Salute o salutismo?

Salute o salutismo?
Non sarà mica che stiamo esagerando? La realizzazione del proprio benessere non può trasformarsi in un’ossessione.
Altrimenti, ci siamo giocati la ghirba e non ce ne rendiamo conto

Diciamolo chiaramente. Questa smania “salutista” a tutti i costi finirà per farci ammalare. E non si fa questo, e non si fa quello. E non si fuma, non si mangia, non si, lasciamo perdere. Mi ritrovo, a Porta a Porta, qualche giorno fa, prima di andare a dormire, beninteso, non come ospite.

Salute o salutismo?
Salute o salutismo?

 

Ascolto dare dritte a destra e dritte a sinistra su cosa bisogna mangiare, cosa si deve fare per non ammalarsi di cancro e vivere 100 anni. Una modaiola attrice ha la sua personale soluzione, si cura con lo yoga e con la meditazione.

Più sensatamente, Concita Borrelli, la dice spiccia: ho vinto due tumori, mangio, bevo non faccio yoga né meditazione. Eccola lì. Rifletto.

Poi nella babilonia delle opinioni sento ancora qualcosa che colpisce la mia attenzione: c’è una predisposizione genetica. E tanto basta. Ovvio, non bisogna lasciarsi andare, cedere a tutto.

Amministrare il proprio corpo, la propria salute, fare del movimento, soprattutto camminare, non abusare di alcool e cibo spazzatura, sono dettami importanti di una buona speranza esistenziale, una questione di disciplina, abituarsi ad avere un’alta tenuta.

Meditazione e yoga possono anche affascinare ma su certe questioni mi lasciano indifferente. Il problema è però non fare del corpo, del “salutismo” come estremismo ideologico un’ossessione. Perché se la testa ha le vertigini, il corpo se ne va altrove. Insomma, non ci è dato sapere cosa sarà. Sperare sì.

Quello che contesto è questa fissità, tentacolare e preponderante, dello sguardo sull’immagine. Una fissità che determina gerarchia, superiorità e inferiorità. A seconda dei casi. E ciò rischia di far parte di quei svelati disvalori del nostro tempo, aggreganti disgregatori di proli e moltitudini.

Il salutismo come estremismo ideologico, inoltre, rischia di fare confusione. E di far perdere la differenza sostanziale tra salute del corpo e fissazione sull’estetica dell’involucro.

Sono sempre gli eccessi a fare male. Soprattutto quelli che generano malsane  competizioni e fisime di superiorità in base ad una falsa idea di bellezza.

Poi capita che per divertimento, qualcuno pompi aria nell’intestino di un adolescente “colpevole” di essere troppo grasso. Sarà poi davvero garanzia di buona vita questo mito dell’immagine, della bellezza patinata alla Dorian Grey?

Se, come ammoniva Schopenauer, “il corpo è l’oggettità della volontà”, dove andrà questo corpo con una volontà confusa e lacera?

Tanto invecchiamo, meglio farsene una ragione. E allora conviene invecchiare bene, senza fronzoli. La salute è nella capacità di capire che farne del cervello, finché ci assiste, almeno clinicamente, trovare l’equilibrio, tra centinaia di parole vuote che non danno la felicità.

Noi, poveri mortali, abbiamo il dovere del ricordo, la responsabilità della memoria. Faccio un esempio che forse appare inutile. Abbiamo avuto politici brutti ma geniali, uomini di governo ciccioni ma capaci.

Siamo oggi ricolmi di elegantissime figure apostati dell’insulso, anoressiche bellezze femminili photoshoppate, si proprio così non photoshoppate, ma photoshippate del contenuto, velami appariscenti di una dittatoriale mediocrità.

Vogliamo mettere i sogni sessuali alimentati in gioventù dalla leggendaria scena della tabaccaia in Amarcord di Federico Fellini con la Bruni?

Neanche a parlarne.

Ora, sia chiaro. Non punto all’apologia dell’insalubrità come stato esistenziale. Però il beneficio del dubbio, concedetemelo. E’ che con il “salutismo” che tiene lo sguardo fisso sull’immagine, il rischio è la trasformazione della vita in simulacro. Non parliamo di ciò che viene definito spirito.

Facciamola semplice.

Di un corpo perfettamente in salute incapace di distinguere tra ciò che è buono, ciò che è vero e ciò che è bello, che me ne faccio? Di affaristi sportivissimi, ministri collusi e strafichi corrotti, ne abbiamo.

E’ questa l’immagine della salute? Non sarà mica, invece, quella della malattia?

Cerco di capire ma rimango disorientato.

Ho bisogno di un calcinato sole e di berci su.

Confidando sempre, con romano fatalismo, nella Divina Provvidenza.

E, forse, mi sentirò meglio.

 

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Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Storia delle religioni, scrivo per legittima difesa. Amo la vita e chi me l'ha data.

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