Sanremo, Ultimo doveva arrivare primo

Una riflessione su Sanremo tocca farla. Dopo una settimana di Via Crucis musicale, settimana dove sembra di tornare indietro nel tempo, ai due canali come se non si ci fossero alternative, il punto, parere del tutto personale, è questo. La mediocrità delle canzoni di quest’anno è andata di pari passo con la conduzione. Tanto per essere chiari.

Bisio sembrava il titolo di un celebre libro di Bruce Chatwin, “Che ci faccio qui?“, la Raffaele, brava sicuramente, non mi ha sucitato l’emozione di un muscolo. Del multiculturalista Baglioni, furbacchione lui e le case discografiche, che dire? Verrebbe da cantare “Si può dare di più”. Se “La vita è adesso”, come direbbe la sora Lella, “aaannamo bene, annamo proprio bene”.

Ora delle canzoni, al di là della pantomima giovanilista e fintamente progressista, non si capisce se il Festival debba davvero premiare la bravura e bellezza delle canzoni o servire un sistema “politico” che a tutti i costi, come quello mediatico, voglia arrivare alle solite conclusioni. Festival della canzone italiana? Seee, vabbé. Le strumentalizzazioni dell’attualità portano dindi. E allora giù di retorica.

La canzone di Mamhood per carità è simpatica, non brutta, gradevole pure. tiè. Insomma, mi piace. Ma che sia la migliore mi viene qualche dubbio. Lo stesso dubbio che mi attanaglia quuando sento le formazioni di una squadra di calcio e non capisco più dove sono. Anzi sembro Bisio tra Baglioni e la Raffaele. E dispiace che un artista bravo come Bisio sia stato messo parecchio in difficoltà. Almeno questa è la mia sensazione.

Comunque, va benissimo tutto. Sappiamo che il sistema si nutre di retorica e di slogan ma ogni tanto, anche per essere credibili, cambiate direzione, provate ad essere un pochino obiettivi. E altro. Se il medium è il messaggio, abbiamo capito perfettamente. Però da Cristicchi (pure qui senza farne troppo un Tenco incompreso) alla Berté, da Irama a Patty Pravo e ad Arisa, brani migliori e più in linea con la nostra identità ce n’erano.

Insomma da Festival della Canzone Italiana. Tanto per dirne uno, allora, Ultimo che, se vogliamo fare la retorica dei giovani, senza cupidigia di servilismo, poteva benissimo arrivare primo. E la canzone è bella, in linea coi tempi ma fedele a ciò che siamo. Sennò sto cazzo di Made in Italy non è che può diventare la parola magica dei politici quando vogliono venderci la vaselina.

Anche fare l’apologia di una direzione artistica che ha portato canzoni che, a parte le poche citate, ci siamo già dimenticati, mi pare in linea con certa retorica. Davvero la musica italiana può essere rappresentata dal “rapperismo” tutto orecchini e tatuaggi?  Anche si ma concedete pure una possibilità agli anche no.

Vogliamo parlare delle luci e delle scenografie che a tratti, nei colori, ricordavano l’anticamera delle sale rianimazione degli ospedali? I fiori, voglio vedere i fiori e la scalinata non il ponteggio da cantiere in mezzo al palco come se qualhe operaio distratto l’ha lasciato lì. Pure la grafica pupazzetti in stile wapp, mah.

Un’ultima considerazione: non si capisce poi perché i cantanti italiani che dovrebbero partecipare alla gara fanno i superospiti e alla gara partecipano emeriti sconosciuti. Caro sistema che ci vuoi propinare? Anche incentivare un po’ di eleganza non guasterebbe. Non dico di presentari sul palco tutti come David Copperfield ma pure un po’ meno stile Romanzo criminale non guasterebbe. Opinione sempre del tutto personale che rimango affezionato al doppiopetto di Pippo Baudo col fazzoletto al taschino.

Insomma aridateme il Totip e Stefano Sani e pure la canzone come la intendevano i famosi turisti tedeschi al campeggio con Fantozzi e Filini: italiani, sempre fare rumore, sempre chitarra e mandolino. Eravamo forse meno “di tendenza” e meno multiculturali ma anche più sorridenti e, con il Pippone nazionale, Sanremo era sempre Sanremo. E a fare da superospite ti arrivava Peter Gabriel a cantare Shock The Monkey lanciandosi dal palco sul pubblico con la fune. Se il nuovo è questo, qualche dubbio critico me lo porrei. Almeno per fare in modo che le famose “contaminazioni” diano spazio a nuovi Peter Gabriel che con la “mescolanza” dei suoni, ha realizzato qualcosa che oggi definirei “nostalgia delle idee e della creatività”.

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Daniele Del Moro

Giornalista professionista, fotografo, laureato in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Fondatore e direttore del quotidiano online Green Planet News e dell'agenzia di editing e comunicazione Laboratori Editoriali.

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