insomma, da mollare tutto e realizzarci una piccola attività, resiliente e resistente, Per essere, dall’ultimo lembo di mondo, contro il mondo che vorrebbero farci ingoiare a tutti i costi.

Una settimana passa presto ed è stata quasi immediata l’ora di tornare. Una buona scorta per l’inverno è stata fatta. Ricordi, natura, bellezza, persone giuste, musica, arte, animali, sole, sono i migliori antidoti per riprendere il quotidiano. Ma soprattutto per ricordarsi di non cedere nei momenti difficili. Di bellezza ce n’è tanta ovunque. Nonostante tutto, nonostante tutto.

 

 

 

 

2 comments

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  • Che meraviglia. Un reportage perfetto arricchito da foto splendide. Lo farò leggere ad Andrea che è stato nel suo giro anche a Sintra se non ricordo male. Gli chiederò se anche lui ha avuto la stessa tua impressione sui giardini e le architetture. Un caro abbraccio. Isabella

    • Ti ringrazio molto carissima Isabella. Anche io ho visitato Sintra ma l’ho trovata meno interessante di tutto il resto. Grazie ancora. Un abbraccio grande carissima e buona domenica

Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia e blogger, scrivo per legittima difesa.

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