Una barca nel bosco

Una barca nel bosco

Paola Mastrocola
Parma, Guanda, 2004

Coll. P 853.914 MAS

Una barca nel bosco di Paola Mastrocola è uno di quei libri che definisco struggenti, nostalgici, delicati e semplicemente di dolce e malinconica bellezza.

Come il sole delle giornate d’autunno quando si incammina lento sui declivi delle tende e delle mura delle nostra stanza in casa, disegnando ombre di soffusa tenerezza.

Gaspare Torrente è il protagonista, soprannominato dalla zia Elsa, Una barca nel bosco. Il ragazzo, originario del Sud Italia, è figlio di un pescatore,ed è particolarmente sensibile e intelligente. Vuole diventare un latinista e si trasferisce a Torino per studiare perché nella sua isola non ci sono strutture adeguate. A soli tredici anni, Gaspare traduce Orazio e legge di poesia, ama Verlaine. Deve frequentare un liceo all’altezza e la sua famiglia, pur non essendo ricca, si adopera in tutti i modi per poter consentire a Gaspare di arrivare al suo sogno.

Il padre pescatore, allora, rimane a lavorare e a fare sacrifici mentre Gaspare approda a Torino. Ma rimane deluso e non trova quello che si aspettava. Gli insegnanti sono svogliati e senza preparazione, i compagni di scuola, anziché pensare a studiare, seguono, in maniera pedissequa, mode e fisime consumistiche con cui Gaspare non ha mai avuto a che fare: playstation, felpe, scarpe non sono mai stati tra i suoi idoli e nei suoi pensieri.

Ed ecco le difficoltà. Gaspare è uno di noi. Il ragazzo si sente diverso dagli altri. Lui vuole imparare e vivere di cultura. Per questo si ritrova emarginato e non accettato dagli altri. Però, alla fine, finisce per cedere. Non vuole sentirsi escluso e comincia ad avere un cambiamento che la madre non riesce a comprendere. E se ne rammarica. Il padre del nostro aspirante latinista è rimasto a fare la dura vita del pescatore nel tentativo di dare a Gaspare ciò che spera.

Tutto cambia, però, anzi tutto scorre. Gaspare si adegua ai compagni e per farsi accettare si mette ad aiutarli, passando i compiti di latino. Bramosia di riconoscimento, si chiama, umano desiderio di essere apprezzati. E quante illusioni passano attraverso questo umano desiderio, spesso le peggiori.

Quando incontra Furio, soprannominato l’Avulso, finalmente Gaspare trova un vero amico. Passano gli anni. Gaspare si iscrive all’Università, a Giurisprudenza, ma ancora non riesce a concretizzare il suo sogno. Che non realizzerà mai perché finisce per aprire un bar, nonostante la laurea. Intanto la madre e zia Elsa muoiono e Gaspare rimane solo. Solo con le sue amate piante.

Ritrova il suo amico Furio e decide di progettare Boschi-Mondo e peluche insieme a lui. Prima di tornare nella sua isola e rimpiangere l’amato padre, di cui riscopre tutto il valore e la fatica fatta per la famiglia, in una struggente riflessione finale. Consapevole di non avergli potuto raccontare tante cose e di quanto avrebbe voglia di farlo ora che non c’è più. In questo libro le tematiche dell’adolescenza, degli affetti familiari, della non-omologazione “brancale” sono affrontate con lucidità e poesia.

Zia Elsa, Furio, il maestro, il Seba sono figure cariche di elementi simbolici che sottolineano l’approccio difficile del giovane con la realtà del mondo. La sua difficoltà ad esprimere se stessso di fronte alla pressione e ai condizionamenti del “numero” è uno dei cardini caratterizzanti di tuttta la storia e su cui mi piace soffermarmi. La società diventa una palestra ardua per chi vuole autodeterminarsi perché infinite e tentacolari sono le dialettiche che ricreano lo stato confusionale dell’agire e del pensare. In particolar modo quando ci si confronta con i propri sogni ma l’esperienza è ancora poca.

Progettare boschi-mondo è però una vittoria. Perché è necessario trapassare il senso del reale ma ancora più basilare è non farsi trafiggere dal “luogocomunismo” del vivere. Altrimenti non si arriverà mai a ciò che siamo. Ho intravisto, in questo volume di Paola Mastrocola, o almeno è stata questa la mia lettura, la stessa malinconica, suggestiva, nostalgica intensità di alcune visioni.

Il desiderio di essere “Due di due” di Andrea De Carlo, ad esempio, e la grazia e la dolce diversità di Caterina del film Caterina và in città di Virzì (ho in mente la bellissima scena finale di quando la ragazzina in piedi sul letto e con le cuffie intesta  ascolta musica classica ad occhi chiusi, saettando l’aria con le mani, nel gesto mimico della direzione d’orchestra, leì così splendidamente al di fuori dei due gruppi omologhi dei giovani simolbeggianti la destra e la sinistra).

Poi, la riflessione finale dedicata al padre, l’ho trovata magistrale. Sia per come in maniera fluida arriva in gola, come l’ingoio di qualche lacrima di troppo, sia perché mi ha ricordato tutte le cose che a mio padre avrei voluto dire e non ho avuto il tempo di fare.

E allora, ancora oggi, quando leggo di sogni, padri, amicizie solitarie, branchi standardizzati, quando leggo del tempo che passa, dell’entusiasmo dell’essere giovani e vivi e della voglia di essere se stessi e nutrire il proprio sé, non possono non provare commozione e apprezzare una storia. Soprattutto se scritta bene.

Con semplicità, essenzialità e quella capacità di arrivarti dentro che, in un attimo, è capace di farti rivedere tante cose e ripensare a certi momenti in cui, come Gaspare eri solo, a cercare te o altri come te.


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Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia e blogger, scrivo per legittima difesa.

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