Violenza di genere stop

Stop alla violenza di genere. Formare per fermare. E dire basta alla violenza sulle donne.

Violenza, basta. Venerdì scorso partecipo ad un evento che mi interessa particolarmente. Di quegli eventi che sono i corsi formativi organizzati per i giornalisti per acquisire crediti e “aggiornare”, se possibile, la propria professionalità.

L’evento a cui mi iscrivo si chiama “Formare per fermare. Stop alle violenze di genere”. Partecipo a molti di questi corsi formativi. Li trovo utili e interessanti.

L’evento che parla della violenza sulle donne mi tocca particolarmente. Il mondo è divenuto un posto parecchio inospitale e cercare di fare qualcosa per porre una autentica riflessione, che non sia ideologica o di parte ma dettata dalla volontà reale di agire, insomma, mi pare sensato.

Alcuni dati: in Italia oltre cento donne vengono uccise da uomini che sostengono di amarle. Si, proprio così, in questo paese dove dilagano cuori e cuoricini sui social, dove per un nulla, la reazione è sconvolgente. Basta leggere certi commenti, basta pensare alla bimba australiana che, proprio pochi giorni fa, si è suicidata, vittima di bullismo da internet.

Secondo i numeri Istat, sono 7 milioni le donne che nel corso della propria vita hanno subito un abuso.

Ai femminicidi, parola che ho in uggia ma che spiega, si aggiungono violenze che sfuggono ai dati, quelle che fanno riferimento a donne aggredite, picchiate, aggredite, umiliate, vessate, perseguitate.

Stop alla violenza di genere
Stop alla violenza di genere

Perché, in realtà, la violenza fisica è quella più facile da riconoscere ma ci sono altre forme e modalità altrettanto gravi: sessuale, psicologica, economica, stalking.

La violenza non coinvolge solo le donne ma anche tanti bambini, si chiama violenza “assistita”, quella a cui tanti figli assistono senza poter fare nulla, subendo danni permanenti che non possono e non devono essere sottovalutati.

Il corso ha cercato di sensibilizzare gli operatori dell’informazione sull’approccio al problema, sia parlando degli aspetti psicologici, che scientifici e giuridico-normativi con particolare attenzione alla tutela della privacy ma soprattutto alla divulgazione dei fatti secondo canoni di appropriatezza per fare in modo che il racconto mediatico non si trasformi in spettacolo e show ai danni delle vittime.

Sono intervenute molte personalità tra cui Laura Berti, giornalista di Medicina 33, il magistrato Federica Albano, il criminologo Vincenzo Mastronardi, Alessandra Kustermann, Vittoria Doretti, Paola Barretta, Daniela Pescina e Linda Laura Sabbadini.

Più di tutti mi colpisce l’intervento di Lucia Annibali la cui storia tutti tristemente conosciamo. Non ne riporto i dettagli per rispetto della sua travagliata vita e dei miei principi deontologici. Però, mi soffermo su un invito che lei fa ai giornalisti: bisogna avere la capacità di rapportarsi ad un mondo di dolore, all’uso delle parole che continuano a portare sofferenza a chi ha già subito il peggio.

C’è tutto un mondo intorno a chi soffre e di questo mondo bisogna avere rispetto, una sensibilità particolare per realizzare una vera rivoluzione culturale chiamata “empatia”, la capacità di “sentire” il dolore dell’altro.

Mi chiedo: quanti giornalisti hanno questa sensibilità? Quanti operatori della comunicazione sono in grado di “sentire” il mondo di sofferenza che proviene da una donna che è stata vittima di violenza, quanti non cedono alla tentazione della strumentalizzazione o, peggio, della battuta per farsi leggere?.

Ci mostrano una serie di titoli di giornali presi a modello di ciò che non si dovrebbe scrivere. C’è n’è uno che mi colpisce e non ricordo la testata ma recita, a proposito di Virginia Raggi, Patata Bollente. Come a titolare di un uomo “pisello moscio”, perdonatemi il francesismo.

Ecco dove deve avvenire una rivoluzione culturale. Intanto, dall’uscire fuori dei canoni “machisti” degenerativi in gratuita volgarità.

Poi, abbandonata la cultura dell’epiteto a tutti i costi, “educarsi al sentire”, ristabilendo un mondo nuovo.

Sia facendo leggi adeguate, questo è un invito alla politica e alla magistratura,  corrispondendole con la certezza della pena.

Sia non lasciando sole le donne di fronte alla loro vita difficile. Perché, come con la mafia, se non c’è lo Stato, non sarà facile nemmeno la denuncia.

Siamo in campagna elettorale e i parolai sono ora, tutti molto bravi a fare la vita del popolo con il conto in banca da onorevoli ma la realtà è diversa. Sono solo parole?

Vincenzo Mastronardi cita Gorgia: “La parola è una gran dominatrice che, anche col più piccolo e invisibile corpo, cose profondamente divine sa compiere. Essa ha la virtù di stroncare la paura, di rimuovere la sofferenza, di infondere gioia e d’intensificare la commozione”.

E ancora: “La parola sta all’anima come la medicina al corpo”.

Ognuno deve tornare ad essere responsabile delle parole che fa, delle ferite che arreca. Se avalliamo luoghi comuni e stereotipi, ripensiamo a “patata bollente”, creiamo le premesse per un linguaggio dell’odio e del disprezzo, per una mancanza di rispetto che molte volte è la premessa alla colpevolizzazione della vittima e alla giustificazione della violenza.

Quante volte abbiamo ascoltato: se l’è cercata. Se il linguaggio è di per sé definitore della realtà, è segno allora che va cambiata la mentalità e la visione comune, troppo comune.

E molte donne, per non affrontare tutto questo, si convincono che violenza non c’è. E’ il meccanismo delle giustificazione definito Sindrome di Stoccolma.

Paola Barretta lamenta da parte dei media, la “tendenza a rappresentare le donne come soggetti passivi e la propensione al racconto morboso, voyeristico”.

In realtà, la violenza aumenta perché la donna ha preso consapevolezza. Pensiamo alle donne che hanno subito violenza e che, giunte in ospedale, subiscono la trafila di incontrare 5 medici e dover rispondere alle stesse domande, agli stessi particolari.

Può essere passiva una persona costretta ad attraversare questo tipo di realtà?

Federica Albano, magistrato, afferma che “le evoluzioni degli ultimi anni hanno dato una diversa dignità penale al femminicidio” ma osserva anche che “i tempi lunghi dei passaggi giuridici rischiano di annacquare l’accaduto”.

Ecco quindi, leggi vere, procedimenti snelli e pena detentiva reale. Per prima cosa.

La violenza di genere è sistematica, trasversale, specifica, culturalmente radicata, un fatto endemico. parliamo di una violazione dei diritti umani più diffuse al mondo.

Come dichiarato dalla Convenzione dei Ministri del Consiglio d’Europa nel 2011, recepita in Italia nel 2013, viene condannata “ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica” e riconosce come il raggiungimento dell’uguaglianza sia un elemento fondamentale per prevenire la violenza.

A questa dichiarazione, però, deve corrispondere un vero cambio di mentalità. L’uguaglianza non può essere una questione di sole carte ma di cuore. E questo in tante altri aspetti della vita.

Fatto sta che un paese minato da una continua e persistente violazione dei diritti umani non può considerarsi civile.

Impegno congiunto deve essere quello di eliminare alla radice stereotipi, luoghi comuni, fonti di disparità che sostanzialmente creano un’asimmetria di genere nel godimento dei diritti reali.

La Convenzione di Istanbul insiste sulla prevenzione e sull’educazione. Sottolinea che l’elemento culturale è un dato basilare. L’informazione deve quindi essere responsabile.

Il diritto di cronaca non deve essere utilizzato come un abuso. Il giornalista deve rispettare la verità sostanziale dei fatti ma non cedere alla pruderie, ai dettagli superflui per alimentare le voracità del sensazionalismo.

La descrizione della realtà nella sua complessità, senza pregiudizi e con rispetto, pensando al mondo di sofferenza che c’è dietro ogni forma di sofferenza, è il primo passo per un cambiamento culturale della società e per il raggiungimento di una reale parità.

Affinché ogni essere umano possa essere davvero orgoglioso di definirsi tale.

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