Un pomodoro o un peperone possono nascondere la grazia

Il nuovo che avanza? No, il distacco. Rifletto e allora scrivo. Come sempre da piccoli atti, distillati quotidiani di vita, sgorga quell’attimo. Un attimo di grazia

Un momento di grazia. Non una botta di culo, per carità. No per quella bisogna nascerci. Solo consapevolezza e presenza a se stessi. Che è molta più ricchezza del suddetto culo. E tanto basta. Sicuramente nella vita occorre fortuna. Ma prima di tutto, servono forza e consapevolezza. Il culo non dura tutta la vita, forza e consapevolezza sono le magiche ancelle che danno all’età lo splendore della gioventù. Preferisco che di me si dica “mancò la fortuna, non il valore”. Piuttosto che “ebbe un gran culo”.

Il fatto quotidiano? Non il giornale ma una cosa semplice. Mi fermo in campagna dove capito per alcune cose da fare in zona. Una bancarella di frutta e verdura. L’Ape Regina, si chiama, già il nome mi piace. Adoro comprare frutta e verdura, adoro i colori. Agguanto un pomodoro come fosse pane. Mi inebria il profumo, lo accarezzo, come pelle viva. Un pomodoro, estetica intellettuale della terra. Appunto come la grazia del pane. Come un peperone.

Un pomodoro o un peperone possono nascondere la grazia

Prendo friggitelli, il pomodoro, pesche, un cocomero piccolino, mi accorgo di avere a disposizione una ricchezza da autentico re. Non è retorica. Penso a chi è malato, a chi ha problemi seri con la vita e con i suoi giorni, al mondo che latra e che soffre, guardo questi pomodori e me li immagino spaccati con olio, sale e basilico e trovo il mio reame. Da un pomodoro. Dopo di lui, il nulla.

Poi rifletto sui giorni che passano. Non ho alcun nodo alla gola ma solo presenza. Penso a me stesso e a ciò che sono diventato perché su me stesso ho imparato a contare. Il distacco, non mi arrabbio più. Quando sperimento, umana vita, come è difficile avere un po’ di “grandeur” non rimugino più, non mi corrodo davanti alle piccole meschinità. Semplicemente vado oltre e penso a una bruschetta e a un bicchiere di rosso.

C’è che si vende per niente, chi non ha niente da vendere ma vorrebbe imporre se stesso, c’è chi si dà arie di superiorità dall’alto della sua inferiorità, chi compete con tutto ciò che si muove, chi sostituisce un eroismo alla gioia della cooperazione, c’è chi non dimentica e si contorce di pensieri neri e non vede altrove, c’è chi sorride e finge, c’è chi erutta inconcludenza, chi la vomita, chi la sbandiera, c’è il lavoro recitato e chi vorrebbe vendicarsi della propria irrisolutezza sul primo che passa c’è chi si lamenta, chi attacca, chi fa violenza, chi semplicemente non guarda.

Ecco, io ho messo un punto a tutta questa emotività negativa. Lascio correre per immergermi nell’attimo dove essere presenti con tutto ciò che sei, crea come un cristallo magico. Ho imparato a starmene per conto mio, sia quando sto bene, sia quando sto male. E scelgo. E non fingo. Che le cose vadano alla grande per pomparmi l’immagine, né che non vadano. Semplicemente guardo poco a quello che gli altri pensano e che determinano. Anche a chi sorridere, non dispenso più regali simili. Un sorriso ha potere, fa bene, va donato a chi lo apprezza. Mi faccio sempre più essenziale, elimino, scanso, seleziono, più tolgo, più metto.

Tolgo chi non ha rispetto, chi non lo dà a chi rispetto, a ciò che amo, tolgo gli isterici, i senza dialogo, i millantatori, i disturbati, gli egotisti, i “io so io e voi non siete un… “, aggiungo i sensibili, i solitari, i folli in cerca di una spiegazione, di un senso, di armonia, del profumo di un limone e di una mano da stringere. Ecco, questo essere nelle cose, questo avere realmente presenza sul momento, credo che riesca a rappresentare abbastanza bene cosa sia distacco. Non farsi più travolgere dal negativo, dallo scontato come se la vita fosse infinita. Le paure, è vero, rimangono ma allentano la loro morsa sfacciata e urticante.

Si chiama vita, si chiama spero, si chiama fede o fiducia. Evadere dalla realtà non ha senso quando sei capace di attraversarla la realtà e immergerti nell’attimo. “O vita o mia vita”, diceva il professor Keating citando Whitman. Non solo possiamo contribuire con un verso ma possiamo dare gioia al ricordo senza vivere nel passato. Ho imparato a pensare a chi non c’è più. A farlo vivere dentro di me. Penso a mio padre, alla nonna giornalista che mi fece entrare al Corriere dello Sport ma io, zuccone, non amavo il calcio e mollai.

Ho imparato a riconciliarmi con tante cose. A vivere di ciò che sono capace di scorgere e di apprezzare, di vedere e di abbracciare. Un antidoto ai veleni del mondo, la speranza che il veleno si ritragga. Ho imparato anche a sorridere alle mie malinconie senza più cercare sfoghi. Semplicemente aspettando che passi. E poi a starmene lontano, il distacco appunto, e a preferire la compagnia di un pomodoro o di un animale, alla vuota presenza dell’irrisolto. E a sperare sempre, che vengano i giorni di ancora più presenza, non di vane illusioni.

Sono grande per credere all’irreale. E’ la realtà a cui possiamo dare forma. Scegliendo il giusto, il buono e il vero, la Trinità della bellezza che talvolta diviene amore. Amore per i giorni, per i minuti, per le cose che ci passano davanti, per i piedi che ci sostengono, per gli occhi delicati e buoni che incontriamo. Io che cerco sempre che ci sia buono, io che vado al mare con gli audiolibri e mi immergo nell’ascolto, passando dal Deserto dei Tartari, ai Promessi Sposi, ai gialli per arrivare a Pinocchio e quando si commuove Mangiafoco mi commuovo anche io.

Ecco che allora, la mente ritorna a certe giornate che ho davanti come un film. Io che finisco di studiare, mia madre affaccendata, mio padre a lavoro. La mia stanza, un po’ di musica, poi buttato in terra o sul letto a leggere Zagor o Pinocchio. In attesa dell’appuntamento atteso di fine giornata: ore 19.20 Happy Days da veder con Fabio, mio vicino di casa e oggi ancora amico che quando ci vediamo, sembriamo ancora quelli che passavano le serate sulle scale a parlare. Poco di donne in senso maschile, molto dei progetti e delle cose che volevamo fare. Ecco mi pare di vedermi, anche ora che scrivo. Aspettare Happy Days e leggere Zagor che ancora oggi preferisco alla lettura di tanti giornali. Mi pare di essere lì, in quella stanza.

Poi, finito Happy Days, partiva la sigla di Almanacco del Giorno dopo. Ci si preparava per la cena, si aspettava mio padre. Dopo cena, tv intelligente e parlare con mio padre, dibattere, oppure ancora musica in camera e qualche telefonata o insieme a Fabio sulle scale, intabarrati nei nostri pigiami. Ecco la grazia, fare del ricordo, il presente, una identità. Come se dovessimo essere tutti “figli di nessuno” per stare meglio. Ecco i miei ricordi mi danno un’identità. Tutti desiderano avere ricordi, sentirsi qualcosa. La negazione di questi fattori, anche quando le identità sono difficili da pacificare, si chiama sofferenza.

Si chiama psicofarmaco, si chiama psicoterapia. Io riguardo la mia stanza, ripenso anche alle mie angosce. Ma il tempo mi ha portato ad essere nel presente e a godere di quello. Di un pomodoro e di chi, come me, ne accarezza le pelle e ci sente l’estate. Del resto, dopo tutto, che importa? Edgar Lee Master nella celebre Antologia di Spoon River scrive in una delle poesie che amavo di più, allegrone: “quando ero giovane avevo ali forti e instacabili e non conoscevo il mondo. Quando fui vecchio, le ali stanche non tennero più dietro alla visione”. Ecco, non voglio perdere la visione e fare in modo che le mie ali tengano. Per questo guardo al presente, accarezzando ogni ricordo e ogni momento. Vedo, spero. Andando avanti e dicendo grazie, anzi grazia.

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