Senza centro non c’è universo

Senza centro non c’è universo. Torno a casa, dopo il lavoro. Leggo di questi giorni. Come tutti. Del mondo e della sua follia. Penso invece a tutta la bellezza possibile, ovunque sia e ovunque palpiti. Invece nella quotidianità fa notizia, accade la disperazione. Il delirio psicopatico prende forma attraverso ogni epoca. Prima il paradiso in terra, poi suicidarsi ed uccidere per guadagnarsi il paradiso. E morte, il nulla che prevale sulla speranza.

Ma solo chi cerca vita trova amore. In un corpo che ti abbraccia, negli occhi di un animale che ti ama, nella natura che ti avvolge. Allora ho voglia di sentirlo questo amore. E lo cerco. Mi siedo, un calice di rosso, musica e immagino. E scrivo. Come sia bello amarsi, stringersi, toccarsi, illuminarsi e bere alla stessa ciotola di luce e poi stendersi al sole per asciugarsi. E poi fondersi di nuovo. Nella luce e nell’invisibile che danza. In coppe d’ebbrezza.

Non esiste più nulla dell’orrore. Il potere di ogni amore. Senza morte. Divenire immortali. Nell’altro, per l’altro, fosse anche solo per se stessi e per ritrovarsi in una nuova capacità di capire cosa sia veramente amare e gioire. E donarsi. E nel farsi, trasformarsi, trasmutarsi in una carne sola. Ho scattato questa foto. Due ragazzi in mezzo alla luce. Nei colori della vita e nella serena gioia di un giorno qualunque.

Ecco. L’antidoto al veleno. Speranza. Di essere. E di non morire più.

 

 

Senza centro

non c’è universo.

Nè disegno.

A volte ho l’anima

che è il becco di un silenzio, di un segreto che mi assale.

Irrompe un desiderio di sfrenata tenerezza,

di un’estate che non sia più mondo ma disarmo.

Dal tempo, dalla stupidità che insiste sempre,

da sillabe che strabuzzano

il giudizio

per dichiarare prove d’esistenza,

da religioni dell’odio e dell’orrore.

Per esistere si fa così:

si passa, si ascolta, poi si ama e poi si geme,

insieme,

per molte volte,

trafitti e ubriachi, coi visi immersi

nella stessa ciotola di luce

morbida e sfrenata

necessaria ad allontanarsi

per farsi scala

di splendore.

E non vedere più disperazione.

Allora ho voglia di piegare le lenzuola,

insieme a te.

E sentire il tuo calore

per chiudere il giorno nella notte

e farne teatro

di luminosi sensi

in gocce di fuoco,

e avamposti di bellezza.

Assaggio, bevo, sorseggio alla bocca del cielo

e divento funambolo, mi allaccio a te

in un sigillo trasparente

di ardore, amore, gioia e di splendore.

Via, via da ogni abitato.

C’asciughiamo al sole poi

coi corpi nudi,

in un viluppo solo

che è volontà di gioia, antidoto al veleno di chi non sa

che tutto passa e non ne gode.

L’invisibile danza sui giacigli,

di fiori, per farsi strada dell’essere.

Accolgo le mie piume e dormo.

Nulla esiste più, né mondo né bruttura.

Solo ebbrezza e stelle

che sorridono

e siamo scie che brillano

nell’infinito che si è fatto carne

in un guizzo di speranza e cuore dolce.

Che sia dolce. Cuore. Sempre

 

Add comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Storia delle religioni, scrivo per legittima difesa. Amo la vita e chi me l'ha data.

Facebook

Iscriviti al blog

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog, e ricevere via e-mail le notifiche di nuovi post. Una volta cliccato sul pulsante verifica la tua casella e-mail per completare l'iscrizione.