Yukio Mishima, l’estetica dell’azione come atto supremo

Yukio Mishima, l'estetica dell'azione come atto supremo
Yukio Mishima, l'estetica dell'azione come atto supremo

Yukio Mishima, un incarnato samurai, prigioniero della sconfitta. La sconfitta di un mondo in cui prevale l’estetica dell’azione come scelta e atto supremo. L’estetica dell’azione e la ricerca del metafisico anche nelle piccole cose, soprattutto nell’arte del saper morire. Yukio Mishima è la “giapponesità” portata all’ultimo atto. L’estetica dell’azione come nel rito, essenza della cultura giapponese. Ad esempio, prendere il té, austerità e distacco dal contingente. Gesti che affondano il piacere dell’attimo come ordine e “trascendenza” rispetto al divenire, l’ultimo avamposto del meriggio rispetto al fluttuante che preme. “Libertà come soggezione a d un ordine”, consapevolezza che ognuno è libero in base a ciò che è e alla forza di cui è capace nell’accettazione di sé e del proprio destino.

Il té irrompe nel caos intimando quiete. Per il té bisogna dominare la fretta, assumere consapevolezze ieratiche e farsi “convitati di pietra”. Per il té non ci sono bar come per il caffé, un sorso e via. Con il té si entra a contatto con gli spiriti di un mondo, con le “ultime lettere da Iwo Jima”, si entra in contatto, come accade con la meditazione. con il principe Katsumoto della pellicola L’ultimo samurai e con scrittori che appaiono essi stessi samurai. Come Yukio Mishima che si squarcia il ventre, facendo seppuku, nell’ultima parte della sua epopea tragica, in un rito di morte. Atrreverso gesti precisi, solenni. Come prendere il té, appunto.

Yukio Mishima, l'estetica dell'azione come atto supremo

Di Yukio Mishima, gli amanti del té non potranno che apprezzare la metafisica samurai, l’ascesi capace di fondersi con la sensibilità per generare i disincantati tentacoli dell’irrazionalità e del fanatismo icapace di compromessi. L’estetica dell’azione come trincea del pensiero. Aspettando dal deserto all’orizzonte l’arrivo delle orde. Di Gog e Magog. E fare pace con i fantasmi delle proprie ombre. ma prima combattere. Con Mishima si viaggia. In un passato che a molti non piace ma che per molti è sogno, nostalgia, urlo irriverente, rabbia di solitudine. Come passare al bosco e tramutarsi in fuorilegge.

Yukio Mishima, l’ultimo samurai ma prima del film

Se “il sonno della ragione genera mostri”, Mishima se ne frega ed esprime se stesso e quello che è. Divorato dalla passione, dal demone che si porta dentro e a cui soggiace. Come il mondo opprimente delle tradizioni di famiglia che lo spingono, nell’inconscio da cui non si libera, se non nell’orgia finale, all’amplesso eroico “antimondano” della fine spettacolare e tragica. Come Hitler nel bunker di Berlino, lui continua nella fedeltà all’alleato e alla guerra che per lui termina solo il 25 novembre del 1970. Ultimo atto: la protesta di una tradizione che non accetta la resa a quello che sarà l’illusione puerile e strozzina dell’American way of life.

Yukio Mishima, a 45 anni, assieme ai quattro più fidati membri del Tate no Kai, occupa l’ufficio del generale Mashita dell’esercito di autodifesa. Dal balcone dell’ufficio, di fronte a un migliaio di uomini del reggimento di fanteria, oltre che a giornali e televisioni, tiene il suo ultimo discorso: “Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! È bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! È il Giappone! È il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo”.

 

Si fa violenza, una violenza inutile perché rimarrà solo la testimonianza del gesto. Sarebbe stato meglio averlo ancora. Come poeta, drammaturgo, saggista, regista e scrittore. Incarna l’eleganza del gesto anche di fronte alla morte, anzi viene tentato di dire, soprattutto di fronte alla morte. Scrive Yukio Mishima: “Coloro che sono nati con il lieto auspicio degli dei, hanno il dovere di morire in bellezza, senza disperdere i doni ricevuti”.

Rivedo Mishima, paragonato spesso a D’Annunzio, ipnotico portatore di un bruciante magma che palpita dolcezza, passione, dolore, poesia, desiderio, elevazione, vita, nell’Ultimo Samurai, perché questo è stato e perché la frase “il fiore perfetto è una cosa rara. Se si trascorresse una vita a cercarlo non sarebbe una vita sprecata” poteva dirla lui, passeggiando tra i ciliegi in fiore, parlando con distacco e gesti lenti, cadenzati, rituali.

Nelle sue contraddizioni, Mishima rimane sempre sospeso. Al pari di Icaro, tra la morte e l’ascesa, nel volo e nella caduta. Con lui, o l’assoluto o niente. Balugina di Sole e Acciaio, come il titolo di uno dei suoi libri più intensi (Guanda Editore, Collana Le Fenici tascabili, 96 pp, €10), da cui è tratta la seguente poesia che lo incornicia alla perfezione:

Appartengo, fin dal principio, al cielo?
Se non v’appartengo, perché
mi ha fissato così, per un attimo,
con il suo sguardo infinitamente azzurro,
e mi ha attirato lassù, con la mia mente,
in alto, sempre più in alto,
e senza tregua mi seduce e mi trascina
verso altezze remote all’umano?
L’equilibrio severamente studiato,
il volo razionalmente calcolato,
nessuna anomalia sarebbe possibile:
perché dunque la brama di salire nel cielo
è così simile, in sé, alla follia?
Niente mi può appagare,
subito mi tedia qualsiasi novità’ terrestre.
Più in alto, più in alto, instabilmente
vengo trascinato sempre più vicino al fulgore del sole.
Perché la sorgente di luce della ragione mi brucia,
perché la sorgente di luce della ragione mi annienta?
Sotto di me, in lontananza, villaggi e fiumi sinuosi
assai più tollerabili appaiono di quando sono vicini.
Perché mi perdonano, mi approvano, mi invitano,
suggerendo che da così lontano
potrei anche amare l’umano
sebbene un simile amore non possa essere la mia meta?
E, se anche lo fosse, non avrei forse ragione
di appartenere fin dal principio al cielo?
Mai ho invidiato la libertà degli uccelli,
mai ho desiderato l’indolenza della natura,
incitato solo dal misterioso struggimento
a salire, ad avvicinarmi,
ad immergermi nell’azzurro del cielo.
Così contrario alle gioie organiche,
così lontano dai piaceri di uno spirito superiore.
Più in alto, più in alto,
irretito, forse, dalla lusinga e dalla vertigine delle ali di cera?
E dunque, Se dal principio appartenessi alla terra?
E perché la terra, se così non fosse,
provocherebbe con tanta rapidità la mia caduta
senza concedermi il tempo di pensare o di sentire?
Perché la terra così morbida e languida,
mi ha accolto con l’urto della lamina d’acciaio?
La tenera terra si è trasformata in acciaio
solo per mostrarmi la mia fragilità,
affinché la natura mi mostrasse
che la caduta è molto più naturale del volo,
molto più naturale di quella misteriosa passione?
L’azzurro del cielo è un’illusione
prodotta dall’ebbrezza bruciante ed effimera
delle ali di cera, e tutto, fin dal principio
fu escogitato dalla terra, a cui io appartengo.
O forse il cielo, segretamente, favorì il piano
per colpirmi con la sua punizione?
Per punirmi della colpa
di non credere che esista un io,
o di credere troppo nel mio io,
di volere impazientemente conoscere a chi io appar­tenga,
o di presumere di sapere tutto
e di tentare di volare lontano,
verso l’ignoto,
o verso il conosciuto,
sempre verso il punto di un azzurro simbolo?

Una poesia che, nella simbologia di Icaro, riporta al senso di tutta la fragilità e caducità dell’uomo, costretto ad attraversare, ogni giorno, il tema complesso della sua esistenza. Come in questi giorni in cui ciascuno è alle prese con un destino tutto da adempiere. Mishima è graffiato di rabbia e sputi ma rimane “apollineo” anche quando, come Icaro, sa di avvicinarsi troppo al sole, sa farsi lui stesso plotone di esecuzione.

Ma non si sfalda. Il dubbio stesso appartiene alla bellezza del percorso, nonostante le fondamenta dell’anima a volte sprofondino nella disperazione. Il dubbio genera tutte le eterne possibilità del volo. Nell’illusione, un principio di realtà. Trapassando l’azzurro. Disperare sì ma disperare bene.

Rimane il limite che molto spesso oggi si dimentica. Questo si che genera mostri. Il desiderio onnipotente di essere tutto. Storditi dal superfluo, trascuriamo l’essenziale. La sua ultima frase, estrema contraddizione del suicidio rituale, sarà una testimonianza della struggente impossibilità di farsi immortali: “La vita umana è breve ma io vorrei vivere per sempre”.

Leggi anche

Inadatto al Pantheon dei buoni, il conte del pensiero forte

Il nero dell’Alabama e l’ariano di Germania, la forza dell’amicizia

Foto: da web

Daniele Del Moro

Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Lettere, gruppo demo-etno-antropologico, con tesi in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Direzione e coordinamento di redazione per Scrittore In Viaggio e per Green Planet News, quotidiano online e studio di editing e progettazione grafica.

Altri articoli

Aggiungi commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Daniele Del Moro

Daniele Del Moro

Giornalista professionista, appassionato di fotografia, laureato in Lettere, gruppo demo-etno-antropologico, con tesi in Storia delle religioni, motociclista e camminatore. Direzione e coordinamento di redazione per Scrittore In Viaggio e per Green Planet News, quotidiano online e studio di editing e progettazione grafica.

Seguici su Facebook