25 Gennaio 2020

Scrivo da un paese che non esiste più

Scrivo da un paese che non esiste più
Scrivo da un paese che non esiste più

“Scrivo da un paese che non esiste più: spazzato in pochi istanti da una gigantesca valanga d’acqua, massi e terra piombata dalla diga del Vajont. Circa tremila persone vengono date per morte o per disperse senza speranza; sino a questa sera erano stati recuperati cinquecentotrenta cadaveri. I feriti ricoverati a Belluno, ad Auronzo ed a Pieve sono quasi duecento.

Un tratto dell’alta valle del Piave lungo circa cinque chilometri ha cambiato volto e oggi ricorda allucinanti paesaggi lunari. Due strade statali e una ferrovia sono state distrutte; pascoli, campi e boschi sono stati ricoperti di pietre e fango. È una tragedia di proporzioni immani. Dal terremoto di Messina non si era più visto in Italia nulla di così orrendo. Tutto è accaduto in meno di dieci minuti”.

“Scrivo da un paese che non esiste più”, uno degli attacchi più intensi del giornalismo, di quelli che hanno insegnato a chi voleva percorrere questa strada la differenza tra lo scrivere e il riempire spazi. Così vogliamo ricordare Giampaolo Pansa, morto a 84 anni, una vita sul filo dell’inchiostro nello svelare le verità scomode anche quando si trattava di dare “onore ai vinti”.

Si, perché Giampaolo Pansa non è stato solo un giornalista che ha fatto quello che la famosa SEO avrebbe l’ardire di fare oggi, invogliarci a leggere. Ha fatto la storia del giornalismo perché ha perseguito la verità dove si cercava di farne propaganda, ha fatto poesia con le parole senza cedere al romanticismo stucchevole della mollezza languida, ha fatto frasi col martello senza diventare Nietzsche e l’estrema destra.

Scrivo da un paese che non esiste più. Potremmo dilungarci frasi e frasi per dire cosa la sua carriera professionale abbia rappresentato, cosa abbia significato per chi, come chi scrive, vorrebbe ma non può. Certo è che se fare il giornalista ha rappresentato per molti il sogno di fare lo scrittore, Giampaolo Pansa ne incarna la migliore essenza. L’11 ottobre del 1963 come inviato de La Stampa scrive ancora da Longarone: “Secondo voci che circolano a Belluno, due anni fa, a Pasqua, si sarebbe registrato un lieve cedimento della roccia sopra la diga, senza conseguenze. All’inizio di questo settembre, poi, un sordo boato avrebbe fatto tremare i vetri delle case di Longarone. In quella occasione la gente disse che era la montagna che si muoveva. (…) Si vedevano frane sulla montagna e alcune famiglie del comune di Erto e Casso erano state invitate a sgomberare per prudenza.

Quanto alcuni temevano è avvenuto ieri sera alle 22,35. Parte degli abitanti di Longarone già dormivano; altri s’erano raccolti nei bar, attorno ai televisori, per assistere alla partita di calcio fra il Glasgow e il Real Madrid; altri ancora si trovavano al cinema a Belluno. Ad un tratto, quelli che erano svegli udirono un sordo boato e avvertirono come un soffio fortissimo di vento che spazzava la vallata. Una enorme falda della montagna era precipitata nel bacino del Vajont.

Un’onda gigantesca si sollevò sopra la diga e tracimò, riversandosi sul corso del Piave con una violenza spaventosa. A giudicare dai segni lasciati sui versanti, doveva essere alta più di cento metri. La diga era robusta e resistette. Dopo avere raso al suolo le frazioni di Rivalta e Villanova, l’enorme massa di acqua e roccia si schiacciò contro il concentrico di Longarone e la frazione di Pirago, portandosi via case, strade, ferrovia, argine, alberi. Un istante dopo l’ondata si lanciò a valle, investì la borgata di Faè e proseguì la sua corsa rovinosa verso Belluno e Ponte nelle Alpi.

Mentre la valanga d’acqua scendeva dalla diga, a Belluno mancò la luce. Dopo dieci, quindici minuti in città e a Ponte nelle Alpi gli abitanti che si trovavano ancora per le strade si accorsero con terrore che il livello del Piave era salito all’improvviso, in modo pauroso, tanto da sfiorare le arcate dei ponti. Al chiarore incerto della luna i passanti scorsero che l’acqua ribollente trascinava tronchi di abeti, tralicci dell’alta tensione, rottami, travi, automobili, e corpi, molti corpi, straziati e privi di vita”.

Scrivo da un paese che non esiste più. L’inventore di uno stile, l'”ardito” di una visione del mondo che, nel portare alla luce i crimini del politicamente corretto, ha tentato di ridare dignità ai “vinti”, quelli che avevano avuto il coraggio e l’affronto di credere ad una Italia alternativa a quella dell’8 settembre.

Giampaolo Pansa, giornalista, scrittore, saggista, opinionista, vicedirettore di Repubblica con Eugenio Scalfari, condirettore de L’Espresso e firma storica del Corriere della Sera: grazie per aver ricordato a noi giornalisti che oggi parlano sul web tutto il fascino di un mestiere, quello si che non esiste più. Come tu lo hai attraversato, come hai contribuito a renderlo affascinate rispetto al resto, “sempre meglio che lavorare”. Giampaolo Pansa, finalmente puoi raggiungere il tuo Alessandro.

Daniele Del Moro

Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Direzione e coordinamento di redazione per Scrittore In Viaggio e per Green Planet News, quotidiano online e studio di editing e progettazione grafica.

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2 comments

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    • Grazie di cuore per il tuo commento e per il piacere di aver “recepito” questo piccolo pensiero per un grande maestro del nostro giornalismo. Grazie davvero ancora.

Daniele Del Moro

Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Direzione e coordinamento di redazione per Scrittore In Viaggio e per Green Planet News, quotidiano online e studio di editing e progettazione grafica.