Vulci e il territorio di Canino, storia, paesaggio e un olio unico

Una zona che ho avuto particolarmente modo di apprezzare durante il mio ultimo motoreportage è quella della Tuscia, in particolar modo tutta l’area che si estende fino al mare. Il nostro desiderio concideva con l’attracco all’area archeologica di Vulci per visitare quella che viene chiamata “Maremma laziale”. Siamo infatti arrivati, percorrendo la piacevole Cassia, ideale per passeggiate in moto a zigzagare lievi,  in una campagna sterminata inframezzata da antichi ruderi di profondo fascino. Nonostante il sole sulla “coppa” cranica e il caldo di luglio.

Vulci e il territorio di Canino, storia, paesaggio e un olio unico

Amo sempre passare per i paesi che trovo viaggiando in moto sulla Cassia. Sutri, Ronciglione, la zona del Lago di Vico suscitano sempre in me un piacere: quello di trovarmi a pasare nei luoghi giusti da percorrere, ruote e stivali. Arriviamo dunque al parcheggio dell’area archeologica di Vulci attraversando la zona di Canino di cui vi racconterò più avanti per la bontà del suo olio e la bellezza dei suoi oliveti, un territorio poco conosciuto che merita giustizia. Il parcheggio antistante Vulci è privo di ombra e il caldo si fa sentire. Soprattutto per me che parto per le mie gite abbigliato come se dovessi arrivare a Capo Nord. Mi piace essere sempre in linea: stivali, giacca rallye, pantaloni enduro, maglia tecnica, foulard e via discorrendo. Chi va in moto sbracciato e con la scarpetta bassa rimane un mistero per me al pari degli enigmi di Fatima.

Vulci, il parco

Il biglietto di ingresso costa 10 euro, io che sono giornalista caccio il tesserino manco fossi Gideon di Criminal Minds e non pago. Non me ne vogliate ma sono le uniche consolazioni per noi giornalisti del sottobasco magnum, quelli che privi di appoggi politici, svolgono il proprio mestiere con tanta fatica e pochi favori. Entrati “in campo” le soluzioni a disposizione per girarsela a Vulci sono: navetta e percorso ampio, percorsi a piedi di due tipi: quello piccolo di un paio di chilometri e quello più “intenso”, grande circa il doppio.

 

Noi che siamo camminatori, nonostante tutto, optiamo per il percorso senza navetta ma più breve. Il peso degli indumenti è notevole e il caldo, come sottolineato, è quello di luglio. Anche se spira una brezza marina che rende tutto più facile. All’interno di Vulci, effettivamente, trova spiegazione la citazione di David Lawrence che si legge nel sito ufficiale: “qualcosa di inquietante, qualcosa di molto bello”. La distesa è lunare, le colline da film di guerra. Troneggia su una di queste una Rolls Royce rossa con tanto di falce e martello che sintetizza l’ascesa proletaria. La nostra, molto più semplicemente, è ascesa sotto il sole di motociclisti itineranti.

Vulci e il territorio di Canino, storia, paesaggio e un olio unico

Come si legge ancora nel sito: “Al Parco Naturalistico Archeologico i visitatori possono ammirare gli scavi archeologici dell’antica metropoli etrusco-romana di Vulci, le nobili tombe etrusche, i reperti esposti nel Museo Nazionale Archeologico, il tutto immerso in una natura dai tratti incontaminati, che offre colori, suoni ed emozioni sempre diverse… Il canyon formato dalla scura roccia vulcanica scolpita dalle acque del Fiora; il pianoro popolato dalle maestose vacche maremmane e da cavalli bradi; la rigogliosa vegetazione lungo le sponde del fiume, rifugio per cinghiali, lepri, istrici e, a Primavera, il cielo colorato dai tanti arcobaleni dei gruccioni. Vulci è archeologia, natura e tradizione.

Vulci e il territorio di Canino, storia, paesaggio e un olio unico

 

I visitatori possono scegliere di ammirare la natura e la storia di Vulci passeggiando con tranquillità lungo uno dei Percorsi segnalati: il percorso breve (km.2,300), il percorso completo (Km.3,500), il percorso natura (km 1,500),che consentono di visitare gli scavi archeologici della città etrusco-romana senza perdere il Laghetto del Pellicone, “tappa obbligata” di ogni percorso. A pochi minuti di macchina dalla Biglietteria del Parco, attraversato il Fiora, si trovano il suggestivo Ponte della Badia ed il Museo Nazionale Archeologico del Castello della Badia (il museo è statale ed è chiuso il lunedì). Sempre sulla sponda opposta del Fiora, si trova la Necropoli Orientale, con la Tomba François, la Tomba delle Iscrizioni ed il Tumulo della Cuccumella.

Vulci e il territorio di Canino, storia, paesaggio e un olio unico

Per la visita delle tombe è necessaria la guida: la prenotazione si effettua telefonando entro le 48h dalla data richiesta allo 0766.870179 – 0766.89298. In alternativa, il Parco organizza -dalla Primavera – delle visite guidate alla Necropoli Orientale secondo un calendario di eventi pubblicato in agenda (in questo caso la prenotazione è necessaria solamente per i gruppi). Oltre all’accompagnamento didattico alla Necropoli Orientale, il Parco organizza visite guidate agli scavi della città etrusco-romana, al Museo Nazionale Etrusco e al percorso di Archeotrekking, e laboratori didattici per le scuole”.

La nostra passeggiata si snoda tra rovine, non mancano scatti di rito e paesaggi bucolici di quiete “maremmana” che invogliano a tornare in inverno per contemplare il cielo di ottobre che sovrasta queste immortali tracce di storia. Il paesaggio è magnifico. Arrivati al lago, già set di numerosi film come Non ci resta che piangere nella famosa scena con Leonardo da Vinci, se non fosse per la luce accecante, il romanticismo d’altri tempi avrebbe la meglio.

In realtà, lo stomaco borbotta e l’ideale cede il passo al materiale. Squilli di tromba, direzione punto ristoro. Ci dirigiamo verso uno di quelli segnati sulla cartina checi  viene consegnata in biglietteria, il Casale Mengarelli. Il posto si rivela davvero ottimo. Curato lo stile dell’arredamento,in versione shabby chic, curati i dettagli, l’apparecchiatura. Sopraffina la presentazione dei piatti, cucinati ad arte con una materia prima che, ne deduco, non è che locale e nostrana. Altro che esoticherie di bassa qualità.

Il territorio di Canino, un olio “sopraffino”

Rinforchiamo la moto dopo una copiosa bevuta d’acqua dalla borraccia che non manca mai nella mia borsa da serbatoio, il navigatore chiacchiera e il casco modulare aperto rende le strade polverose e assolate un piacevole excursus. Facciamo sosta ad una delle tante cooperative della zona per acquistare qualche prodotto locale. Una buona usanza che metto sempre in pratica perché, come ricorda Carlo Petrini, “la differenza sulla spesa la fa il consumatore”. Una piacevole chiacchierata con il presidente della Cooperativa Olivicola di Canino, Luciano Stocchi, che ci racconta del territorio di Canino e della cooperativa trasformata nel 2004 da abbandonato capannone industriale nella struttura accogliente che vediamo oggi. “Al confine con la Toscana, in quella che viene chiamata ‘Maremma laziale’ si trova Canino, denominata città dell’olio, ricca di olivi, al centro di un territorio di grande interesse archeologico e naturalistico. L’origine del nome, che secondo una tradizione sarebbe derivato da una presunta gens Caninia, originaria di Vulci, è probabilmente in rapporto con il cane, l’animale per eccellenza simbolo di fedeltà ed amicizia, giustamente inserito anche nello stemma cittadino. Canino ha una storia antica che parte dagli Etruschi. Durante l’egemonia etrusca faceva parte di Vulci e solo più tardi divenne un territorio a se stante, porto sicuro per le popolazioni dei dintorni durante le scorribande dei Saraceni. Il centro storico conserva ancora interessanti edifici fatti costruire dalle importanti famiglie che legavano il loro nome alla storia del paese.

Leggiamo a proposito dell’olio di Canino quanto si legge anche nello spazio web I & P: “Siamo nella provincia di Viterbo, nella cittadina di Canino. Qui, su una superficie che sfiora gli undicimila ettari coltivati, sorgono olivi che si distinguono per la chioma folta e per le foglie che presentano una forma insolitamente stretta. Il Canino, questo olivo così rustico eppure così raffinato al palato, ha trovato in queste zone un terroir perfetto, tanto da adattarsi senza problemi a condizioni pedoclimatiche uniche nel loro genere: tanto vento e temperature basse che metterebbero alla prova anche le varietà più resistenti. Questo albero così maestoso produce olive che si lasciano cogliere in epoca tardiva. Non sono molto grandi, è stato calcolato infatti che ogni frutto pesa non più di 1,5 grammi. Eppure, anche in questo caso, la varietà caninese si distingue per le evidenti contraddizioni: frutti piccoli ma grandi rese che si aggirano intorno al 20%. Il merito va alla presenza di un nocciolo piccolo e poco pesante e di una forte resistenza al distacco. Un grande pregio è rappresentato dal fatto che questa varietà è molto resistente all’attacco di parassiti nocivi quali la mosca oppure infezioni quali la rogna. Da questo ne deriva l’uso limitato di antiparassitari e pesticidi, un vantaggio particolarmente apprezzabile. La varietà caninese popola la Tuscia da tempo immemorabile. Pare infatti che gli Etruschi amassero coltivarla e godere dei suoi frutti. Negli anni Cinquanta la riforma agraria che ha interessato queste zone ha espropriato alcune terre ai principi di Torlonia, signori della zona, per darle in mano a cooperative di contadini che, con mano abile e sapiente, hanno saputo condurre questa varietà sulla strada del successo”.

Ne acquistiamo qualche litro di quest’olio che la sera si rivela corposo, saporito, e ottimo con il pane. Non manca un vino rosso che, come ci raccontano, viene realizzato da un famoso professore di cui non svelano l’identità ma che si è messo a fare il vino con ottimi risultati. Che confermiamo la sera abbinato al delizioso pane e olio. Insomma, la Tuscia è tutta da “esperire”. Al ritorno, attraversare in moto le strade che circondano Tuscania con gli alberi dei boschi che sembrano chinarsi di fronte al nostro passaggio come fossimo il pirncipe Siddharta nella scena del film di Bertolucci Il piccolo Buddha, rende la strada ancora più “mistica”. Ogni volta che ci passo poi mi viene un groppo alla gola nel vedere una struttura che non c’è più. Rimane solo la bellezza abbandonata e stanca del posto, un piccolo borgo che sembra uscito dal film I magnifici sette laddove i contadini assieme a Yul Brynner le suonano di santa ragione a Calvera e ai suoi sgherri. Quante sensazioni, quanti pensieri, quanta libertà: questo si chiama visitare l’Italia, questo si chiama andare in motocicletta. Il resto, fa volume.

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Daniele Del Moro

Giornalista professionista, fotografo, laureato in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Fondatore e direttore del quotidiano online Green Planet News e dell'agenzia di editing e comunicazione Laboratori Editoriali.

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